Canti (Leopardi - Ginzburg)/Inno ai Patriarchi

VIII. Inno ai patriarchi

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Giacomo Leopardi - Canti (1819 - 1831)
VIII. Inno ai patriarchi
Alla primavera Ultimo canto di Saffo

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VIII

INNO AI PATRIARCHI,

o

de’ principii del genere umano

     E voi de’ figli dolorosi il canto,
voi dell’umana prole incliti padri,
lodando ridirá; molto all’eterno
degli astri agitator piú cari, e molto
5di noi men lacrimabili nell’alma
luce prodotti. Immedicati affanni
al misero mortal, nascere al pianto,
e dell’etereo lume assai piú dolci
sortir l’opaca tomba e il fato estremo,
10non la pietá, non la diritta impose
legge del cielo. E se di vostro antico
error che l’uman seme alla tiranna
possa de’ morbi e di sciagura offerse,
grido antico ragiona, altre piú dire
15colpe de’ figli, e irrequieto ingegno,
e demenza maggior l’offeso Olimpo
n’armaro incontra, e la negletta mano
dell’altrice natura; onde la viva
fiamma n’increbbe, e detestato il parto
20fu del grembo materno, e violento
emerse il disperato Erebo in terra.

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Tu primo il giorno, e le purpuree faci
delle rotanti sfere, e la novella
prole de’ campi, o duce antico e padre
25dell’umana famiglia, e tu l’errante
per li giovani prati aura contempli:
quando le rupi e le deserte valli
precipite l’alpina onda feria
d’inudito fragor; quando gli ameni
30futuri seggi di lodate genti
e di cittadi romorose, ignota
pace regnava; e gl’inarati colli
solo e muto ascendea l’aprico raggio
di febo e l’aurea luna. Oh fortunata,
35di colpe ignara e di lugubri eventi,
erma terrena sede! Oh quanto affanno
al gener tuo, padre infelice, e quale
d’amarissimi casi ordine immenso
preparano i destini! Ecco di sangue
40gli avari colti e di fraterno scempio
furor novello incesta, e le nefande
ali di morte il divo etere impara.
Trepido, errante il fratricida, e l’ombre
solitarie fuggendo e la secreta
45nelle profonde selve ira de’ venti,
primo i civili tetti, albergo e regno
alle macere cure, innalza; e primo
il disperato pentimento i ciechi
mortali egro, anelante, aduna e stringe
50ne’ consorti ricetti: onde negata
l’improba mano al curvo aratro, e vili
fur gli agresti sudori; ozio le soglie
scellerate occupò; ne’ corpi inerti
domo il vigor natio, languide, ignave
55giacquer le menti; e servitú le imbelli
umane vite, ultimo danno, accolse.

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     E tu dall’etra infesto e dal mugghiante
su i nubiferi gioghi equoreo flutto
scampi l’iniquo germe, o tu cui prima
60dall’aer cieco e da’ natanti poggi
segno arrecò d’instaurata spene
la candida colomba, e delle antiche
nubi l’occiduo Sol naufrago uscendo,
l’atro polo di vaga iri dipinse.
65Riede alla terra, e il crudo affetto e gli empi
studi rinnova e le seguaci ambasce
la riparata gente. Agl’inaccessi
regni del mar vendicatore illude
profana destra, e la sciagura e il pianto
70a novi liti e nove stelle insegna.

     Or te, padre de’ pii, te giusto e forte,
e di tuo seme i generosi alunni
medita il petto mio. Dirò siccome
sedente, oscuro, in sul meriggio all’ombre
75del riposato albergo, appo le molli
rive del gregge tuo nutrici e sedi,
te de’ celesti peregrini occulte
beâr l’eteree menti; e quale, o figlio
della saggia Rebecca, in su la sera,
80presso al rustico pozzo e nella dolce
di pastori e di lieti ozi frequente
aranitica valle, amor ti punse
della vezzosa Labanide: invitto
amor, ch’a lunghi esigli e lunghi affanni
85e di servaggio all’odiata soma
volenteroso il prode animo addisse.

     Fu certo, fu (né d’error vano e d’ombra
l’aonio canto e della fama il grido
pasce l’avida plebe) amica un tempo
90al sangue nostro e dilettosa e cara

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questa misera piaggia, ed aurea corse
nostra caduca etá. Non che di latte
onda rigasse intemerata il fianco
delle balze materne, o con le greggi
95mista la tigre ai consueti ovili
né guidasse per gioco i lupi al fonte
il pastorel; ma di suo fato ignara
e degli affanni suoi, vota d’affanno
visse l’umana stirpe; alle secrete
100leggi del cielo e di natura indutto
valse l’ameno error, le fraudi, il molle
pristino velo; e di sperar contenta
nostra placida nave in porto ascese.

     Tal fra le vaste californie selve
105nasce beata prole, a cui non sugge
pallida cura il petto, a cui le membra
fera tabe non doma; e vitto il bosco,
nidi l’intima rupe, onde ministra
l’irrigua valle, inopinato il giorno
110dell’atra morte incombe. Oh contra il nostro
scellerato ardimento inermi regni
della saggia natura! I lidi e gli antri
e le quiete selve apre l’invitto
nostro furor; le violate genti
115al peregrino affanno, agl’ignorati
desiri educa; e la fugace, ignuda
felicitá per l’imo sole incalza.