Canti (Leopardi - Ginzburg)/Alla primavera

VII. Alla primavera

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Giacomo Leopardi - Canti (1819 - 1831)
VII. Alla primavera
Bruto minore Inno ai Patriarchi

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VII

ALLA PRIMAVERA,

o

delle favole antiche

     Perché i celesti danni
ristori il sole, e perché l’aure inferme
zefiro avvivi, onde fugata e sparta
delle nubi la grave ombra s’avvalla;
5credano il petto inerme
gli augelli al vento, e la diurna luce
novo d’amor desio, nova speranza
ne’ penetrati boschi e fra le sciolte
pruine induca alle commosse belve;
10forse alle stanche e nel dolor sepolte
umane menti riede
la bella etá, cui la sciagura e l’atra
face del ver consunse
innanzi tempo? Ottenebrati e spenti
15di febo i raggi al misero non sono
in sempiterno? ed anco,
Primavera odorata, inspiri e tenti
questo gelido cor, questo ch’amara
nel fior degli anni suoi vecchiezza impara?

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20Vivi tu, vivi, o santa
natura? vivi e il dissueto orecchio
della materna voce il suono accoglie?
Giá di candide ninfe i rivi albergo,
placido albergo e specchio
25furo i liquidi fonti. Arcane danze
d’immortal piede i ruinosi gioghi
scossero e l’ardue selve (oggi romito
nido de’ venti): e il pastorel ch’all’ombre
meridiane incerte ed al fiorito
30margo adducea de’ fiumi
le sitibonde agnelle, arguto carme
sonar d’agresti Pani
udí lungo le ripe; e tremar l’onda
vide, e stupí, che non palese al guardo
35la faretrata Diva
scendea ne’ caldi flutti, e dall’immonda
polve tergea della sanguigna caccia
il niveo lato e le verginee braccia.

     Vissero i fiori e l’erbe,
40vissero i boschi un dí. Conscie le molli
aure, le nubi e la titania lampa
fur dell’umana gente, allor che ignuda
te per le piagge e i colli,
ciprigna luce, alla deserta notte
45con gli occhi intenti il viator seguendo,
te compagna alla via, te de’ mortali
pensosa immaginò. Che se gl’impuri
cittadini consorzi e le fatali
ire fuggendo e l’onte,
50gl’ispidi tronchi al petto altri nell’ime
selve remoto accolse,
viva fiamma agitar l’esangui vene,
spirar le foglie, e palpitar segreta
nel doloroso amplesso

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55Dafne o la mesta Filli, o di Olimene
pianger credè la sconsolata prole
quel che sommerse in Eridano il sole.

     Né dell’umano affanno,
rigide balze, i luttuosi accenti
60voi negletti ferîr mentre le vostre
paurose latebre Eco solinga,
non vano error de’ venti,
ma di ninfa abitò misero spirto,
cui grave amor, cui duro fato escluse
65delle tenere membra. Ella per grotte,
per nudi scogli e desolati alberghi,
le non ignote ambasce e l’alte e rotte
nostre querele al curvo
etra insegnava. E te d’umani eventi
70disse la fama esperto,
musico augel che tra chiomato bosco
or vieni il rinascente anno cantando,
e lamentar nell’alto
ozio de’ campi, all’aer muto e fosco,
75antichi danni e scellerato scorno,
e d’ira e di pietá pallido il giorno.

     Ma non cognato al nostro
il gener tuo; quelle tue varie note
dolor non forma, e te di colpa ignudo,
80men caro assai la bruna valle asconde.
Ahi ahi, poscia che vote
son le stanze d’Olimpo, e cieco il tuono
per l’atre nubi e le montagne errando,
gl’iniqui petti e gl’innocenti a paro
85in freddo orror dissolve; e poi ch’estrano
il suol nativo, e di sua prole ignaro
le meste anime educa;
tu le cure infelici e i fati indegni

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tu de’ mortali ascolta,
vaga natura, e la favilla antica
rendi allo spirto mio; se tu pur vivi,
e se de’ nostri affanni
cosa veruna in ciel, se nell’aprica
terra s’alberga o nell’equoreo seno,
pietosa no, ma spettatrice almeno.