Arabella/Parte prima/7

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VII.


Angelica.


Arabella non aveva ancora detto di sì. Essa aspettava che parlasse in lei qualche altra ragione, dopo quelle degli altri. Lorenzo non era un giovane antipatico, il partito era bello, magnifico; il dir di no sarebbe stato per parte sua una crudele ostinazione; ma quando l’anima è abituata a trovare ne’ suoi abbandoni spirituali i teneri calori della carità e della fede e la pia corrispondenza d’un amore senza confini, è naturale che titubi paurosa davanti a un bel matrimonio di convenienza. Avrebbe essa potuto amare suo marito? Ora provava qualche cosa di duro e d’irritato nel cuore, che la metteva in sospetto. Anche nel matrimonio si possono commettere dei sacrilegi, si può perder l’anima, quando manca la perfetta comunione degli spiriti; e ancora non sentiva di voler bene abbastanza allo sconosciuto, a cui doveva cedere tutta se stessa.

Alle Cascine essa non aveva compagne della sua età e della sua condizione, alle quali potesse chiedere un consiglio; e delle sue amiche di collegio poche erano in grado di fornirle degli schiarimenti. Solamente Maria Arundelli era andata a stabilirsi a Milano, moglie a un professore di ginnasio, ma durante le vacanze non stava mai in città. [p. 108 modifica]

La mamma, povera donna, mezza disfatta per la morte del suo Bertino, non vedeva e non ripeteva che una sola idea, anzi quasi non la ripeteva più, come se non ce ne fosse più bisogno. Badava invece a persuadere Arabella a smettere i vestiti del collegio, che la facevano comparire goffa e senza corpo. L’unica persona a cui la ragazza soleva chiedere qualche soccorso spirituale e qualche morale consolazione era la povera Angelica, una giovine contadina di ventitre anni costretta in un letto da una paralisi alle gambe e alla spina dorsale.

Abitava un cascinale poco distante dalla Colorina, cara alla sua povera gente, quantunque così malata, o forse perchè così malata, per quel sentimento di simpatia che stringe i forti ai deboli bisognosi, sentimento che la bontà, la rassegnazione dell’inferma e la continuità delle cure rendevano ogni giorno sempre più profondo e raffinato.

I Malgascia erano persuasi che le orazioni e i patimenti rassegnati della loro Angelica facevano bene alla casa, come se il Signore avesse incaricato lei di soffrire per tutti. Se la gragnuola non batteva il loro campo, se il loro fieno era meno bruciato, se il fuoco non aveva mai toccata la loro paglia, se le bestie stavan bene, il merito era di quella povera anima del purgatorio che, bella come un angelo, non si lamentava mai, non si lamentava mai.

Il male, il letto, il vivere sempre rinchiusa avevano non solo educata la coscienza, ma ingentiliti anche i lineamenti della ragazza, che dal suo guanciale sorrideva dolcemente con un raggio di pia rassegnazione a chi entrava a salutarla e a portarle qualche regaluccio. Le sue mani delicate e scarne lavoravano tutto [p. 109 modifica]tutto il giorno nella biancheria della casa e in qualche cuffietta o babbuccia di bambini; e spesso, quando il sole batteva vivo sulle impannate di carta, come se si movesse in lei più forte il senso della vita, lasciavasi condurre a intonare le litanie con una voce che la sentivano dal mezzo della campagna.

La domenica accorrevano le ragazze dei dintorni a trovarla. Sedute intorno al letto messo pulito, in bianco, come quello di una sposa, ciascuna contava la sua, o invocava un’orazione speciale per i suoi malati. Tutte poi se ne andavano coll’animo edificato, come quando si vede un castigo immeritato santificare un’anima.

Anche Arabella veniva spesso a tener compagnia all’inferma. Povera, illetterata, chiusa nel breve circolo delle sue sensazioni casalinghe, Angelica s’incontrava coll’anima viva e penetrante di Arabella in un terreno subito fuori del mondo, dove le anime parlano tutte lo stesso linguaggio, dove la scienza non è che una illusione perduta, per chi ha perduto il suo tempo ad acquistarla, dove i dolori e i patimenti di quaggiù hanno una ragione, anzi la sola ragion d’essere.

Arabella, prima di dire l’ultima parola, volle consultare come un oracolo l’inferma, che molte volte le aveva parlato con una chiaroveggenza meravigliosa. Dio si manifesta nelle anime che soffrono, più che nella luce del sole.

Per il viale dei salici giunse al cascinale un dopo pranzo, mentre la gente era sparsa sui lavori della campagna. Entrò, come soleva, salì la scaluccia di legno, spinse l’uscio della camera.

Angelica, rivedendola, battè le due mani e gridò:

[p. 110 modifica]— Viva la sposa!.... — Allargò le braccia, nelle quali Arabella si gettò coll’abbandono di una bambina smarrita che trova la mamma. E cominciò a piangere.

— Perchè, perchè? — chiese Angelica, carezzandola.

— Lasciami piangere. A casa non posso mai... Ho bisogno di sollevarmi il cuore. Tu mi compatisci, non è vero? Ecco, mi sento già meglio — soggiunse, asciugandosi gli occhi e accostando la sedia al letto.

— Sento dire che questo matrimonio è una fortuna per tutti.

— Sì, è una fortuna: ma anche le fortune fan paura, e io ero così lontana da quest’idea, tu lo sai. Io aveva promesso alla Madonna che le avrei regalato questi capelli per la pace del mio povero papà. Non si rinuncia senza dolore alla vocazione di tutta la sua giovinezza, e tu devi aiutarmi, Angelica, a vincere questa ripugnanza, perchè sento che ho torto e che devo restituire a’ miei parenti il bene che mi hanno fatto. Anche il signor curato mi ha rimproverata e me ne ha fatto uno scrupolo. Guai se io dicessi di no! Sarebbe come se io volessi rovinare la casa sulla testa della mia gente. Ma qui, qui... — e colla mano segnava il cuore — qui c’è qualche cosa di morto, di troppo freddo, di troppo duro, che non risponde alla chiamata, che rabbrividisce all’idea della responsabilità e dell’ignoto che mi aspettano a Milano. Bisogna che tu preghi per me, Angelica, e interponga presso il Signore i meriti della tua pazienza, perchè io possa amare l’uomo che devo sposare e che domani sarà padrone di me. Ah Dio! Dio!...

[p. 111 modifica]Arabella, respirando profondamente, si coprì il volto colle mani presa da un brivido quasi di terrore che le traversò tutto il corpo; e cadde in ginocchio nella stretta del letto, appoggiando la testa sulle mani della contadina.

Dalle impannate socchiuse entrava, insieme al riverbero verde e al tremolio delle foglie del vicino pioppo, il soffio caldo dell’aria che scorreva sui prati. Nell’aia deserta chiocciavano le gallinette. La gran pace dei caldi meriggi di settembre cadeva sul casolare isolato nel verde e penetrava nella rustica stanza dell’inferma non addobbata che da piccoli quadri, da corone e da immaginette attaccate all’uscio.

Angelica, che per un’intuizione delicata del suo organismo sentiva più in là di quel che dicessero le parole, commossa da un senso di mistica pietà, capì e compatì la ripugnanza della vergine, apprezzò il suo sacrificio, e parlando come soleva nei momenti d’ispirazione, col tono elevato e profetico di chi espone più una dottrina che dei pensieri propri, prese a dire, senza levar la mano dalla testa della sua compagna:

— Comprendo che tu abbia a rimpiangere la tua vocazione, povero giglio del giardino della Madonna. Che cosa di più bello della santa castità? essa ci accosta agli angeli. Che cosa di più caro della nostra verginità, che ci fa tutte figlie di Maria? Essere così vicine al sacro tabernacolo e sentirsi strappare via è un gran dolore. E tu avevi consacrata a un’anima bisognosa questa tua vita di pensieri puri e immacolata, ma Dio non vuole, cioè Dio vuole da te qualche cosa di più grande, di più bello.

[p. 112 modifica]Non tocca a noi scegliere la nostra strada nel mondo. Oh, se così fosse, chi vorrebbe essere ammalato, chi vorrebbe veder morire i suoi figliuoli, chi stentare tutta la vita per morire povero e solo in un ospedale? Se la strada del tuo dovere è diversa da quella che tu avevi scelta, cara figlia della Madonna, non devi dire che Dio s’inganna o che vuol troppo da te. Non è mai troppo il bene che si fa. Difficilmente il nostro dovere va d’accordo col piacer nostro. La croce è dappertutto e per tutti; e dappertutto tu sarai obbligata ad avere della pazienza. Tutti ne dobbiamo avere: tu che stai per entrare nel mondo, io che da quindici anni non esco da questo letto, tuo padre e tua madre che lavorano pei loro figliuoli, colui che semina, colui che raccoglie, chi ha il campo bello, chi lo vede battuto dalla tempesta. Dalla pazienza viene il coraggio e dal coraggio viene l’amore che fa piacere i nostri dolori. Gesù sulla croce non sentiva i chiodi, perchè il suo dolore era immerso nell’amore: e tu non sentirai le spine del tuo sacrificio, perchè nell’amore per tuo marito, per tuo padre, per tua madre, per i tuoi figliuoli, troverai il pagamento di ciò che perdi. E l’anima tormentata a cui volevi consacrare la tua vita ne guadagnerà, perchè ciò che solleva le anime è il sacrificio. Apri il cuore, cara figlia della Madonna, — continuò l’inferma alzando le due mani come se celebrasse un rito — e pensa che ciò che tu soffri in questo momento è ben poco in paragone della disperazione e dell’abbattimento dei tuoi parenti, se tu rifiutassi l’offerta della Provvidenza.

Un freddo fremito di venerazione scosse Arabella nell’intendere parole che parevano venire da un [p. 113 modifica]mondo remoto. L’occhio di Angelica era splendente e sereno, la sua voce calda, misteriosamente eccitata ed eloquente, come se veramente parlasse in lei uno spirito superiore. Forse era vero quel che dicevano i suoi, che in certi momenti essa aveva l’ispirazione divina.

Arabella alzò la testa e lasciò che Angelica accomodasse un poco i suoi capelli scomposti dall’agitazione e per la prima volta vide la possibilità di considerare sè stessa e le cose della sua vita sotto un lato meno ristretto e meno personale. Mentre prima essa sforzavasi a collocare sè stessa in un piccolo dovere scelto da lei e accomodato ai suoi istinti, ora sentì quel che vi può essere di nobile e di santo nella rinuncia della volontà.

La monachella lasciavasi trascinare dall’ordine delle cose a compiere il dovere scelto da Dio.

Stringendo le mani di Angelica, contemplando la miseria e la nudità di quella povera stanza, dove l’infelice compieva pregando, sorridendo e cantando, il suo lento sacrificio, l’anima viva e impressionabile della giovinetta, provò un principio di quell’entusiasmo, che faceva così felici gli altri all’idea del suo matrimonio.

Rimase in compagnia dell’ammalata, in intimi e caldi discorsi, finchè il sole non cominciò a nascondersi dietro i pioppi, e se ne venne via col cuore cambiato. Scese la scaluccia, e attraversata l’aia, infilò il viale, sentendosi un gran calore al viso, come se avesse attraversato una fiamma. Sul crocicchio delle due stradette s’incontrò in papà Paolino e gli si mise al fianco.

Il buon uomo, dal dì che aveva posta sul tappeto [p. 114 modifica]la questione del matrimonio, non più osava guardar in viso la figliuola adottiva, per paura che il suo sguardo avesse a pesar troppo nell’anima della fanciulla.

Da dieci o dodici giorni egli viveva col cuore sospeso in croce. Il suo destino dipendeva da una parola di lei.

Camminarono un tratto in silenzio lungo il canale, rasentando la chiesuola di mattoni, che si crogiolava nel raggio rubicondo del tramonto, quando Arabella a un tratto si arrestò: — Papà — disse con un leggero tremito di voce — potrò rivedere ancora una volta le mie buone suore di Cremenno?

— Quando? — egli disse con uno sforzo di voce. — Prima di andar laggiù, a Milano — soggiunse sorridendo e indicando la punta del Duomo, che usciva di tra le piante lontane.

Papà Paolino, non potendo resistere alla commozione, cercò la mano della figliuola, se la portò alla bocca, la baciò, bagnandola delle sue grosse lagrime, crollando il capo, come se cercasse inutilmente di contraddire: e continuarono in silenzio la strada fino a casa.