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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/398


in quella città. Da uno di quegli oracoli Caracalla fu chiamato una fiera; ma chi v’ha che non l’abbia a chiamar tale, e vedute crudeltà sì enormi? Anch’egli nondimeno si gloriava di questo, benchè molti poi facesse uccidere, perchè divulgavano l’oracolo suddetto. Tornossene questa fiera Augusta ad Antiochia, con animo di far una delle sue frodi anche ad Artabano re dei Parti. Se crediamo ad Erodiano1825, gli dimandò per moglie una di lui figliuola, proponendo nello stesso tempo di far una specie di unione delle due monarchie, sufficiente ad assoggettar tutto il mondo allora conosciuto. Non ne volea sentir parlare a tutta prima Artabano, ma poscia, accettato il partito, lasciò campo a Caracalla d’inoltrarsi nel suo regno, come s’egli andasse a prendere la sposa, e a visitar il re suocero. Venne da una certa città ad incontrarlo Artabano con immensa quantità di gente tutta inghirlandata e senz’armi. Allora Caracalla comandò a’ suoi di menar le mani contra de’ Parti, che, trovandosi privi di cavalli e d’armi, ed imbrogliati dalle vesti lunghe, nè poteano punto difendersi, nè speditamente fuggire. Gran carnificina vi fu fatta; il re ebbe tempo di scappare; restò il paese in preda ai Romani, i quali, stanchi del tanto uccidere e rubare, se ne tornarono finalmente nella Mesopotamia colla gloria di essere insigni traditori. Dione1826, all’incontro, lasciò scritto (ed è ben più verisimile il suo racconto) che avendo Artabano promesso la figliuola a Caracalla, e poi negatala, perchè s’avvide avere un sì perfido Augusto dei perniciosi disegni sopra il suo regno, e che non era uomo da fidarsi di lui; allora Caracalla ostilmente entrò nella Media, saccheggiò e smantellò varie città, e fra l’altre Arbela, e distrusse i sepolcri dei re parti. Si servì ancora di lioni, mandandoli a quelle genti1827. Dione nondimeno scrive che fu un solo lione, che, calato all’improvviso dal monte, fece del male ai Parti. Ora, quantunque niuna battaglia seguisse, perchè i Parti scapparono alle montagne, e di là dal fiume Tigri, pure il vano imperadore scrisse al senato magnifiche lettere di queste sue vittorie, colle quali avea conquistato tutto l’Oriente, e volle il titolo di Partico. Si sapeva a Roma quel ch’era, ma convenne far vista di credere illustri e memorande quelle imprese. Nelle monete1828 dell’anno seguente si trova menzionata la vittoria partica, ma non si vide già che egli prendesse il titolo di Imperadore per la quarta volta, benchè al Tillemont1829 sia sembrato di vederlo. Venne1830 poscia Caracalla coll’armata a prendere la stanza di verno nella città di Edessa, assai contento delle sue strepitose prodezze.




Anno di Cristo CCXVII. Indizione X.
CALLISTO papa 1.
MACRINO imperadore 1.

Consoli

CAIO BRUTTIO PRESENTE e TITO MESSIO EXTRICATO per la seconda volta.

Ricevette in quest’anno la corona del martirio san Zefirino papa, e fu in suo luogo posto nella cattedra di san Pietro Callisto, Svernò, come già accennai, l’Augusto Caracalla in Edessa1831, dove tanto egli che i soldati suoi viveano nelle delizie senza disciplina alcuna nelle case de’ cittadini, e prendendo come proprie tutte le loro sostanze; quando, secondo i regolamenti de’ tempi addietro, i soldati anche in tempo di verno abitavano sotto le pelli, cioè sotto le tende fatte di pelli. Lo stesso imperadore avea mutata la forma delle vesti militari, avendo presa dai Galli la foggia di un abito talare, appellato Caracalla, con cappuccio, di cui andava egli vestito1832, e voleva che andassero vestiti anche i soldati. Di là venne il soprannome a lui dato di Caracalla. Si avvidero allora i Parti che non erano poi lioni i Romani; anzi, in sapere che la vita molle del quartiere di verno e le fatiche dell’anno precedente aveano snervata la milizia romana, facean dei gran preparamenti per vendicarsi. Ma nè pur Caracalla si teneva le mani alla cintola, ammassando anche egli gente, e quanto occorreva per tornare in campagna contra di loro; quando Iddio volle mettere fine alle iniquità di questo indegno imperadore o piuttosto esecrabil tiranno. Esercitava in questi tempi l’uffizio di prefetto del pretorio, o sia capitan delle guardie, Marco Opellio Macrino, nativo d’Africa, i cui natali furono vilissimi. Era in età di circa cinquantatrè anni. Capitolino1833, nella Vita di lui, ne parla assai male. Dione, all’incontro, scrive1834 aver egli con alcune buone qualità compensati i difetti della sua bassa nascita, essendo stato competentemente dotto nello studio legale, uomo moderato, avvezzo a giudicare con molta equità, e che si facea amare. Avvenne che un indovino in Africa chiaramente disse ch’esso Macrino e Diaduminiano suo figlio, in età allora di circa nove anni, aveano da essere imperadori1835. Costui, mandato a Roma, confessò questo medesimo a Flavio Materniano, comandante delle milizie lasciate in Roma, il qual tosto ne spedi l’avviso a Caracalla Augusto. Ma, per attestato di Dione, non andò la lettera direttamente a lui, perchè ordine v’era di portar le lettere provenienti da Roma a Giulia Augusta, la quale, dimorando in Antiochia con grande autorità, avea l’incumbenza di accudire a tutti gli affari, per non isturbare il figliuolo occupato