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che questo Augusto sapea ben custodire il danaro. Ciò non vuol dire ch’egli, a guisa degli avari, il covasse. Solamente significa ch’egli non sel lasciava uscir delle mani per ispese di vanità, di gola o di lussuria. Che per altro egli largamente spendeva, e tutto in opere lodevoli, cioè in fabbriche ed altre imprese di utile, o di ornamento alla città di Roma, o per far guadagnare gli operai e il basso popolo. Istituì scuole di rettorica, grammatica, medicina, aruspicina, matematica, architettura e di macchine, con salarii fissi ai maestri, e vitto ai discepoli figliuoli di poveri, purchè liberi. Stese anche la sua liberalità agli oratori nelle provincia. A molte città deformate dai tremuoti rilasciò parte del danaro delle gabelle, acciocchè rimettessero in piedi gli edifizii pubblici e privati. A chi trovava de’ tesori li lasciava godere. Solamente s’erano di molto valore, ne faceva dar qualche parte ai suoi uffiziali. Fece fabbricar dei pubblici granai per cadaun rione di Roma, acciocchè chi n’era senza potesse quivi rinserrare i suoi grani. Diede compimento alle terme magnifiche, cioè ai bagni di Caracalla, e ne fabbricò ancora delle suntuose, che portarono il suo nome. Aggiunse inoltre varii altri bagni a que’ rioni di Roma che n’erano privi. Altri edifizii fece in quella città e a Baia, con risarcire i ponti fabbricati da Traiano, e con ristorar anche molte antiche memorie di Roma, e adornar quella città di assaissimi colossi, o sia di statue sopra l’usata misura, specialmente per li più rinomati imperadori, colle loro iscrizioni e con colonne di bronzo, dove erano descritte le loro imprese. Fabbricò eziandio molte case bellissime, e le donò a quegli amici suoi ch’erano in concetto di maggior probità. Non invidiava, non uccellava le ricchezze altrui, come usarono i cattivi principi; all’incontro stendeva la mano in aiuto de’ poveri; e massimamente le rugiade della sua beneficenza si spandevano sopra i nobili caduti in povertà non per loro colpa, e in povertà non finta, con donare ad essi delle terre, de’ servi, degli animali e degli utensili contadineschi; diede anche tre congiarii al popolo, e fece tre donativi alle milizie. Il danaro che ricavava dal dazio delle meretrici, dei ruffiani e di altre peggiori pesti, siccome pecunia infame, non volle che passasse nell’erario suo o pure del pubblico, ma che s’impiegasse nel mantenimento del teatro, del circo e dell’anfiteatro. Sua intenzione era parimente di proibire un detestabil vizio, che dalla sporca Gentilità si permetteva al pari di quel delle pubbliche donne; ma vi trovò tali difficoltà, che gli convenne desistere, e Dio riserbava alla santa Religione di Cristo una tal vittoria. Contuttociò fece confiscar i beni alle donne infami1955, delle quali trovò un infinito numero in Roma pagana piena di lordure, e mandò in esilio tutta la gran ciurma de’ nefandi garzoni, parte de’ quali nel viaggio, naufragando, perì.




Anno di Cristo CCXXVIII. Indizione VI.
URBANO papa 7.
ALESSANDRO imperad. 7.

Consoli

MODESTO e PROBO.

Le conghietture del cardinal Noris1956, seguitate da’ susseguenti scrittori, sono che questi consoli portassero i nomi di Tiberio Manlio Modesto e Servio (non Sergio) Calpurnio Probo, perchè una iscrizione del Grutero1957 rammemora il consolato di Marco Acilio Faustino, e Triario Rufino, spettante all’anno di Cristo 210, poi quello di Tiberio Manilio ... e Servio Calpurnio ... poi quello di Alessandro Augusto, appartenente all’anno 229, e poi quello di Lucio Virio Agricola e Sesto Catto Clementino nell’anno 230. Ma non resta a tal conghiettura quieta la mente nostra per la tanta distanza de’ consoli dell’anno