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Anno 217

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Anno di Cristo CCXVII. Indizione X.
CALLISTO papa 1.
MACRINO imperadore 1.
Consoli

CAIO BRUTTIO PRESENTE e TITO MESSIO EXTRICATO per la seconda volta.

Ricevette in quest’anno la corona del martirio san Zefirino papa, e fu in suo luogo posto nella cattedra di san Pietro Callisto, Svernò, come già accennai, l’Augusto Caracalla in Edessa1831, dove tanto egli che i soldati suoi viveano nelle delizie senza disciplina alcuna nelle case de’ cittadini, e prendendo come proprie tutte le loro sostanze; quando, secondo i regolamenti de’ tempi addietro, i soldati anche in tempo di verno abitavano sotto le pelli, cioè sotto le tende fatte di pelli. Lo stesso imperadore avea mutata la forma delle vesti militari, avendo presa dai Galli la foggia di un abito talare, appellato Caracalla, con cappuccio, di cui andava egli vestito1832, e voleva che andassero vestiti anche i soldati. Di là venne il soprannome a lui dato di Caracalla. Si avvidero allora i Parti che non erano poi lioni i Romani; anzi, in sapere che la vita molle del quartiere di verno e le fatiche dell’anno precedente aveano snervata la milizia romana, facean dei gran preparamenti per vendicarsi. Ma nè pur Caracalla si teneva le mani alla cintola, ammassando anche egli gente, e quanto occorreva per tornare in campagna contra di loro; quando Iddio volle mettere fine alle iniquità di questo indegno imperadore o piuttosto esecrabil tiranno. Esercitava in questi tempi l’uffizio di prefetto del pretorio, o sia capitan delle guardie, Marco Opellio Macrino, nativo d’Africa, i cui natali furono vilissimi. Era in età di circa cinquantatrè anni. Capitolino1833, nella Vita di lui, ne parla assai male. Dione, all’incontro, scrive1834 aver egli con alcune buone qualità compensati i difetti della sua bassa nascita, essendo stato competentemente dotto nello studio legale, uomo moderato, avvezzo a giudicare con molta equità, e che si facea amare. Avvenne che un indovino in Africa chiaramente disse ch’esso Macrino e Diaduminiano suo figlio, in età allora di circa nove anni, aveano da essere imperadori1835. Costui, mandato a Roma, confessò questo medesimo a Flavio Materniano, comandante delle milizie lasciate in Roma, il qual tosto ne spedi l’avviso a Caracalla Augusto. Ma, per attestato di Dione, non andò la lettera direttamente a lui, perchè ordine v’era di portar le lettere provenienti da Roma a Giulia Augusta, la quale, dimorando in Antiochia con grande autorità, avea l’incumbenza di accudire a tutti gli affari, per non isturbare il figliuolo occupato [p. 737 modifica]nella guerra coi Parti. Intanto avendo Ulpiano Giuliano, allora censore, inviato frettolosamente a Macrino un altr’uomo coll’avviso di quanto bolliva in Roma contra di lui, Macrino venne prima di Caracalla a risapere il pericolo a cui egli era esposto, perchè in simili casi vi andava la vita. Si aggiunse che un certo Serapione Egiziano pochi dì prima avea predetto a Caracalla che poco restava a lui di vita, e che gli succederebbe Macrino. Fu ben pagata la di lui predizione, con essere dato in cibo ai lioni. Imperciocchè Caracalla conduceva sempre seco una man di lioni, e specialmente ne amava uno assai dimestico, appellato Acinace (noi diremmo scimitarra), e il teneva a guisa d’un cane alla tavola, al letto od alla porta, con baciarlo sovente pubblicamente. Per tali accidenti determinò Macrino di prevenir la morte propria con procurar quella di Caracalla. Erodiano1836 aggiunge che Caracalla anche talvolta aspramente motteggiava Macrino, trattandolo da uomo da nulla nel mestier dell’armi, con giungere ancora a minacciargli la morte. Secondochè s’ha dal medesimo storico, arrivato il plico delle lettere spedite da Materniano, Caracalla, che in cocchio era dietro a far correre i suoi cavalli, lo diede a Macrino, come era suo costume alle volte, con ordine di riferirgli dipoi le cose importanti, e di eseguir intanto quelle che esigessero risoluzione. Trovò1837 per questo fortunato accidente Macrino il brutto avviso che di sua persona era dato a Caracalla. Osservi qui il lettore che mali effetti producesse una volta la troppa credenza agl’impostori indovini. Caracalla avea gli oroscopi e le geniture di tutti i nobili romani, credendo di conoscere chi l’amava o l’odiava, e chi gli potesse tendere insidie. Si folle credenza o produsse o almeno accelerò la di lui rovina. [p. 739 modifica]Macrino adunque, senza perdere tempo, giacchè credeva perduto sè stesso, qualora Materniano avesse con altre lettere replicato l’avviso, segretamente trattò con un tribuno delle guardie, appellato Giulio Marziale, della maniera di levar dal mondo l’iniquo Caracalla. Oltre all’essere Marziale uno de’ maggiori suoi amici, nudriva ancora un odio gravissimo contra di esso Augusto, perchè avea fatto morir, qualche tempo prima, indubitamente un di lui fratello. Promise egli di fare il colpo alla prima buona congiuntura. Infatti, nel dì 8 di aprile, essendo montato a cavallo Caracalla con poche guardie1838, per andare alla città di Carre a fare il sacrifizio alla dea Luna, appellata da quel popolo il dio Luno, essendo smontato per una necessità del corpo, e ritiratesi per riverenza le guardie; Marziale, che stava attento ad ogni momento per isvenarlo, se gli accostò con qualche pretesto, quando egli ebbe soddisfatto al bisogno, ovvero per aiutargli a risalire a cavallo, perchè non erano in uso allora le staffe. Quel che è certo, con un pugnale gli diede una ferita nella gola, e morto lo distese per terra. Perchè l’altre guardie non si avvidero così tosto del colpo fatto, avrebbe potuto salvarsi Marziale, se avesse lasciato indietro il pugnale. Ma riconosciuto da uno de’ Tedeschi, o pure Sciti, che scortavano Caracalla, gli scagliarono dietro delle freccie e l’uccisero. Divulgata la morte dell’imperadore, corse colà tutto l’esercito, e più degli altri Macrino si mostrò dolente d’una sciagura, per cui internamente facea gran festa il suo cuore. Ma a chi era morto nulla giovavano i lamenti altrui. Così Marco Aurelio Antonino, non meritevole d’essere da noi rammentato se non col soprannome di Caracalla, terminò i suoi giorni in età di ventinove anni, dopo aver regnato solo sei anni, due mesi ed alcuni giorni. Egli1839 era anche soprannominato Tarante, dal nome di un gladiatore, il più sparuto e scellerato uomo che vivesse sopra la terra. E morì odiato da tutti, ma non già dai soldati, ancorchè non pochi sofferissero mal volentieri che egli nelle sue guardie anteponesse i Germani e gli Sciti ai Romani. Macrino, fatto dipoi bruciare il di lui corpo, e riposte le ceneri in un’urna, le mandò ad Antiochia a Giulia sua madre. Dopo qualche tempo le fece egli stesso portare a Roma a seppellire nel mausoleo d’Adriano. Allorchè arrivò a Roma la nuova della morte di Caracalla, non si attentava la gente a mostrare di crederla vera, finchè, venuti più corrieri ed accertato il fatto, ognuno lasciò la briglia all’allegrezza, ma specialmente il senato e la nobiltà, a’ quali parve di ritornar in vita1840, perchè in addietro lor sempre parea di aver la spada pendente sul capo. Caricarono i senatori il nome e la memoria di lui dei più obbrobriosi titoli, ma per paura de’ soldati non ardirono di chiamarlo nemico pubblico. Anzi, creato che fu imperadore Macrino, vennero sue lettere, colle quali pregava il senato di decretare gli onori divini ad esso Caracalla, e bisognò ubbidire. E si vide allora, come osserva fin lo stesso Sparziano di professione pagano1841, questa orrida deformità, che un uccisore del padre e del fratello, un boia del senato e del popolo di Roma e d’Alessandria, l’orrore in somma del genere umano, presso il quale dopo morte si trovò una incredibile copia di varii veleni, per valersene a soddisfare le sue voglie crudeli: questo mostro, diss’io, conseguì il titolo di dio, e per ordine di un Macrino, che l’avea fatto uccidere, con aver da li innanzi tempio, sacerdoti e cultori. Saran pure stati contenti ed allegri di sì nobil compagnia gli dii della Gentilità! avran pure ottenuto delle belle [p. 741 modifica]grazie da questo nuovo dio i Pagani! Io tralascio i presagii della di lui morte riferiti da Dione1842, gran cacciatore di somiglianti augurii, ai quali per lo più si facea mente dopo il fatto. Quanto a Giulia Augusta, madre di esso Caracalla, si vuol ora avvertire che essa era nata in Soria, e probabilmente ella fu che condusse colà il figliuolo, forse per non partirne mai più. Grande era stata sotto Severo Augusto suo marito la di lei autorità, maggiore fu sotto il figlio Caracalla, di modo che comunemente veniva appellata Julia Domna, cioè Giulia signora e padrona. L’adulazione inoltre inventò per lei i titoli di madre degli Augusti, della patria, del senato, delle armate. Sparziano1843 le dà taccia di donna infame per gli adulterii, ed aggiunge anche un fatto più nero, cioè che il figliuolo, dopo la morte di Severo, la prese per moglie nella seguente maniera. Essendo ella bellissima femmina, si lasciò un dì vedere a Caracalla quasi affatto ignuda. Miratala in quell’atto Caracalla, disse: Io vorrei se fosse lecito...! Ed ella rispose: Purchè vi piaccia, è lecito. Non siete voi imperadore? A voi tocca di dar le leggi, e non di riceverle. Ed egli allora la sposò. Così orrido è il fatto, che lo stesso Sparziano tenne Giulia per matrigna, e non già per madre di Caracalla; e, da lui addottrinati, scrissero lo stesso anche Aurelio Vittore1844, Eutropio1845, Eusebio1846 ed altri; ma queste son tutte fandonie e calunnie. Dione, che fu famigliare di essa Giulia Augusta, ed Erodiano, che fiorì almeno in vicinanza di questi tempi, concordemente asseriscono che essa Giulia fu vera madre di Caracalla e di Geta1847, e ce la descrivono per donna savia ed applicata alla filosofia. Nè all’età di lei, che si dovea accostare ai cinquant’anni, conviene l’eccesso narrato da Sparziano. Oltre di che, se Caracalla l’avesse presa per moglie, non avrebbe trattato col re dei Parti di prender una di lui figliuola. Dalle dicerie degli Alessandrini venne questa calunniosa voce. Già vedemmo che la maldicenza la trattava da Giocasta. Contra chi è odiato nulla è più facile che l’inventare delitti oltre al vero. Non può già negarsi che Giulia non fosse donna di rara avvedutezza e disinvoltura. Ancorchè il barbaro Caracalla le avesse ammazzato in grembo il figliuolo Geta1848, pure seppe ella contener le sue lagrime, per non accusare ed irritare il bestial fratricida; anzi contraffaceva in pubblico a dispetto del suo dolore il volto sereno ed allegro, perchè era notata ogni sua parola ed ogni menomo gesto. Non si accorda ciò col dirsi da Sparziano1849, che avendo ella sparse alcune lagrime in compagnia di alcune dame, poco mancò che Caracalla non facesse morir lei e tutte quelle sue confidenti. Ci assicura Dione ch’ella da lì innanzi fu sommamente rispettata dal figliuolo Augusto, e che a lei diede l’incumbenza di rispondere alle lettere e di fare i rescritti ai memoriali, con dover solo riferire a lui le cose più importanti. Stavasene in Antiochia allorchè arrivò la nuova certa che il figliuolo Caracalla era stato tolto dal mondo1850. Sopraffatta dal dolore, più pugni si diede sul petto, che irritarono forte un cancro che già l’affliggeva. Scaricando ancora la sua bile contra di Macrino, altro non desiderava che di morire; non già che ella amasse il perduto figliuolo, ma perchè colla morte di lui era spirata la somma di lei autorità. Tuttavia, perchè Macrino le scrisse con assai civiltà, lasciandole tutti i suoi uffiziali e fin le guardie, anche ella lasciò andare il pensiero di non più vivere. Informato poi Macrino del suo sparlare, e ch’ella facea dei segreti [p. 743 modifica]maneggi per rendersi padrona dell’imperio, le mandò ordine di levarsi da Antiochia. Tra per questo, e per la nuova a lei pervenuta degli strapazzi fatti in Roma alla memoria e al nome di Caracalla, si lasciò essa dipoi morire col non volere cibarsi; benchè Erodiano1851 scrive, essere incerto se spontanea o forzata fu la di lei morte. Due giorni stette vacante l’imperio, perchè l’armata cesarea di Soria non sapea a chi conferirlo; e pur conveniva affrettarsi, perchè con poderoso sforzo di armati era già in campagna Artabano re de’ Parti, voglioso di vendicar le ingiurie e i danni a lui recati da Caracalla1852. Macrino esternamente parea non ricercare quella sublime dignità, per non dar sospetto all’armata di aver tenuta mano alla morte di Caracalla, ma segretamente faceva i suoi maneggi coi primi uffiziali, affinchè in lui cadesse la elezione. Per suggestione appunto di essi, nel dì 11 d’aprile, e non già per inclinazione che ne avessero, i pretoriani proclamarono Macrino imperadore: al che consentì il restante dell’esercito. Aveano prima tentato di alzare al trono Advento, prefetto anch’esso del pretorio; ma egli non avea voluto accettare, con allegar la troppo avanzata età. Anche Macrino fece alquanto lo schifoso, pure in fine mostrò di cedere alla lor premura1853. Diede un regalo ai soldati, e molto più ne promise. Per farsi anche credito presso i medesimi, assunse il nome di Severo; e però nelle monete1854 si trova chiamato Marco Opellio Severo Macrino: per lo che fu deriso, niuna attinenza avendo egli con Severo già Augusto. Vuol Capitolino che fosse da lui preso anche il nome d’Antonino; ma di ciò niun vestigio apparendo nelle monete e nelle iscrizioni, si crede un fallo di quello storico. Il nome bensì di Antonino, troppo caro all’esercito, diede egli a Diadumeniano suo figliuolo, con dichiararlo Cesare e principe della gioventù. Comparisce egli nelle monete1855 col nome di Marco Opellio Antonino Diadumeniano. Ha creduto il padre Pagi1856 che dal padre sul principio del suo imperio gli fosse conferita la podestà tribunizia, e che amendue prendessero il consolato dell’anno presente, sostituiti ai due consoli ordinarii. Ma questa opinione è appoggiata solamente a qualche medaglia1857, che sarà adulterata o falsa. Tale specialmente è, a mio credere, una, in cui Diadumeniano è chiamato all’anno seguente console per la seconda volta, ornato della tribunizia podestà per la seconda, imperadore, pontefice massimo e padre della patria. Dio sa se Diadumeniano fu nè pure imperadore Augusto. Erodiano1858, Dione1859, Capitolino1860 e Lampridio1861 o ne dubitano, o chiaramente il riconoscono non più che Cesare. Il che risulta ancora da una iscrizione esistente nel museo cesareo, e da altre nell’appendice da me1862 pubblicate, dove nell’anno seguente Diadumeniano tuttavia vien detto Cesare e principe della gioventù, e non già imperadore, nè console, e tanto meno console per la seconda volta. Ivi ancora s’incontra Macrino console, ma senza segno alcuno di aver egli altra volta tenuta la dignità consolare. Impostori di medaglie, non men che d’iscrizioni antiche, non sono mancati negli ultimi secoli. Scrisse poi Macrino lettere di molta sommessione al senato, il quale non fece difficoltà di accettarlo, qualunque egli fosse: tanto era il piacere di vedersi liberato dal carnefice Caracalla. Perciò il proclamarono patrizio romano1863, che [p. 745 modifica]nè pur tale era egli in addietro; e gli conferirono la podestà tribunizia e l’autorità proconsolare con tutti gli altri onori. Trovavasi imbrogliato Macrino, perchè dall’un canto, per non dispiacere ai soldati, dovea mostrare di amar la memoria di Caracalla: e, ciò facendo, disgustava il senato ed innumerabili altri. Tuttavia cassò alcune leggi ingiuste di Caracalla, levò via le esorbitanti pensioni da lui accordate1864, relegò ancora in un’isola Lucio Priscilliano, famoso per gli combattimenti da lui bravamente fatti con assaissime fiere, ma più per le sue calunnie, che aveano cagionata la morte di moltissimi cavalieri e senatori, allorchè era favorito di Caracalla1865. Anche tre senatori, spie d’esso Caracalla, ebbero il medesimo gastigo, con altri non pochi di minore sfera. Intanto il re dei Parti Artabano, messo insieme un formidabile esercito di fanti e cavalli, entrò nella Mesopotamia, e veniva a bandiere spiegate per vendicarsi de’ torti a lui fatti dal perfido Caracalla. Macrino, uomo di poco cuore, spedì ambasciatori per placarlo e per trattar di pace. Ma Artabano mise ad alto prezzo questa pace, con pretendere il rifacimento delle terre e città rovinate da’ Romani, ed eccessive somme di danaro in compenso de’ sepolcri guasti e di tanti altri danni recati al suo paese. Appena ebbe data questa risposta, che comparve con tutte le sue forze in faccia ai Romani nelle vicinanze di Nisibi1866. Due sanguinosissime battaglie si fecero, dove perì innumerabil gente, e sempre con isvantaggio de’ Romani. Allora il tremante Macrino più che mai rinforzò le preghiere per la pace, ed Artabano ebbe anch’egli i suoi motivi di concorrere in essa, ma con venderla ben cara. Scrive Dione, aver Macrino spesi cinque milioni di ducatoni per far cessare questa guerra, con aver anche restituiti i prigionieri e quel bottino che si potè. Se merita in ciò fede Capitolino1867, Macrino ebbe da combattere ancora coi popoli dell’Armenia e dell’Arabia Felice, ed in ciò mostrò valore, e fu fortunato. Abbiamo solamente da Dione ch’egli stabilì la pace con quel re Tiridate. Sembra poco verisimile l’altro punto dell’Arabia Felice. Andarono queste nuove a Roma, e tuttochè sia da credere che il senato avesse delle informazioni fedeli de’ sinistri successi, pure serrò gli occhi, e alle lettere di Macrino, che parlavano di vittoria, e promettevano ottimo governo, rispose con pienezza di civiltà e di congratulazioni, accordandogli il titolo di Partico e il trionfo, ch’egli nondimeno ricusò, per non sentire i rimproveri della sua coscienza. Avvicinandosi poi il verno, egli sen venne ad Antiochia, e compartì l’armata per la Soria.