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Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750/41

Anno 41

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Anno di Cristo XLI. Indizione XIV.
Pietro Apostolo papa 13
Tiberio Claudio, figliuolo di Druso imperadore 1.


Consoli


Cajo Cesare Caligola Augusto per la quarta volta e Gneo Sentio Saturnino


Che Caligola fosse in questo anno console per la quarta volta, e deponesse tal dignità nel dì 7 di gennaio, l’abbiamo da Svetonio1, il quale ancora aggiugne, che egli unì i due ultimi consolati, per essere stato console anche nell’anno antecedente. Secondo il Pagi2 ed altri, in vece di due dovrebbe avere scritto Svetonio tre, perchè egli entrò console anche nell’anno 39 della nostra Era. Che a lui nel consolato fosse sostituito Quinto Pomponio Secondo nello stesso dì 7 gennaio, si raccoglie da Dione3, che per tale il nomina nel dì 24 del suddetto mese, in cui fu ucciso Caligola. E Giuseppe Ebreo4 attesta anche egli, che erano consoli Sentio Saturnino e Pomponio Secondo, allorchè Claudio salì all’imperio. Nei Fasti di Cassiodoro consoli dell’anno presente son detti Secondo e Venusto: e però il Panvinio ed altri han portata opinione, che nelle calende di luglio questo Venusto succedesse a Saturnino. Monsignor Bianchini5, che non trovò consoli in questo anno, e lasciò scappar l’anno medesimo, per assettare la nuova sua cronologia, difficilmente può sperar seguaci in tale opinione. Erano già pervenuti i Romani alla disperazione, veggendosi governati da un Augusto, se non tutto, almen mezzo pazzo e mezzo furioso, il quale specialmente esercitava il suo furore contro la nobiltà; che angariava con insopportabili [p. 138]imposte e gravezze i popoli, con inviare non i soliti uffiziali, ma i soldati a riscuoterle; che avea6 spogliato ogni tempio della Grecia di tutte le lor più belle pitture e statue; che permetteva agli schiavi di accusare in giudizio i lor padroni (cosa inaudita), di modo che lo stesso Claudio, zio paterno dell’imperadore, accusato da Polluce suo schiavo, corse pericolo della vita, e fu obbligato a difendersi in senato; Augusto finalmente, che tutto dì si vedea far delle nove pazzie, indegne d’ogni persona ragionevole, non che di un imperadore. Perciò tutti sospiravano, chi per vendetta del passato, chi per impazienza del mal presente, e chi per timore di peggio nell’avvenire, che la terra fosse oramai liberata da questo mostro. Ma niuno osava. I soldati pretoriani, cioè delle guardie, grosso corpo di gente avvezza all’armi, ed affezionata a Caligola per le frequenti sue liberalità, faceano venir meno il coraggio a chiunque avesse voluto tentare contro la vita di lui. Contuttociò non mancarono persone, che, per proprii riguardi e compassione del pubblico, il quale andava di male in peggio, cominciarono a tramar delle congiure. I principali e più coraggiosi furono Cassio Cherea e Marco Annio Minuciano. Era il primo uno dei tribuni, cioè dei primi uffiziali delle compagnie pretoriane, uomo di petto e di probità tale, che detestava le crudeltà e pazzie tutte di Cajo; dotato anche di molta prudenza e cautela, e però alto ad ogni grande impresa. Caligola, perchè egli avea poche parole, e parlava con voce languida, il teneva per un effemminato, beffandolo anche bene spesso, come un dappoco, e dato solo alla sensualità; di modo che qualor Cherea andava a prendere il nome per la guardia, ora gli dava quel di Priapo o di Cupido, ora quel di Venere ed altri simili: del che si offese molto Cherea. E buon per lui, che sì vil concetto avea [p. 139 modifica]del suo merito Caligola; perciocchè dicono, che gli era stato ultimamente predetto che sarebbe ammazzato da un Cassio, come fu ancora Giulio Cesare: il che fu cagione che egli richiamò a Roma Cassio Longino proconsole dell’Asia7, discendente da Cassio, uccisor di Cesare, con ordine ancora di ucciderlo, ma senza che ne seguisse poi l’effetto. Trasse Cherea nelle sue massime Cornelio Sabino, tribuno anche esso delle guardie; ed amendue si aprirono con Annio Minuciano, uomo della primaria nobiltà, e pel suo raro merito stimato da tutti; ma che stava male presso di Caligola, per essere stato amico intimo di Marco Lepido. Scrive Giuseppe, che questo Minuciano avea sposata una sorella di Caligola. Noi vedemmo che Giulia fu maritata con Marco Vinicio, uomo consolare; e Dione parla di un Viniciano che pretese all’imperio. Però potrebbe essere che Minuciano fosse il medesimo che Viniciano o sia Vinicio, con errore di alcuno de’ testi. Si trovò Minuciano non solamente pronto all’impresa, ma più ardente degli altri. A loro si aggiunse Callisto liberto di Cajo, che secretamente coltivava la amicizia di Claudio zio dell’imperadore, con altri non pochi. E Valerio Asiatico, personaggio ricchissimo di beni nelle Gallie, vi tenea mano, ma con gran secretezza e riguardo. Fu destinato al compimento del disegno il tempo de’ giuochi che si aveano da fare in onor di Augusto nel dì 21 di gennaio, e nei tre seguenti: giacchè terminata quella festa, Caligola avea fissata la sua partenza per l’Egitto, a far ivi meglio conoscere un impazzito imperadore. Nei tre primi giorni de’ giuochi non si trovò apertura a compiere il disegno: laonde Cherea, che non potea più stare alle mosse per paura che messo l’affare in petto di tante persone traspirasse, determinò di sbrigarla nel dì 24 di gennaio.

Nella mattina di quel dì, Cajo più allegro ed affabile che mai fosse stato, si [p. 140]assise nell’anfiteatro, fabbricato di nuovo per quella funzione; fece gittar delle frutta agli spettatori; egli ancora lietamente in pubblico mangiava e beveva, facendo parte di quei regali a chi gli era vicino, e specialmente a Pomponio Secondo console, che sedea ai suoi piedi, e facea la graziosa scena di andarglieli baciando di tanto in tanto. Pericolo vi fu, che Cajo non si movesse di là nel rimanente del giorno; perchè assai satollo ed abboracchiato per la lauta colezione, bisogno non avea di desinare. Contuttociò riusci a Minuciano, ad Asprenate e ad altri cortigiani congiurati di farlo muovere un’ora o due dopo il mezzodì, per andare al bagno, e ritornarsene, pranzato che avesse. Giunto al palazzo, in vece di andar diritto verso dove l’aspettavano i destinati al fatto, voltò strada per vedere alcuni giovanetti delle migliori famiglie dell’Asia e della Grecia8 fatti venire apposta per cantare e ballare ne’ giuochi. Allorchè fu in un luogo stretto, Cherea se gli presentò davanti, per chiedergli il nome della guardia. L’ebbe, ma derisorio, secondo il costume. Egli messa allora mano alla spada gli diede un tal fendente sul capo, che a Cajo sbalordito neppure restò voce per chiamare aiuto. Fecesi avanti anche Cornelio Sabino, che con un colpo gli tagliò una mascella; ed altri con trenta altre ferite il finirono. Perchè senza rumore non potè succedere quella scena, trassero colà primieramente i portantini della lettiga imperiale colle loro stanghe, e poscia le guardie tedesche, le quali cominciarono a menar le mani addosso a’ colpevoli ed innocenti. Fra gli altri vi perderono la vita Publio Nonio Asprenate, che era stato console nell’anno 58, Norbano ed Antejo, tutti e tre senatori. Il cadavere dell’estinto Augusto, portato nella notte seguente nel giardino di Lamia, fu mezzo bruciato, e frettolosamente seppellito in terra, per timore che il [p. 141 modifica]popolo lo mettesse in brani. Mandato anche da Cherea un centurione o tribuno, appellato Giulio Lupo, alle stanze di Cesonia moglie di Cajo, la trucidò insieme colla figliuola Giulia, per cui Cajo avea fatto varie pazzie con dichiararla anche figliuola di Giove. E tale fu il fine di Cajo Caligola, fine corrispondente ad un conculcatore di tutte le leggi umane e divine, e che troppo tardi si accorse d’essere non un Dio, ma un miserabil mortale. Abbattute poi furono le sue statue, rasato il suo nome dalle iscrizioni, e trattata la sua memoria come di un pubblico nemico.

Portata la nuova della morte di Caligola all’anfiteatro, dove buona parte del popolo dimorava in allegria godendo il pubblico divertimento, incredibil fu lo spavento di tutti; e tanto più perchè i soldati pretoriani attorniarono colle spade nude quel luogo, e si durò gran fatica a trattenerli che non cominciassero a far vendetta dell’estinto principe sopra quegl’innocenti. Subito che poterono in tanta confusione i consoli Sentio Saturnino e Pomponio Secondo, operar qualche cosa, inviarono tre compagnie di essi pretoriani che si trovarono ubbidienti per la città, affinchè impedissero i tumulti. Raunato poscia il senato nel Campidoglio, corsero colà gli altri soldati del pretorio, chiedendo con alte grida che si cercassero gli uccisori. Ma affacciatosi Valerio Asiatico, uno dei primi senatori, ad un balcone, gridò forte: «Piacesse a Dio, che l’avessi ammazzato io!» Queste sole parole fecero impression tale ne’ soldati che si ritirarono. Fu poi dibattuto nel senato quel che fosse da fare in sì pericolosa congiuntura. Il console Saturnino, secondo che scrive lo storico Giuseppe, fece una bella aringa con rammentar tutti i mali patiti sotto Tiberio e Caligola principi saguinarii ed assassini del pubblico, e conchiudendo che s’avea da ricuperare la libertà oppressa dai precedenti imperadori; ma senza prendere ben [p. 142]le misure necessarie per sì importante risoluzione. In fatti, non tardò molto a scoprirsi la vanità di questo disegno. Tiberio Claudio Druso Germanico, comunemente conosciuto col nome di Claudio fra gl’imperadori de’ Romani, figliuolo fu di Nerone Claudio Druso, e fratello di Germanico Cesare, per conseguenza zio paterno di Caligola. Uomo di poco senno e sommamente timido, benchè avesse studiato le arti liberali, era tenuto in concetto piuttosto di stolido, e perciò sprezzato e deriso da tutti. Forse anche egli mostrava d’essere più di quel che era. E questo fu la sua fortuna, perchè salvò la vita sotto Tiberio e Caligola, i quali vedendolo addormentato e dappoco, nè avendo apprensione alcuna di lui, si ritennero dal levarlo dal mondo. Tiberio nondimeno il lasciò sempre nell’ordine de’ cavalieri. Cajo suo nipote, benchè fosse dipoi qualche volta tentato d’ucciderlo, pure l’avea alzato al grado di senatore ed anche al consolato. Trovavasi egli in compagnia o poco lungi da Caligola, allorchè i congiurati se gli avventarono addosso. Tutto spaventato corse ad appiattarsi dietro ad una tappezzeria, da dove ascoltava lo strepito di chi andava e veniva, e co’ suoi occhi vide le teste d’Asprenate e degli altri uccisi staccate dai busti9. S’aspettava anch’egli la morte, quando in passare uno de’ soldati per nome Grato e scoperti i suoi piedi, il tirò per forza fuori della tappezzeria. Cadde in ginocchioni Claudio e gli dimandò la vita; ma il soldato riconosciutolo per quel che era, non solamente l’animò, ma gli diede anche il titolo di mio imperadore. E menatolo a’ suoi compagni, che stavano disputando di quel che s’avesse a fare in quel contingente, siccome per la memoria di Germanico suo fratello l’amavano, tutti concorsero a riceverlo per imperadore. Pertanto postolo in una lettiga, sulle loro spalle il portarono al castello pretoriano, [p. 143 modifica]cioè al loro quartiere; tremando egli intanto, e compassionandolo il popolo nel mirarlo così portato, sulla credenza che il conducessero alla morte. Si fermò tutta quella notte nel quartier de’ soldati, nè andò al senato benchè chiamato, scusandosi colla forza che gliel’impediva. Venuto poscia il dì 25 di gennaio, giacchè i senatori erano discordi fra loro, nè mezzo appariva da poter ripigliare e sostenere l’antica libertà, non si prendeva risoluzione alcuna nel senato, in cui per altro non mancava il partito di chi proponeva un nuovo principe.

Intanto la natia paura di Claudio l’avea tenuto lungamente sospeso s’egli avesse sì o no da accettare l’esibito imperio, e fu più volte in procinto di rifiutarlo, o di rimettersi totalmente alla volontà del senato; quando, per testimonianza di Giuseppe Storico, Agrippa re di parte della Giudea, che si trovava allora in Roma, ed avea fatto dar sepoltura all’ucciso Caligola, arrivò segretamente colà, ed incoraggiò talmente il vacillante Claudio, che consentì al buon volere de’ soldati, da’ quali fu universalmente proclamato imperadore, con promettere egli a tutti un buon regalo di denari. Fu questi il primo degl’imperadori, eletto dalle milizie, con esempio infinitamente pregiudiziale allo imperio romano; perchè ne vedremo tanti altri per questa via, e col comperare lo imperio dai soldati, salire al trono. Ora il senato, a cui era già pervenuto lo avviso degli andamenti dei pretoriani e di Claudio, trovandosi ben intricato fra il desiderio di ricuperar la libertà, e il timore di non poterlo, mandò a chiamare il re Agrippa, per valersi del suo mezzo. Questo uomo doppio, quanto altri mai fosse, comparve in senato ben profumato, e fingendo di nulla sapere, anzi dimandando dove fosse Claudio, fu informato del presente sistema dei pubblici affari, ed interrogato del suo parere. Lodò egli sommamente il lor disegno di rimettere in piedi la repubblica, e si protestò pronto [p. 144]a dar la vita per la gloria del senato. Ma nello stesso tempo sparse il terrore in tutti, mostrando la difficoltà di resistere ai pretoriani, e lodando in fine, che si facesse una deputazione a Claudio per esortarlo a desistere: al che egli si esibì. Accettata la offerta, e deputati con lui anche i tribuni della plebe, andò Agrippa a trovar Claudio, e fece pubblicamente la ambasciata. Poscia in un ragionamento a parte espose a Claudio la debolezza ed incertezza del senato, esortandolo a prendere le briglie con mano forte. Perciò, per quanto dicessero dipoi i tribuni per rimuoverlo, e per consentire almeno di ricevere lo imperio dalle mani del senato, Claudio tenne saldo, con promettere solamente un buon governo. Dacchè il senato ebbe ricevuta questa risposta, volle fare il bravo col minacciargli la guerra, e Claudio ne mostrò paura. Passò fra questi dubbi il dì 25 di gennajo. Ma intanto andarono cangiando faccia gli affari. Molta parte del popolo cominciò a gridare di voler un principe, e ne nominò ancora alcuni; e venuto il dì 26, non pochi dei senatori stettero ritirati, senza entrare in senato. Il peggio fu, che quattro compagnie fin qui ubbidienti a Cherea e a Sabino, voltarono casacca, ed abbracciarono il partito di Claudio. Altrettanto fecero i vigili, i gladiatori e gli altri soldati della città, in maniera che i senatori rimasti come in isola nel senato, s’appigliarono in fine, benchè forzati, alla risoluzion di conoscere Claudio per imperadore. Andarono dunque tutti a gara al quartier de’ soldati per salutarlo; ma furono sì mal ricevuti da coloro, che ne restarono alcuni bastonati ed altri feriti; e Pomponio Secondo, l’uno de’ consoli, corse pericolo della vita, Claudio ed Agrippa s’interposero, ed acquietarono quegli animi turbolenti.

Allora Claudio accompagnato dal senato e dalle milizie, a guisa di trionfante, si mosse, e dopo essersi portato al tempio, per ringraziare gl’iddii della sua [p. 145 modifica]esaltazione, passò al palazzo; nè altro di funesto per allora operò, se non che per politica condannò a morte alcuni degli uccisori di Caligola, e massimamente il lor capo Cassio Cherea, che coraggiosamente la sofferì. Volle perdonare a Cornelio Sabino, e conservargli anche la sua carica; ma questi, non sapendo sopravvivere all’amico Cherea, si diede poi la morte da sè stesso. Del resto Claudio, dopo aver ricevuto i titoli di Cesare Augusto e di pontefice massimo, e la tribunizia podestà, si trovò distinto da Tiberio suo antecessore, coll’essere chiamato figliuolo di Druso o pur di Tiberio: laddove Tiberio s’intitolava figliuolo di Augusto. E nelle medaglie10 Tiberio è mentovato col solo pronome TIBERIVS CAESAR; ma Claudio TIBERIVS CLAVDIVS CAESAR. Nè Claudio solea anteporre il titolo d’imperadore al suo nome, ma posporlo. Ora anch’egli, non meno di quel che avessero fatto i precedenti due cattivi imperadori, diede un bel principio al suo governo. La più gloriosa delle azioni sue fu quella di accordare un general perdono a chiunque avea trattato di ridurre di nuovo Roma allo stato di libertà e di escludere lui dall’imperio. Nè egli rivangò mai più questi conti, anzi promosse a gradi più illustri chi s’era mostrato più zelante in quella occasione. Guai a loro, s’egli avesse avuto il cuor di Tiberio o di Caligola! Anzi neppur fece vendetta di tanti e tanti, che in vita privata o l’aveano oltraggiato, o vilipeso gastigandoli solamente se si provavano rei d’altri delitti. Allorchè giunse in Germania la nuova dell’ucciso Caligola, furonvi molti che sollecitarono Sulpicio Galba, general di quelle legioni, ad assumere l’imperio. Mai non volle egli acconsentire, perchè più poteva in lui l’onore che l’ambizione. Claudio, di ciò informato, tenne sempre Galba per uno de’ suoi migliori amici; laddove Tiberio e Caligola furono soliti di [p. 146]levar di vita chiunque credeano riputato degno dell’imperio. Un altro merito si era acquistato Galba nell’anno precedente, perchè appena fu uscito delle Gallie Caligola, che i Germani fecero un’irruzione nelle provincie romane; ma Galba li ripulsò con tal vigore, che fu lodato infin da Caligola, principe per altro invidioso della gloria de’ suoi generali. In quest’anno ancora egli sconfisse i popoli Catti nella Germania: laonde Claudio, per tal vittoria e per altra rapportata da Publio Gabinio contro i Cauci, fu nominato imperadore per la seconda volta. Il timido natural di Claudio, avvalorato anche dal recente esempio del nipote, cagion fu, ch’egli per un mese non osò d’entrar nel senato; nè alcuno, ancorchè donna o fanciullo, da lì innanzi a lui si accostò, se prima non era visitato, per vedere se portasse sotto coltello od altre armi. Andando a qualche convito, tenea sempre le guardie intorno alla tavola; e volendo far visita a qualche malato, facea prima ben cercar per la camera e per li letti se armi vi fossero. A fine poi di cattivarsi il pubblico amore, levò tosto, o almeno ristrinse assaissimo, la licenza conceduta ad ognuno in addietro di accusare chiunque si volea di lesa maestà11; e rimise in libertà o richiamò dall’esilio le persone processate per questo, con volerne nondimeno il consenso del senato. Abolì gli aggravi imposti da Caligola, nè volle i regali annui comandati da esso suo nipote. A chiunque indebitamente era stato spogliato de’ suoi beni dal medesimo e da Tiberio, li restituì. Fece anche rendere alle città le statue e pitture che Caligola avea fatto condurre a Roma. Soprattutto ebbe in abbominio gli schiavi e liberti, che sotto il disordinato precedente regno si erano rivoltati contra de’ lor padroni; e similmente i falsi testimoni che in addietro aveano avuta gran voga. Egli ne fece morir la maggior parte, obbligandoli a combattere negli anfiteatri colle fiere. La [p. 147 modifica]sua modestia era grande. Abborrì l’alzare a lui dei templi; per lo più ricusò anche le statue; altri onori straordinari non volle nè per sè nè per gli figliuoli nè per la moglie. Due erano le sue figliuole: Antonia, che fu maritata a Gneo Pompeo in quest’anno, a lui nata da Elia Petina, sua seconda moglie defunta; ed Ottavia, nata da Valeria Messalina, sua moglie vivente, che fu promessa a Lucio Silano, e poi fu maritata a Nerone crudelissimo imperadore. Gli partorì essa Messalina un figliuolo nell’anno presente, conosciuto dipoi sotto nome di Britannico Cesare. Trattava egli coi senatori con molta bontà e cortesia, visitandogli anche malati, ed assistendo alle lor feste private. Onorava specialmente i consoli, alzandosi anch’egli al pari del popolo in piede, allorchè intervenivano agli spettacoli, e qualora andavano al suo tribunale per parlargli. Parcamente ancora vivea, ed era indefesso a far giustizia, ed attento perchè gli altri la facesse. La sua liberalità verso i re sudditi fu riguardevole. Ad Agrippa, a cui professava di grandi obbligazioni, concedette tutto il regno posseduto da Erode il grande suo avolo, e ad Erode suo fratello il paese di Calcide, col diritto ad amendue di sedere in senato, ed altri onori. Restituì ad Antioco la provincia di Comagene. Mise in libertà Mitridate re d’Armenia, e gli rendè i suoi stati. Richiamò ancora dal loro esilio a Roma Agrippina e Giulia Livilla, che Caligola lor fratello avea relegate nell’isola di Ponza. In somma, sì fatte lodevoli azioni sul principio acquistarono a Claudio l’amore d’ognuno, stupendosi probabilmente tutti, come un uomo creduto da nulla e stolido in addietro, comparisse ora con sì diversa divisa, e sapesse correggere con sì buon garbo gl’innumerabili disordini introdotti dai due precedenti Augusti, e con tanta amorevolezza e giustizia si fosse accinto al pubblico governo.


Note

  1. Suet. in Cajo, cap. 17.
  2. Pagius, Dissert. Hypatic.
  3. Dio., lib. 59.
  4. Joseph., Antiquit. Judaic., lib. 19, c. 1.
  5. Bianchin. in Anast.
  6. Joseph., Antiquit. Judaic., lib. 19, cap. 1.
  7. Dio., lib. 59. Suetonius in Cajo, cap 57.
  8. Suet. in Cajo, c. 58. Dio., lib. 59. Joseph., Antiq., lib. 59.
  9. Suet. in Claudio, cap. 10. Dio., lib. 60. Joseph., Antiq., lib. 19.
  10. Mediobarbus, Numism. Imper. Goltzius, Patinus et alii.
  11. Sueton. in Claudio, cap. 3. Dio., lib. 60.