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Anno 63

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Anno di Cristo LXIII. Indizione VI.
Pietro Apostolo papa 35.
Nerone Claudio imperad. 10.


Consoli


Caio Memmio Regolo e Lucio Verginio o sia Verginio Rufo

.


Erano tuttavia imbrogliati gli affari dell’Armenia, dacchè Nerone avea colà inviato col titolo di re Tigrane1. Vologeso re de’ Parti persisteva più che mai nella pretension di quel regno, per coronarne Tiridate suo fratello, che gliene faceva continue istanze. Ma andava titubando, finchè Tigrane il fece risolvere a dar di piglio all’armi, per aver egli fatta un’incursione nel paese degli Adiabeni o sudditi o collegati de’ Parti. Dopo aver dunque Vologeso coronato Tiridate come re dell’Armenia, e somministratogli un possente esercito per conquistar quel paese, si diede principio alla guerra. Corbulone, governator della Siria, in aiuto di Tigrane spedì due legioni, e nello stesso tempo scrisse a Nerone, rappresentandogli il bisogno d’un altro generale, per accudire alla difesa dell’Armenia mentre egli dovea difendere le frontiere della sua provincia. Nerone v’inviò Lucio Cesennio Peto, uomo consolare, cioè ch’era stato console: il che ha fatto ad [p. 227 modifica]alcuni crederlo lo stesso che Caio Cesennio Peto, da noi veduto console nell’anno superiore 61 di Cristo, ma che da altri vien tenuto per personaggio diverso. Intanto i Parti, entrati nell’Armenia, posero l’assedio ad Artasata capital di quel regno, dove s’era ritirato Tigrane, che non mancò di fare una valorosa difesa. Corbulone allora inviò Casperio centurione a Vologeso, per dolersi dell’insulto che si facea ad un regno dipendente dai Romani, minacciando dal suo canto la guerra ai Parti, se non desistevano da quelle violenze. Servì quest’ambasciata ad inchinar Vologeso a’ pensieri di pace, ed avendo chiesto di mandare a Nerone i suoi legati per trattarne, e pregarlo di conferire lo scettro dell’Armenia a Tiridate suo414 fratello, accettata fu la di lui proferta, con patto di far cessare l’assedio di Artasata: il che ebbe esecuzione. Ma non è ben noto, che convenzione segreta seguisse allora fra Corbulone e Vologeso, avendo alcuni creduto che tanto i Parti quanto Tigrane avessero da abbandonar l’Armenia. Venuti a Roma gli ambasciatori di Vologeso, nulla poterono ottenere; e però il Parto ricominciò la guerra in tempo che Cesennio Peto giunse al governo dell’Armenia, uomo di poca provvidenza e sapere in quel mestiere, ma che si figurava di poter fare il maestro agli altri. Prese Peto alcune castella, passò anche il monte Tauro, pensando a maggiori conquiste; ma, all’avviso che Vologeso veniva con grandi forze, fu ben presto a ritirarsi, ed a lasciar gente ne’ passi del monte suddetto, per impedir l’accesso de’ nemici, con iscrivere intanto più e più lettere a Corbulone, che venisse a soccorrerlo. Forzò Vologeso i passi: a Peto cadde il cuore per terra, perchè avea troppo divise le sue genti, e colto fu con due sole legioni. Però spedì nuove lettere ad affrettar Corbulone, il quale intanto avendo passato l’Eufrate, marciava a gran giornate verso la Comagene o la Cappadocia, per entrar poi nell’Armenia, Nulladimeno [p. 228]poco giovarono gli sforzi di Corbulone. In questo mentre Vologeso strinse il picciolo esercito di Peto, molti ne uccise; e tal terrore mise al capitano de’ Romani, ch’egli solamente pensò a comperarsi la salvezza con qualunque vergognosa condizione che gli fosse esibita. Dimandando dunque un abboccamento con gli uffiziali di Vologeso, restò conchiuso, che l’armi romane si levassero da tutta l’Armenia, e cedessero ai Parti tutte le castella e munizioni da bocca e da guerra; e che poi Vologeso se l’intenderebbe coll’imperador Nerone pel resto. Le insolenze dei Parti furono poi molte; vollero entrar nelle fortezze prima che ne fossero usciti i Romani; affollati per le strade, dove passavano i Romani, toglievano loro schiavi, bestie e vesti; ed i Romani come galline lasciavano far tutto per paura che menassero anche le mani. Tanto marciarono le avvilite truppe, che piene di confusione arrivarono finalmente ad unirsi con quelle di Corbulone, il quale, deposto per ora ogni pensier dell’Armenia, se ne tornò alla difesa della Siria sua provincia.

Secondochè abbiam da Tacito, tutto ciò avvenne nel precedente anno. Dione ne parla più tardi. Nella primavera del presente comparvero gli ambasciatori di Vologeso, che chiedevano il regno dell’Armenia per Tiridate; ma senza ch’egli volesse presentarsi a Roma. Seppe allora Nerone da un centurione, venuto con loro, come stava la faccenda dell’Armenia, perchè Cesennio Peto gliene avea mandata una relazion ben diversa. Parve a Nerone ed al senato che Vologeso si prendesse beffa di loro, e perciò rimandati gli ambasciatori di lui senza risposta, ma non senza ricchi regali, fu presa la risoluzione di far guerra viva ai Parti. Richiamato Peto, tremante fu all’udienza di Nerone, il quale mise la cosa in facezia, dicendogli, senza lasciarlo parlare, «che gli perdonava tosto, acciocchè essendo egli sì pauroso, non gli saltasse la febbre addosso.» Andò ordine a Corbulone [p. 229 modifica]di muovere l’armi contro de’ Parti, e gli furono inviati rinforzi di nuove truppe e reclute; laonde egli passò alla volta dell’Armenia. Tuttavia non ebbe dispiacere che venissero a trovarlo gli ambasciatori di Vologeso, per esortarli a rimettersi alla clemenza di Cesare. S’impadronì poi di varie castella, e diede tale apprensione ai Parti, che Tiridate fece premura di abboccarsi con lui. Mandati innanzi gli ostaggi romani, Tiridate comparve al luogo destinato; e veduto Corbulone, fu il primo a scendere da cavallo, e seguirono amichevoli accoglienze e ragionamenti, nei quali Tiridate restò di voler riconoscere dall’imperador romano l’Armenia, e che verrebbe a Roma a prenderne la corona, qualora piacesse a Nerone di dargliela: del che Corbulone gli diede buone speranze. In segno poi della sua sommessione andò Tiridate a deporre il diadema a piè dell’immagine dell’imperadore, per ripigliarla poi dalle mani del medesimo Augusto in Roma. Noi non sappiamo che divenisse di Tigrane, re precedente dell’Armenia2. Nacque nell’anno presente a Nerone una figliuola da Poppea, fatta andare apposta a partorire ad Anzo, perchè quivi ancora venne alla luce lo stesso Nerone. Ad essa e alla madre fu dato il cognome di Augusta; e il senato, pronto sempre alle adulazioni, decretò altri onori ad amendue, ed ordinò varie feste. Ma non passarono quattro mesi, che questo caro pegno sel rapì la morte. Nerone, che per tale acquisto era dato in eccessi di gioia, cadde in altri di dolore per la perdita che ne fece. Si fecero in quest’anno i giuochi de’ gladiatori, e si videro anche molti senatori e molte illustri donne combattere: tanto innanzi era arrivata la follia de’ Romani.

  1. Tacitus, Annal., lib. 15, cap. 1.
  2. Tacitus, Annal., lib. 15, cap. 23.