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Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750/228

Anno 228

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Anno di Cristo CCXXVIII. Indizione VI.
URBANO papa 7.
ALESSANDRO imperad. 7.
Consoli

MODESTO e PROBO.

Le conghietture del cardinal Noris1956, seguitate da’ susseguenti scrittori, sono che questi consoli portassero i nomi di Tiberio Manlio Modesto e Servio (non Sergio) Calpurnio Probo, perchè una iscrizione del Grutero1957 rammemora il consolato di Marco Acilio Faustino, e Triario Rufino, spettante all’anno di Cristo 210, poi quello di Tiberio Manilio ... e Servio Calpurnio ... poi quello di Alessandro Augusto, appartenente all’anno 229, e poi quello di Lucio Virio Agricola e Sesto Catto Clementino nell’anno 230. Ma non resta a tal conghiettura quieta la mente nostra per la tanta distanza de’ consoli dell’anno [p. 789 modifica]210 all’anno presente 228, potendo nel tempo di mezzo, ed in altro anno che nel corrente, essere stati consoli que’ due Tiberio Manilio e Servio Calpurnio, per le rivoluzioni succedute allora. Però più sicuro partito ho creduto di mettere solamente i lor cognomi, de’ quali niuno può dubitare. Difficil cosa è, per non dire di più, il mettere ai lor siti gli avvenimenti di questi tempi, perciocchè o ci mancano le storie, o son confusi o dubbiosi i lor testi. Sia a me dunque lecito di riferirne qui alcuni di molta importanza, che certamente dovettero accadere prima dell’anno seguente 229, quando sia fuor di dubbio che Dione istorico1958 terminasse la storia sua in esso anno 229. Quantunque regnasse un sì buon imperadore, pure avvenne che per una cagione assai lieve insorse una rissa fra il popolo di Roma e i pretoriani, voglio dire i soldati delle guardie. Crebbe tanto questo fuoco, che prese le armi, per tre dì si combattè aspramente fra loro colla mortalità di assaissime persone dall’un canto e dall’altro. Per la sua gran copia era in istato il popolo di opprimere i soldati; ma avendo costoro cominciato ad attaccar il fuoco alle case, esso popolo, per timore che tutta la città andasse in fiamme, fu forzato di trattar di accordo, e così ebbe fine quella guerra civile. Non si sa se prima o dopo di questo accidente succedesse l’altro della morte di Domizio Ulpiano, insigne giureconsulto di questi tempi e celebre nella storia delle leggi. Egli, siccome il più dotto e saggio dei senatori di allora, era come capo del consiglio cesareo1959, e più di lui che di altri si serviva l’Augusto Alessandro nel governo degli stati, facendo egli la funzione di segretario de’ memoriali e delle lettere. Arrivò anche ad essere prefetto del pretorio1960, dopo aver fatto ammazzare (probabilmente con processo e condanna giudiciaria) Flaviano e Cresio prefetti, per succedere loro in quella carica. Certamente dagli antichi storici vien molto esaltato il sapere, la prudenza e lo zelo di Ulpiano; e sappiamo che egli corresse non pochi abusi introdotti da Elagabalo; ma forse colla sua gran dottrina egli sapeva accoppiar l’ambizione ed altri vizii, credendosi ancora ch’egli odiasse di molto i Cristiani. O sia dunque che la morte data ai suddetti due prefetti irritasse forse gli animi de’ pretoriani, o pure che il loro sdegno provenisse dall’aver egli voluto riformare la scaduta lor disciplina, e trattarli con asprezza: certo è che essi pretoriani si sollevarono un giorno contra di lui, e dimandarono la sua morte ad Alessandro Augusto, che lungi dall’acconsentire alla loro dimanda, colla stessa sua porpora coprì e difese più di una volta Ulpiano. Ma questo nulla giovò. Una notte lo assalirono, ed egli scappò al palazzo, implorando la protezion dell’imperadore e dell’augusta Mammea sua madre: il che non ritenne gl’infuriati soldati dallo scannare sugli occhi dello stesso Augusto il misero Ulpiano. Ci viene bensì dicendo Lampridio che Alessandro si fece rispettar dalle sue milizie; e pure noi non sentiamo ch’egli facesse altro risentimento per così grave insulto fatto alla sua dignità, che di gastigare Epagato stato la principal cagione della morte di Ulpiano1961. Convenne ancora camminar in ciò con gran riguardo, cioè mandarlo prima per prefetto in Egitto, e poi in Candia, dove fu condannato e spogliato della vita: non essendosi attentata la corte di punirlo in Roma per timore di una nuova sedizione. Non si sa bene il netto e i motivi di quel torbido; e Zosimo1962 scrive che ne parlavano differentemente gli scrittori di questi tempi. Abbiamo nondimeno da questo medesimo storico, che i pretoriani, per timor della pena, proclamarono imperadore un [p. 791 modifica]Antonino, il quale destramente si ritirò, non volendo servir di giuoco alla lor pazza ribellione, nè più si lasciò vedere. Parla lo stesso Zosimo anche di un Urano schiavo, il quale proclamato Augusto, fu ben tosto preso e condotto ad Alessandro colla porpora che gli aveano messa indosso. Di un Urano appunto, che usurpò l’imperio in Edessa nella Osroena, e fu abbattuto da Alessandro, favella Giorgio Sincello1963; siccome ancora Vittore, di un Taurino (lo stesso forse che Urano) il quale acclamato dai soldati imperadore1964, per orrore di ciò si precipitò nell’Eufrate. Oscuri fatti son questi. Tuttavia che varie ribellioni si facessero, tutte nondimeno di poca durata, e tutte verisimilmente per colpa de’ soli pretoriani e degli altri soldati che sotto Caracalla ed Elagabalo si erano troppo male avvezzati, e per poco insolentivano, ne siamo assicurati da Dione1965. Aggiunge egli stesso, ch’essendo insorta la guerra in Mesopotamia, per le conquiste fatte da Artaserse re dei Persiani contra de’ Parti (del che parlerò andando innanzi), molti dell’armata romana, ch’era in quelle parti, desertando passavano ai Persiani, e più furono gli altri che non voleano combattere, e giunsero ad ammazzare Flavio Eracleone lor generale: tanto grande era divenuta la effeminatezza, sbrigliatezza ed impunità. Trovasi ancora nelle monete di questo anno1966 fatta menzione di una vittoria, senza che se ne sappia il perchè, e senza che Alessandro prendesse il titolo d’imperadore. Intanto non lasciava esso Augusto le applicazioni al governo de’ popoli con prudenza superiore alla sua età1967. Si ridusse nondimeno a non ammettere alcuno a ragionamenti di familiarità e confidenza, se non v’era presente il prefetto del pretorio ed altri de’ suoi ministri. E ciò avvenne perchè un Vetronio Turino, con cui egli trattava assai alla domestica, parlava di lui, come se fosse suo favorito, vantandosi di ottener tutto quanto voleva da lui. Passò più oltre, perchè cominciò a far bottega di questo suo mentito favore, e per le grazie fatte dall’imperadore esigeva de’ buoni regali dai corrivi, facendole credere impetrate da sè, contuttochè nè pure ne avesse detta una parola. Informato di ciò Alessandro, e che costui vendendo il fumo, screditava lo stesso Augusto, quasi che fosse un ragazzo e uno scioccherello che si lasciasse da lui menare pel naso: volle prima chiarirsi della verità del fatto, mandando sotto mano persona a raccomandarsi a Turino, per impetrar una grazia di molta importanza. Promise Turino di assistere; e dopo avergliela fatta saper buona col mostrare la difficoltà, e di aver parlato più volte, finalmente dappoichè fu spedita la grazia, in presenza di testimonii, si spacciò mezzano di essa, e volle un grosso pagamento, ancorchè nè pure una sillaba avesse detto di ciò all’imperadore. Allora Alessandro il fece accusare, e convinto, fu attaccato ad un palo con paglia umida e legne verdi intorno, che il soffocarono col fumo, gridando intanto il banditore: Col fumo è punito chi vendeva il fumo. Ciò avvenne prima che fosse ucciso Ulpiano. Veggonsi molti savii decreti di questo principe nel corpo delle leggi romane. Costituì egli dei corpi di cadauna arte, con dar loro dei difensori. Proibì l’andare gli uomini e le donne al medesimo bagno. Aveva anche formato il disegno che ogni ordine di cittadini avesse l’abito suo particolare, acciocchè si distinguesse dagli altri, e specialmente si riconoscessero gli schiavi. Ulpiano il distornò da questa risoluzione, perchè ne sarebbero insorte molte dispute fra le persone, e gli schiavi si sarebbono avveduti di essere in troppo maggior numero che la gente libera. Lamentandosi il popolo [p. 793 modifica]che la carne di bue e porco era troppo cara, in vece di calarne il prezzo, ordinò che non si ammazzassero vitelli, vacche, porchette e troie gravide: e in meno di due anni la carne suddetta venne a costare un solo quarto di quello che si vendeva in addietro.