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Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750/272

Anno 272

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Anno di Cristo CCLXXII. Indizione V.
FELICE papa 4.
AURELIANO imperadore 3.
Consoli

QUINTO E VELDUMIANO O sia VELDUMNIANO.

Domati i Barbari, e restituita la tranquillità all’Italia, due altre importantissime imprese restavano da fare allo Augusto Aureliano. Tetrico occupava le Gallie e le Spagne. Zenobia regina dei Palmireni quasi tutte o tutte le provincie dell’Oriente occupava, ed anche l’Egitto. Per varii motivi antepose Aureliano all’altra la spedizion militare contro a Zenobia. Questa principessa, che s’intitolava regina dell’Oriente, una delle più rinomate donne dell’antichità, si trova chiamata in alcune medaglie2527, che si suppongono vere, Settimia Zenobia Augusta, quasichè ella discendesse dalla famiglia di Settimio Severo Augusto; quando essa, secondo Trebellio Pollione2528, vantava di discendere dalla casa di Cleopatra e dei re Tolomei. Santo Atanasio2529 pretese ch’ella seguitasse la religion de’ Giudei, e favorisse per questo l’empio Paolo Samosateno; e da Malala2530 vien detta regina de’ Saraceni. Scrive il suddetto storico Pollione che in lei si ammirava una bellezza incredibile, un spirito divino. Neri e vivacissimi i suoi occhi, il colore fosco; non denti, ma perle pareano ornarle la bocca; [p. 957 modifica]la voce soave e chiara, ma virile. Al bisogno uguagliava i tiranni nella severità: superava nel resto la clemenza de’ migliori principi. Contro il costume delle donne sapeva conservare i tesori, ma non lasciava di far risplendere la sua liberalità, ove lo richiedesse il dovere. Nel portamento e ne’ costumi non cedeva agli uomini, rade volte uscendo in carrozza, spesso a cavallo, e più spesso facendo le tre o quattro miglia a piedi, siccome persona allevata sempre nelle caccie. Da Odenato suo marito, che già dicemmo ucciso, non riceveva le leggi, ma a lui le dava. Prese bensì da lui il titolo di Augusta, dacchè egli fu dichiarato Augusto, e portava l’abito imperiale, a cui aggiunse anche il diadema. Non sì tosto s’accorgeva essa d’esser gravida, che non volea più commercio col marito. Il suo vivere era alla persiana, cioè con singolar magnificenza, e volea essere inchinata secondo lo stile praticato coi re persiani. A parlare al popolo iva armata di corazza; pranzava sempre coi primi uffiziali della sua armata, usando piatti d’oro e gemmati. Poche fanciulle, molti eunuchi teneva al suo servigio; e l’impareggiabil sua castità, tanto da maritata che da vedova, veniva decantata dappertutto. Aureliano stesso in una lettera al senato2531 ne parla con elogio, dicendo ch’essa non parea donna: tanta era la di lei prudenza ne’ consigli, la fermezza nell’eseguir le prese risoluzioni, e la gravità con cui parlava ai soldati, di modo che non meno i popoli dell’Oriente e dell’Egitto, a lei divenuti sudditi, che gli Arabi, i Saraceni e gli Armeni non osavano di disubbidirla, o di voltarsi contro di lei: tanta era la paura che ne aveano. A lei anche in buona parte si attribuivano le gloriose azioni del fu Odenato suo marito contro ai Persiani. Nè già le mancava il pregio delle lingue e della letteratura. Oltre al suo nativo linguaggio fenicio o saracenico, perfettamente possedeva l’egiziano, il greco e il latino, ma non s’arrischiava a parlare questo ultimo. Ebbe per maestro nel greco il celebre Longino filosofo, di cui resta un bel trattato del Sublime, e la cui morte vedremo fra poco. Fece imparare a’ suoi figliuoli il latino sì fattamente, che poche volte e con difficoltà parlavano il greco. Sì pratica fu della storia dell’Oriente e dell’Egitto, che si crede che ne formasse un compendio. Al suo marito Odenato ella avea partorito tre figliuoli, cioè Herenniano, Timolao e Vaballato, a’ quali dopo la morte del padre ella fece prendere la porpora imperiale e il titolo d’Augusti; ma perchè erano di età non per anche capace di governo, essa in nome loro governava gli Stati. Un altro figliuolo ebbe Odenato da una sua prima moglie, chiamato Erode o pure Erodiano2532, che si trova nelle medaglie (non so se tutte legittime) col titolo di Augusto, a lui dato dal padre, come anche afferma Trebellio Pollione2533. Per cagione dell’esaltazion di questo suo figliastro, fama era che Zenobia avesse fatto morire lui e il marito Odenato, siccome accennai di sopra. Una tal testa, benchè di donna, signoreggiante dallo stretto di Costantinopoli fino a tutto l’Egitto, ed assistita da molti dei suoi vicini, potea dar suggezione ad ogni altro potentato, ma non già ad Aureliano imperadore, che pel suo coraggio e saggio contegno, teneva sempre le vittorie in pugno. S’inviò dunque Aureliano da Roma con possente esercito verso l’Oriente per la strada solita di que’ tempi, cioè per terra alla volta di Bisanzio, pel cui stretto si passava in Asia. Ma prima di giugnervi, egli nettò2534 l’Illirico, e poi la Tracia da tutti i nemici del romano imperio, ch’erano tornati ad infestar [p. 959 modifica]quelle provincie. Scrive Aurelio Vittore2535 che a’ tempi d’esso Aureliano un certo Settimio nella Dalmazia prese il titolo d’imperadore, e da lì a poco ne pagò la pena, ammazzato da’ suoi proprii soldati. Quando ciò avvenisse, nol sappiamo. Per attestato bensì di Vopisco, Aureliano, perchè Cannabaude re e duca dei Goti dovea aver commesso delle insolenze nel paese romano, passato il Danubio, l’andò a ricercar nelle terre di lui; e datagli battaglia, lo uccise insieme con cinque mila di que’ Barbari combattenti. Probabilmente fu in questa congiuntura ch’egli prese la carretta di quel re, tirata da quattro cervi, su cui poscia entrò a suo tempo trionfante in Roma, siccome diremo. Furono trovate nel campo barbarico molte donne estinte vestite da soldati, e prese dieci di esse vive. Molte altre nobili donne di nazione gotica rimasero prigioniere2536, che Aureliano mandò dipoi a Perinto, acciocchè ivi fossero mantenute alle spese del pubblico, non già cadauna in particolare, ma sette insieme, acciocchè costasse meno alla repubblica. Sbrigato da questi affari, marciò Aureliano a Bisanzio, e passato lo stretto, al solo suo comparire ricuperò Calcedone e la Bitinia, che Zenobia avea sottomesso al suo imperio. Zosimo2537 nondimeno asserisce aver la Bitinia scosso il giogo de’ Palmireni, fin quando udì esaltato al trono Aureliano. Ancira nella Galazia sembra aver fatta qualche resistenza: certo è nondimeno che Aureliano se ne impadronì. Giunto poscia che egli fu a Tiana, città della Cappadocia2538, vi trovò le porte serrate e preparato quel popolo alla difesa. Dicono che Aureliano in collera gridasse: Non lascerò un cane in questa città. Vopisco, grande ammiratore del morto Apollonio, filosofo celebre, anzi mago, nativo di quella città, di cui tanto egli come altri antichi raccontano varie maraviglie, cioè molte favole, e che era tenuto da que’ popoli per un dio: Vopisco, dico, racconta ch’esso Apollonio comparve in sogno ad Aureliano, e lo esortò alla clemenza, se gli premeva di vincere: parole che bastarono a disarmare il di lui sdegno. Venne poi a trovarlo al campo Eraclammone, uno dei più ricchi cittadini di Tiana, sperando di farsi gran merito, col tradire la patria, e gl’insegnò un sito per cui si poteva entrare nella città. Fu essa, mercè di questo avviso, presa con facilità; e quando ognun si aspettava di darle il sacco, e di farne man bassa contro gli abitanti, Aureliano ordinò che fosse ucciso il solo traditore Eraclammone, con dire che non si potea sperar fedeltà da chi era stato infedele alla sua patria; ma lasciò godere ai di lui figliuoli tutta la eredità paterna, affinchè non si credesse che lo avesse fatto morire per cogliere le molte di lui ricchezze. Ricordata ad Aureliano la parola detta di non lasciare un cane in Tiana: Oh, rispose, ammazzino tutti i cani, che ne son contento: risposta applaudita fin dai medesimi soldati, benchè contraria alla lor brama e speranza del sacco. Se crediamo a Vopisco2539, Aureliano, continuato il cammino, arrivò ad Antiochia, capitale della Soria, e dopo una leggiera zuffa al luogo di Dafne, entrò vittorioso in quella gran città; e ricordevole dell’avvertimento datogli in sogno da Apollonio Tianeo, usò di sua clemenza anche verso di que’ cittadini. Passando dipoi ad Emesa, città della Mesopotamia, quivi con una fiera battaglia decise le sue liti con Zenobia. Ma Zosimo2540 diversamente scrive. Zenobia con grandi forze lo aspettò di piè fermo in Antiochia, e mandò incontro a lui la poderosa armata sua sino ad Imma, città molte miglia distante di là. Gran copia di arcieri si contava nello [p. 961 modifica]esercito di lei, e di questi penuriava quel de’ Romani. Avea inoltre Zenobia la sua numerosa cavalleria armata tutta da capo a’ piedi, laddove la romana non era composta se non di cavalli leggieri. Aureliano, mastro di guerra, osservato lo svantaggio, ordinò alla sua cavalleria di mostrar di fuggire, tantochè la nemica in seguitarli si trovasse assai stanca pel peso dell’armi, e che poi voltassero faccia, e menassero le mani. Così fu fatto, e seguì un’orribile strage dei Palmireni. Eusebio2541 scrive che si segnalò in quella gran battaglia un generale de’ Romani, appellato Pompeiano e cognominato il Franco, la cui famiglia durava in Antiochia anche a’ suoi dì. Non osavano i fuggitivi di portarsi ad Antiochia2542, per timore di non essere ammessi, o pur di essere tagliati a pezzi da’ cittadini, se si accorgevano della rotta lor data; ma Zabda, o sia Zaba, lor generale, preso un uomo che si rassomigliava ad Aureliano, e fatta precorrer voce che conduceva prigioniere lo imperadore stesso, trovò aperte le porte, e quietò il popolo. La notte seguente poi con Zenobia s’incamminò alla volta di Emessa. Entrò il vincitore Aureliano in Antiochia, ricevuto con alte acclamazioni da quegli abitanti, e perchè parecchi de’ più facoltosi si erano ritirati per paura dello sdegno imperiale, Aureliano pubblicò tosto un bando di perdono a tutti; e questa sua benignità fece ripatriar di buon grado ciascuno. Dopo aver dato buon ordine agli affari di Antiochia, ripigliò Aureliano il suo viaggio verso Emesa, dove s’era ridotta Zenobia. Trovato presso Dafne un corpo di Palmireni che voleano disputargli il passo, ne uccise un gran numero. Apamea, Larissa ed Aretusa nel viaggio vennero alla sua ubbidienza2543. Consisteva tuttavia l’armata di Zenobia in settanta mila combattenti sotto il comando di Zabda. Si venne dunque ad una altra campale giornata, che sulle prime fu o parve svantaggiosa ai Romani, perchè parte della lor cavalleria o per forza o consigliatamente piegò. Ma mentre la inseguivano i Palmireni, la fanteria romana di fianco gli assalì, e ne fece gran macello, non giovando loro l’essere tutti armati di ferro, perchè i Romani colle mazze li tempestavano e rovesciavano a terra. Piena di cadaveri restò quella campagna. Zenobia con gran fretta se ne fuggì, ritirandosi a Palmira; ed Aureliano fu ricevuto con plauso giulivo in Emesa, dove rendè grazie al dio Elagabalo, creduto autore di quella vittoria; e dopo aver presi e vagheggiati con piacere i tesori che Zenobia non avea avuto tempo di asportare, marciò con diligenza alla volta di Palmira, città fabbricata da Salomone ne’ deserti della Soria, o sia della Fenicia, ed assai ricca pel commercio che faceva co’ Romani e Persiani. Nel cammino fu più volte in pericolo, e riportò gravi danni l’armata sua dagli assassini soriani. Pur, giunto a Palmira, la strinse d’assedio. S’egli in questo o pur nel seguente anno riducesse a fine sì grande impresa, per mancanza di lumi non si può ora decidere. Sia lecito a me il differirne il racconto al seguente.