Antigone (Alfieri, 1946)/Atto primo

Atto primo

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Personaggi Atto secondo

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ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Argia.

Eccoti in Tebe, Argia... Lena ripiglia

del rapido viaggio... Oh! come a volo
d’Argo venn’io! — Per troppa etade tardo,
mal mi seguiva il mio fedel Menéte:
ma in Tebe io sto. L’ombre di notte amico
velo prestaro all’ardimento mio;
non vista entrai. — Questa è l’orribil reggia,
cuna del troppo amato sposo, e tomba.
Oh Polinice!... il traditor fratello
quí nel tuo sangue l’odio iniquo ei spense.
Invendicata ancor tua squallid’ombra
si aggira intorno a queste mura, e niega
aver la tomba al fratel crudo appresso,
nell’empia Tebe; e par, ch’Argo mi additi...
Sicuro asilo Argo ti fu: deh! il piede
rimosso mai tu non ne avessi!... Io vengo
per lo tuo cener sacro. A ciò prestarmi
sola può di sua mano opra pietosa
quell’Antigone, a te giá cara tanto
fida sorella. Oh come io l’amo! oh quale,
nel vederla, e conoscerla, e abbracciarla,
dolcezza al cor me ne verrá! Quí seco
a pianger vengo in su la gelid’urna,

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che a me si aspetta; e l’otterrò: sorella

non può a sposa negarla. — Unico nostro
figlio, ecco il don, ch’io ti riporto in Argo;
ecco il retaggio tuo; l’urna del padre! —
Ma dove, incauta, il mio dolor mi mena?
Argiva son, sto in Tebe, e nol rimembro? —
L’ora aspettar, che Antigon’esca... E come
ravviserolla?... E s’io son vista?... Oh cielo!...
Or comincio a tremar;... qui sola... Oh!... parmi,
che alcun si appressi: Oimè!... che dir? qual arte?
... Mi asconderò.


SCENA SECONDA

Antigone.

  — Queta è la reggia; oscura

la notte: or via; si vada... E che? vacilla
il core? il piè, mal ferme l’orme imprime?
Tremo? perché? donde il terrore? imprendo
forse un delitto?... o morir forse io temo? —
Ah! temo io sol di non compier la impresa.
O Polinice, o fratel mio, finora
pianto invano... — Passò stagion del pianto;
tempo è d’oprar: me del mio sesso io sento
fatta maggiore: ad onta oggi del crudo
Creonte, avrai da me il vietato rogo;
l’esequie estreme, o la mia vita, avrai. —
Notte, o tu, che regnar dovresti eterna
in questa terra d’ogni luce indegna,
del tuo piú denso orrido vel ti ammanta,
per favorir l’alto disegno mio.
De’ satelliti regj al vigil guardo
sottrammi; io spero in te. — Numi, se voi
espressamente non giuraste, in Tebe
nulla opra mai pietosa a fin doversi

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trarre, di vita io tanto sol vi chieggio,

quanto a me basti ad eseguir quest’una. —
Vadasi omai: santa è l’impresa: e sprone
santo mi punge, alto fraterno amore...
Ma, chi m’insegue? Oimè! tradita io sono...
Donna a me viene? Oh! chi sei tu? rispondi.


SCENA TERZA

Argia, Antigone.

Argia Una infelice io sono.

Antig.  In queste soglie
che fai? che cerchi in sí tard’ora?
Argia  Io... cerco...
... d’Antigone...
Antig.  Perché? — Ma tu, chi sei?
Antigone conosci? a lei se’ nota?
che hai seco a far? che hai tu comun con essa?
Argia Il dolor, la pietá...
Antig.  Pietá? qual voce
osi tu in Tebe profferir? Creonte,
regna in Tebe, nol sai? noto a te forse
non è Creonte?
Argia  Or dianzi io quí giungea...
Antig. E in questa reggia il piè straniera ardisci
por di soppiatto? a che?...
Argia  Se in questa reggia
straniera io son, colpa è di Tebe: udirmi
nomar quí tale io non dovrei.
Antig.  Che parli?
Ove nascesti?
Argia  In Argo.
Antig.  Hai nome? oh quale
orror m’inspira! A me pur sempre ignoto,
deh, stato fosse! io non vivria nel pianto.

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Argia Argo a te costa lagrime? di eterno

pianto cagion mi è Tebe.
Antig.  I detti tuoi
certo a me suonan pianto. O donna, s’altro
dolor sentir che il mio potessi, al tuo
io porgerei di lagrime conforto:
grato al mio cor fora la storia udirne,
quanto il narrarla, a te: ma, non è il tempo,
or che un fratello io piango...
Argia  Ah! tu se’ dessa;
Antigone tu sei...
Antig.  ... Ma... tu...
Argia  Sei dessa.
Argía son io; la vedova infelice
del tuo fratel piú caro.
Antig.  Oimè!... che ascolto?...
Argia Unica speme mia, solo sostegno,
sorella amata, al fin ti abbraccio. — Appena
ti udia parlar, di Polinice il suono
pareami udire: al mio core tremante
porse ardir la tua voce: osai mostrarmi...
Felice me!... ti trovo... Al rattenuto
pianto, deh! lascia ch’io, tra’ dolci amplessi,
libero sfogo entro al tuo sen conceda.
Antig. — Oh come io tremo! O tu, figlia di Adrasto,
in Tebe? in queste soglie? in man del fero
Creonte?... Oh vista inaspettata! oh vista
cara non men che dolorosa!
Argia  In questa
reggia, in cui me sperasti aver compagna,
(e lo sperai pur io) cosí mi accogli?
Antig. Cara a me sei, piú che sorella... Ah! quanto
io giá ti amassi, Polinice il seppe:
ignoto sol m’era il tuo volto; i modi,
l’indole, il core, ed il tuo amore immenso
per lui, ciò tutto io giá sapea. Ti amava

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io giá, quant’egli: ma, vederti in Tebe

mai non volea; né il vo’... Mille funesti
perigli (ah! trema) hai quí dintorno.
Argia  Estinto
cadde il mio Polinice, e vuoi ch’io tremi?
Che perder piú, che desiar mi resta?
abbracciarti, e morire.
Antig.  Aver puoi morte
quí non degna di te.
Argia  Fia degna sempre,
dov’io pur l’abbia in su l’amata tomba
del mio sposo.
Antig.  Che parli?... Oimè!... La tomba?...
Poca polve, che il copra, oggi si vieta
al tuo marito, al mio fratello, in Tebe,
nella sua reggia.
Argia  Oh ciel! Ma il corpo esangue...
Antig. Preda alle fiere in campo ei giace...
Argia  Al campo
io corro.
Antig.  Ah! ferma il piè. — Creonte iniquo,
tumido giá per l’usurpato trono,
leggi, natura, Dei, tutto in non cale
quell’empio tiene; e, non che il rogo ei nieghi
ai figli d’Argo, ei dá barbara morte
a chi dá lor la tomba.
Argia  In campo preda
alle fiere il mio sposo?... ed io nel campo
passai pur dianzi!... e tu vel lasci?... Il sesto
giorno giá volge, che trafitto ei cadde
per man del rio fratello; ed insepolto,
e nudo ei giace? e le morte ossa ancora
dalla reggia paterna escluse a forza
stanno? e il soffre una madre?...
Antig.  Argía diletta,
nostre intere sventure ancor non sai. —

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Compier l’orrendo fratricidio appena

vede Giocasta, (ahi misera!) non piange,
né rimbombar fa di lamenti l’aure:
dolore immenso le tronca ogni voce;
immote, asciutte, le pupille figge
nel duro suol: giá dall’averno l’ombre
de’ dianzi spenti figli, e dell’ucciso
Lajo, in tremendo flebil suono chiama.
Giá le si fanno innanti; erra gran pezza
cosí l’accesa fantasia tra i mesti
spettri del suo dolore: a stento poscia
rientra in se; me desolata figlia
si vede intorno, e le matrone sue.
Fermo ell’ha di morir, ma il tace; e queta
s’infinge, per deluderci... Ahi me lassa!...
Incauta me!... delusa io son: lasciarla
mai non dovea. — Chiamar placido sonno
l’odo, gliel credo, e ci scostiamo: il ferro,
ecco, dal fianco palpitante ancora
di Polinice ha svelto, e in men ch’io il dico,
nel proprio sen lo immerge; e cade, e spira.
Ed io che fo?... Di questo fatal sangue
impuro avanzo, anch’io col ferro istesso
dovea svenarmi; ma, pietá mi prese
del non morto, né vivo, cieco padre.
Per lui sofferta ho l’abborrita luce;
serbata io m’era a sua tremula etade...
Argia Edippo?... Ah! tutto ricader dovea
in lui l’orror del suo misfatto. Ei vive?
E Polinice muore?
Antig.  Oh! se tu visto
lo avessi! Edippo misero! egli, in somma,
padre è del nostro Polinice; ei soffre
pena maggior che il fallo suo. Ramingo,
cieco, indigente, addolorato, in bando
ei va di Tebe. Il reo tiranno ardisce

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scacciarlo. Edippo misero! far noto

non oserá il suo nome: il ciel, Creonte,
Tebe, noi tutti, ei colmerá di orrende
imprecazioni. — Al vacillante antico
suo fianco irne sostegno eletta io m’era;
ma gli fui tolta a forza; e qui costretta
di rimanermi: ah! forse era dei Numi
tale il voler; che, lungi appena il padre,
degli insepolti la inaudita legge
Creonte in Tebe promulgò. Chi ardiva
romperla quí; chi, se non io?
Argia  Chi teco,
chi, se non io, potea divider l’opra?
Quí ben mi trasse il cielo. Ad ottenerne
da te l’amato cenere io veniva:
oltre mia speme, in tempo ancora io giungo
di riveder, riabbracciar le care
sembianze; e quella cruda orribil piaga
lavar col pianto; ed acquetar col rogo
l’ombra vagante... Or, che tardiam? Sorella,
andianne; io prima...
Antig.  A santa impresa vassi;
ma vassi a morte: io ’l deggio, e morir voglio:
nulla ho che il padre al mondo, ei mi vien tolto;
morte aspetto, e la bramo. — Incender lascia,
tu che perir non dei, da me quel rogo,
che coll’amato mio fratel mi accolga.
Fummo in duo corpi un’alma sola in vita,
sola una fiamma anco le morte nostre
spoglie consumi, e in una polve unisca.
Argia Perir non deggio? Oh! che di’ tu? vuoi forse
nel dolor vincer me? Pari in amarlo
noi fummo; pari; o maggior io. Di moglie
altro è l’amor, che di sorella.
Antig.  Argía,
teco non voglio io gareggiar di amore;

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di morte, sí. Vedova sei; qual sposo

perdesti, il so: ma tu, figlia non nasci
d’incesto; ancor la madre tua respira;
esul non hai, non cieco, non mendico,
non colpevole, il padre: il ciel piú mite
fratelli a te non dié, che l’un dell’altro
nel sangue a gara si bagnasser empj.
Deh! non ti offender, s’io morir vo’ sola;
io, di morir, pria che nascessi, degna.
Deh! torna in Argo... Oh! nol rimembri? hai pegno
lá del tuo amor; di Polinice hai viva
l’immagin lá, nel tuo fanciullo: ah! torna;
di te fa lieto il disperato padre,
che nulla sa di te; deh! vanne: in queste
soglie null’uom ti vide; ancor n’hai tempo.
Contro al divieto io sola basto.
Argia  ... Il figlio?...
Io l’amo, ah! sí; ma pur, vuoi tu ch’io fugga,
se quí morir si dee per Polinice?
Mal mi conosci. — Il pargoletto in cura
riman di Adrasto; ei gli fia padre. Al pianto
il crescerei; mentre a vendetta, e all’armi
nutrir si de’. — Non v’ha timor, che possa
tormi la vista dell’amato corpo.
O Polinice mio, ch’altra ti renda
gli ultimi onori?...
Antig.  Alla tebana scure
porger tu il collo vuoi?
Argia  Non nella pena,
nel delitto è la infamia. Ognor Creonte
sará l’infame: del suo nome ogni uomo
sentirá orror, pietá del nostro...
Antig.  E tormi
tal gloria vuoi?
Argia  Veder io vo’ il mio sposo;
morir sovr’esso. — E tu, qual hai tu dritto

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di contendermi il mio? tu, che il vedesti

morire, e ancor pur vivi...
Antig.  Omai, te credo
non minore di me. Pur, m’era forza
ben accertarmi pria, quanto in te fosse
del femminil timor: del dolor tuo
non era io dubbia; del valore io l’era.
Argia Disperato dolor, chi non fa prode?
Ma, s’io l’amor del tuo fratel mertava,
donna volgare esser potea?
Antig.  Perdona:
io t’amo; io tremo; e il tuo destin mi duole.
Ma il vuoi? si vada. Il ciel te non confonda
colla stirpe d’Edippo! — Oltre l’usato
parmi oscura la notte: i Numi al certo
l’attenebrar per noi. Sorella, il pianto
bada tu bene a rattener; piú ch’altro,
tradir ci può. Severa guardia in campo
fan di Creonte i satelliti infami:
nulla ci scopra a lor, pria della fiamma
divoratrice dell’esangue busto.
Argia Non piangerò;... ma tu,... non piangerai?
Antig. Sommessamente piangeremo.
Argia  In campo,
sai tu in qual parte ei giace?
Antig.  Andiam: so dove
gli empj il gittaro. Vieni. Io meco porto
lugúbri tede: ivi favilla alcuna
trarrem di selce, onde s’incendan. — Segui
tacitamente ardita i passi miei.