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176 antigone

Compier l’orrendo fratricidio appena

vede Giocasta, (ahi misera!) non piange,
né rimbombar fa di lamenti l’aure:
dolore immenso le tronca ogni voce;
immote, asciutte, le pupille figge
nel duro suol: giá dall’averno l’ombre
de’ dianzi spenti figli, e dell’ucciso
Lajo, in tremendo flebil suono chiama.
Giá le si fanno innanti; erra gran pezza
cosí l’accesa fantasia tra i mesti
spettri del suo dolore: a stento poscia
rientra in se; me desolata figlia
si vede intorno, e le matrone sue.
Fermo ell’ha di morir, ma il tace; e queta
s’infinge, per deluderci... Ahi me lassa!...
Incauta me!... delusa io son: lasciarla
mai non dovea. — Chiamar placido sonno
l’odo, gliel credo, e ci scostiamo: il ferro,
ecco, dal fianco palpitante ancora
di Polinice ha svelto, e in men ch’io il dico,
nel proprio sen lo immerge; e cade, e spira.
Ed io che fo?... Di questo fatal sangue
impuro avanzo, anch’io col ferro istesso
dovea svenarmi; ma, pietá mi prese
del non morto, né vivo, cieco padre.
Per lui sofferta ho l’abborrita luce;
serbata io m’era a sua tremula etade...
Argia Edippo?... Ah! tutto ricader dovea
in lui l’orror del suo misfatto. Ei vive?
E Polinice muore?
Antig.  Oh! se tu visto
lo avessi! Edippo misero! egli, in somma,
padre è del nostro Polinice; ei soffre
pena maggior che il fallo suo. Ramingo,
cieco, indigente, addolorato, in bando
ei va di Tebe. Il reo tiranno ardisce