Azioni egregie operate in guerra/1635

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1635.

I
L Ghiaccio aveva indurate le acque di quelle fosse. Il Bamberg, che teneva appresso di sè l’altezza de’ terrapieni, approntò le scale di egual misura. Prima di abbandonare la piazza, aveva fatte tagliare da Persone confidenti la metà delle palificate esteriori, sicchè con poca violenza si rompessero affatto. I Presidiarj, credendosi sicuri, ommettevano per il rigore della stagione le consuete guardie, e però assaliti, rimasero prigionieri col loro Governatore. L’impresa riuscita con felicità aprì la strada ad altri acquisti. Il Galasso, uscito in Campagna si accinse all’assedio di Vormazia, che preso pattuì la resa. Di là passò all’attacco di Gustavemburg Fortezza eretta dal Re Gustavo all’unione del Meno col Reno. Il Governatore, fatte le difese possibili, ne uscì col presidio a buone condizioni. Era il Duca di Vaimar in quella vicinanza; ma non aveva forze eguali, da campeggiare, e da resistere. Il Galasso, venutogli a fronte, l’obbligò a ritirarsi frettolosamente sotto Creutznac, sempre inseguito dagli Austriaci con perdita di gente, quantunque esso Vaimar con la retroguardia combattesse valorosamente. Altra piazza dopo lunga resistenza cadette in potere del Galasso, che coll’opera del Co. d’Asfeld la prese. Dopo di che spedì con parte dell’Esercito il Conte di Mansfeld all’espugnazione di Magonza, e coll’altra accampò a Vormazia, dove congregò copiosissimi magazzini di viveri.

Era seguita la dichiarazione della guerra contra la Casa d’Austria, [p. 56 modifica]mulgata dalla Francia per le ragioni, esposte da tutti gl’Istorici. Il Duca di Vaimar rammaricavasi acerbamente dell’imminente perdita di Magonza. Promosse calde istanze al Cardinal di Valletta Generale d’esercito Francese, sicchè l’indusse a congiungersi seco, per introdurvi soccorso. Era all’ora il Galasso all’attacco di Dueponti. Udendo accostarsi tante Soldatesche nemiche si ritirò al campo primo di Vormazia. Richiamò il Mansfeld: si fortificò in quel posto. Simulò timori, ed insufficienza di forze. Lasciò che il Cardinale, e il Duca vettovagliassero Magonza, e passassero ancora più oltre, per animare la Città di Francfort, a tenersi ferma nel partito Protestante. Quando vide amendue dilungati assai dalle frontiere della Francia, uscì in Campagna, per toglier loro i viveri, e consumarli colla fame. Spedì il Marchese Gonzaga ad impossessarsi di Kaiserlautern, Sarburg, ed altri luoghi situati tra la Lorena, e il Palatinato, ne’ quali erano i depositi delle munizioni nemiche, e per i quali si trasmettevano a’ Francesi i convogli di vettovaglie. Il Gonzaga se ne impadronì con impeto, e prestezza. Aveva sotto di sè il Conte Raimondo Montecuccoli, che fatte smontare cinquecento Corazze, e postosi alla testa loro, guadagnò in breve tempo la prima d’esse Città. Il Galasso, uscito in campagna con grosso Esercito, attorniò le Soldatesche del Valletta, e del Vaimar1. Levò loro la sussistenza: Colle corse della Cavalleria, massime Unghera, batteva le loro partite, mandate al foraggio, e le teneva ristrette assai nel proprio campo. In questo i viveri crebbero a prezzo eccessivo. Eravi tra’ Francesi il Generale Visconte di Turena, che per alimentare i suoi, vendette la propria argenteria, e gli proprj equipaggi. La penuria si ridusse a tale angustia, che i Soldati erano costretti a viver d’erbe, e di radici. La Cavalleria non si nodriva che di foglie d’alberi, e di viti. Sarebbero periti infallibilmente di fame, se i due Generali non si fossero determinati al ritorno in Francia attraverso a boschi, e a montagne, per istrade mezzo impraticabili. Il Vaimar fece seppellire sotto terra il Cannone, e bruciare tutti gli arredi inutili, affinchè il viaggio non fosse ritardato da imbarazzi. I due Eserciti marciarono nove giorni, e nove notti, senza posare, per vie disastrose, e fuor di mano. Il Galasso li seguitò colla Cavalleria, e diede addosso a’ corpi distaccati. Impedì, che non si potessero procacciare viveri da’ Villaggi, vicino a’ quali passavano. La miseria crebbe a tal eccesso, che molti Francesi, e Vaimaresi disertarono, per avere con che sostentarsi. Il Visconte di Turena, gettate da’ proprj carri le Suppellettili meno necessarie, vi adagiò sopra gl’impotenti a camminare. Divideva con loro il vitto, che gli riusciva di procacciarsi. Consolava gli uni, incoraggiva gli altri, e sollevava tutti, così proprj, come stranieri: dispensava generosamente quanto aveva. Il Galasso con ispedita, e numerosa [p. 57 modifica]Cavalleria per le strade più piane traversò il Ducato di Dueponti: passò la Sara: entrò nella Lorena. Più volte venne alle mani co’ Francesi; e questi, quantunque macerati dalla inedia, pugnassero con gran risoluzione, e bravura sino a disfare un corpo di alcuni cento Ungheri. Ciò non ostante il Galasso cagionò loro tanta perdita di gente per malattie, per sottrazione di vitto, per sorpresa di milizie sbandate, e per la diserzione, che quella ritirata uguagliò una rotta2. Da essa ne ricavarono gl’Imperiali grandissimi utili di Piazze, Territorj, polveri in copia, artiglierie, munizioni da guerra, e di quant’altro avevano dovuto abbandonare i nemici. Applicò subito il Galasso a nuovi acquisti considerabilissimi. In pochi mesi costrinse alla resa, coll’opera del Conte di Dona, Magonza affamata dalla Carestia. In oltre Franchental fortezza robustissima, Haidelberga Capitale del Palatinato, Confluenza all’unione della Mosella, e del Reno, dove formò il blocco della Cittadella opposta d’Ermenstain. Rimise il Magontino nel possesso delle di lui Città, e Principato.

Introdusse le truppe Spagnuole in parecchi luoghi del Palatinato, e in altre Città i Presidj del Duca di Baviera. La Campagna presente, e l’altra dell’anno scorso furono gloriosissime al General Galasso, maneggiate da lui con ottimo consiglio, sagacissime industrie, attentissima vigilanza, e prode attività. Con queste si può dire, che raffermasse nella Casa d’Austria la Corona Imperiale; poichè avendo liberati quasi affatto tre Elettorati da’ presidj nemici, allontanati gli Eserciti Francesi, e Vaimaresi da’ fiumi Necaro, Meno, e Reno; ma quello che più rileva ristabilito, ed assicurato nella di lui Capitale l’Elettor di Magonza, fu cagione che questi per gratitudine a Cesare nell’anno prossimo raccogliesse in Ratisbona la Dieta degli Elettori, e promovesse l’elezione di Ferdinando terzo Re d’Ungheria in Re de’ Romani. Il Re di Spagna per servigi di tanta rilevanza, prestati all’Austriaca famiglia, e per altro, che verrà dopo, con lettere sue benignissime ringraziò il Galasso, e gli conferì un feudo valutato sessanta mila Ungheri nel Regno di Napoli con promessa d’altre mercedi più abbondanti in avvenire.

La Francia mitigò le afflizioni del Duca di Vaimar per le disgrazie occorse. Strinse alleanza ferma con lui3, accordandogli annualmente un milione, e cinquecento mila franchi per il di lui decoroso sostentamento, e quattro milioni d’altri franchi per lo stipendio delle milizie dipendenti da i di lui voleri4, che dovevano ascendere a dodici mila Fanti, e sei mila Cavalli, artiglieria conveniente. Lasciava in preda a lui l’Alsazia Austriaca con ispeziale promessa, che alla pace quella Provincia rimarrebbe in di lui padronanza. Ingagliardito da pecunia cotanto copiosa, il Vaimar rimise potentemente la propria Ar[p. 58 modifica]mata, l’accrebbe con nuove levate, e fu a buon ora in istato da principiare la prossima Campagna.

In questa non dimorò ozioso D. Ottavio Piccolomini. Stava Egli tutto applicato a rimettere la Franconia, e i circonvicini Stati sotto l’ubbidienza dell’Imperatore, e de’ Prelati Cattolici, che colà possedono ampie giurisdizioni; quando gli venne commissione dal Galasso, di camminare con velocità verso la Fiandra in soccorso del Cardinal Infante, bisognoso di Soldatesche Alemanne contra de’ Francesi.

La Corte di Parigi, dopo rinnovata l’Aleanza cogli Ollandesi, concertò l’unione degli Eserciti delle due Potenze sul Liegese, per invadere i Paesi bassi Spagnuoli dalla parte del Brabante, dove le difese erano più deboli. A tal’effetto i Marescialli di Sciatiglion, e di Bressè marciarono per il Lucemburgese, affine di effettuare quella Congiunzione. Il Cardinale Infante di Spagna, che dopo la battaglia di Norlinga era pervenuto a quel governo, consegnò parte delle sue Soldatesche al Principe Tommaso di Savoja, perché o impedisse, o almeno ritardasse le mosse Francesi. Il Principe si avanzò sulle frontiere del Liegese, e Lucemburgese ad un Villaggio detto Avein. Quivi, per essere inferiore di Soldatesche, occupò un sito vantaggioso, e arrischiò la battaglia. I Marescialli, espugnate alcune picciole Piazze del contorno, se gli avvicinarono, e fatto impeto da più parti, disfecero la Cavalleria Spagnuola, e posero in fuga la Fanteria, riportandone la vittoria. Poco dopo nelle vicinanze di Mastric ritrovarono il Principe di Oranges, Condottiere degli Ollandesi; e tutti in numero di sopra cinquanta mila con grossissimo apparato di artiglieria, s’internarono nelle viscere del Brabante. Appariva formidabile la possanza de’ due Eserciti combinati, e se ne aspettava l’esito di grandi imprese. Minacciarono la Capitale Brusselles, Lovanio, ed altre Piazze. Il Cardinal Infante, raccolse tutte le Soldatesche rimastegli, e si collocò al coperto ora d’una piazza, ora d’un’altra. Implorò soccorso dalla Corte di Vienna, che colla voce del General Galasso ordinò il portarvelo a D. Ottavio Piccolomini. Egli presi seco quattro mila Cavalli, facendosi seguitare più lentamente da sei mila Fanti, attraversò gran parte della Germania. Valicò il Reno: trascorse il Ducato di Giuliers: superò la Mosa. Dopo una lunghissima marea affrettata con incredibile velocità, e diligenza, giunse a Brusselles, dove entrò imbrandita la spada da’ suoi Soldati a Cavallo, per incoraggire quegli abitanti, costernati dalle gran forze nemiche. Vi giunse in tempo, che queste assediavano Lovanio. Il Baron di Gravendone Governatore di quella Città, incorporata col Presidio, l’assistenza degli Scolari di quella celebre Università, sostentò la piazza per altro debole con difesa vigorosa. La comparsa inaspettata del Piccolomini pose in apprensione gli assalitori, che dopo avere continuato l’attacco con empito per più giorni, lasciarono di più oppugnarla. In pochi mesi si dileguò l’Esercito Francese. Ne diedero essi la colpa al Principe d’Oranges, che, [p. 59 modifica]he, dicono, sottrasse loro i viveri, co’ quali sostentarsi, quasi che non amasse la vicinanza, e le conquiste prossime della Corte di Parigi, le quali avrebbon dato alle Provincie unite da temere molto più che la possanza della Casa d’Austria, disunita, e distratta in tante Provincie, separate l’una dall’altra. Ma come può dirsi, che abbisognassero i Francesi delle vettovaglie Ollandesi, quando avevano dietro a sè il Liegese, da cui col pronto denaro potevano ricavare, quanti viveri abbisognavano? La causa principale della loro armata, ridotta in cattivo stato, furono il Piccolomini, e D. Andrea Cantelmo. Il primo colle corse della Cavalleria Alemanna, il secondo con due mila Archibugieri di suo comando impedirono loro lo slargarsi, a cercar pane. Batterono frequentemente le loro partite, uscite a tal effetto. Tennero mano a’ Paesani del Brabante, e vicinanze, che correvano addosso a’ Francesi sbandati, e ne uccidevano molti. In tal modo consumarono colla fame, e co’ disagj l’Esercito nemico. Il Piccolomini passò sempre d’ottima intelligenza co’ Capi Spagnuoli, e Fiaminghi. Suggerì loro saggi pareri; e col suo esempio gl’infervorò a risoluzioni ardite, colle quali, spingendosi avanti, ricuperarono Diest. Tagliarono a’ Francesi le strade, per le quali potessero ricevere vettovaglia dalla Francia, e far ritorno in quel Regno. In tanto successe la sorpresa del Forte di Skenc, piazza Ollandese, e porta, che apriva l’ingresso ne’ Paesi delle Provincie unite, la quale fu presa dagli Spagnuoli coll’opera del Sig. D. Einshout; laonde, per ricuperarlo, dovettero i Francesi accompagnarsi coll’Esercito del Principe d’Oranges verso la Geldria; d’onde poi per mare navigarono diminuiti assai, e mal concj alle native contrade.

  1. Vita Francese del Turena pag. 40.
  2. Nani Istoria Veneta parte prima pag. 302.
  3. Lo stesso pag. 303.
  4. Vita del Visconte di Turena tomo primo pag. 42.