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Anno 189

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Anno di Cristo CLXXXIX. Indizione XII.
VITTORE papa 4.
COMMODO imperadore 10.
Consoli

SILANO e SILANO

Siamo assicurati dai fasti antichi, essere stati in quest’anno consoli ordinari due Silani. Che il primo si chiamasse Giunio Silano, lo conghiettura il Panvinio1485, ma non è certo. Vogliono che l’altro si chiamasse Servilio Silano, e con più ragione, sapendosi da Lampridio1486, che Commodo tolse di poi la vita ad un consolare di questo nome. Una iscrizione riferita dal Fabretti1487 si vede posta C. ATILIO, Q. SERVILIO COS., ma non si può arrivar a sapere se appartenga all’anno presente. In questo sì giudicò il padre Pagi1488 che accadesse quanto narrano Dione1489 e Lampridio1490, cioè che si contarono venticinque consoli in un anno solo. Il Panvinio credette questa deforme scena nell’anno 185, senza badare che Cleandro, salito molto più tardi in auge, ne fu l’autore, e per cogliere verisimilmente un grosso regalo da tanti soggetti vogliosi di quell’onore. Quando ciò sia avvenuto nell’anno presente, certo sarà che nel medesimo giunse al consolato anche Settimio Severo, il qual fu poi imperadore, scrivendo Sparziano1491 ch’egli sostenne il primo consolato con Apulejo Rufino, designato1492 da Commodo a quella dignità insieme con molti altri. Strano poi sembra che il medesimo Sparziano1493 dica nato Geta, figliuolo di Settimio Severo, mentre erano consoli Severo e Vitellio, quando avea dato Rufino per collega a Severo. Seguitava intanto Cleandro1494 a far delle estorsioni, e a vendere gli onori, impoverendo la sciocca gente che correva a comperare da lui il fumo. Uno di questi fu Giulio Solone, uomo ignobile, che per la vanità di salire al grado di senatore, consumò quasi tutte le sue facoltà, di modo che fu detto argutamente, che Solone, a guisa de’ condannati, era stato spogliato de’ suoi beni, e relegato nel senato. Ma quando men se l’aspettava, arrivò ancora Cleandro al fine dovuto ai pari suoi. Il precipizio suo vien differito dal padre Pagi all’anno seguente; dal Tillemont vien riferito1495 al presente. In tale incertezza credo io meglio di parlarne qui. Entrò in questi tempi1496 una fierissima peste in Italia1497, e per le poche precauzioni che si costumavano allora, si diffuse ben tosto per tutte le città, e passò anche oltramonti. Questo di raro avea essa, che non men gli uomini che le bestie perivano. In casi tali, quanto più vaste e popolate son le città, tanto maggiormente infierisce il malore nella folta misera plebe. Così fu [p. 617 modifica]in Roma. Dione, testimonio di veduta, asserisce che per lo più ogni dì vi morivano duemila persone. Rinnovossi inoltre allora l’uso di certi aghi attossicati, co’ quali fu data la morte a non pochi. Commodo, per consiglio de’ medici, si ritirò a Laurento, luogo fresco alla marina, e pieno di lauri, creduti allora per l’odor loro un possente scudo contro la peste. A questo gravissimo male s’aggiunse la carestia, facile disgrazia, massimamente alle grandi città, dove immenso è il popolo, e dove allorchè infierisce la peste, molti si guardano dall’accostarvisi per timor della vita. Dicono che Dionisio Papirio, presidente dell’annona, accrebbe maggiormente la penuria dei viveri, colla mira che il popolo già irritato contra di Cleandro, per le tante ruberie, ne attribuisse a lui la colpa, e si alzasse a rumore contra di lui, siccome in fatti avvenne. Sapevasi ch’egli avea comperata gran quantità di grano, nè lo lasciava uscire de’ suoi granai. In mezzo a sì calamitosi tempi mirabile è la facilità, con cui può sorgere e prender piede una voce ed opinione anche più spallata. Fu dunque detto che Cleandro tendesse ad occupar il trono imperiale. Le ricchezze da lui adunate, e il grano ammassato avea da servire a guadagnar in suo favore i pretoriani e l’altre milizie romane. Di più non occorse, perchè si facesse una sollevazione. Non vanno ben d’accordo Dione ed Erodiano in raccontar le circostanze del fatto. Molto meno Lampridio1498, che attribuisce la odiosità del popolo contro Cleandro all’aver costui fatto morire Arrio Antonino, personaggio di gran credito, a forza di calunnie, perchè, essendo egli proconsole dell’Asia, avea condannato un certo Attalo, probabilmente creatura del medesimo Cleandro. Confessano poi, tanto Erodiano quanto Dione, che Commodo in tempo di questa sollevazione si trovava nella villa di Quintilio poco lungi da Roma, dove attendeva a’ suoi infami piaceri. Aggiugne Dione, che si fecero in quel tempo le corse de’ cavalli nel circo: il che mi fa sospettare che fosse già terminata in Roma la peste, e solamente allora si provasse il flagello della carestia. Comunque sia, parte del popolo spronato dalla fame, e mosso dalle grida di moltissimi fanciulli attruppati, condotti da una fanciulla d’alta statura, e di terribile aspetto, creduta dalla buona gente una dea, si mosse in furia, e andò al palazzo di villa, dove dimorava coll’imperadore Cleandro. Quindi, dopo aver gridato: Viva il nostro Augusto! dimandarono di aver in mano il traditore Cleandro, caricandolo intanto d’infinite villanie. Nulla ne intese Commodo, immerso nei suoi divertimenti. Cleandro allora ordinò che il corpo di cavalleria di guardia dissipasse quella gentaglia, e fu puntualmente ubbidito. Misero que’ cavalieri in fuga il popolo disarmato, ne uccisero o ferirono molti, inseguendoli fin dentro le porte di Roma. Mossesi allora a rumore tutto il popolo, e correndo ai balconi e su per gli tetti, cominciò a tempestar con sassi e tegole i cavalieri; unissi ancora col popolo parte de’ soldati a piedi della città: e tutti con armi e grida cominciarono una fiera battaglia colla peggio de’ cavalieri, parte scavalcati o feriti, o morti, e gl’inseguirono sino al1499 palazzo suburbano dell’imperadore. Niuno si attentava a far motto di ciò a Commodo. Marzia, già concubina di Quadrato, che non era già stata uccisa, come si legge in Sifilino, quella fu che ne avvisò l’imperadore. Erodiano, all’incontro, scrive essere stata Fadilla sorella del medesimo Augusto, che, atterrita dal rumore, corse scapigliata a’ piedi del fratello, e l’avvertì del pericolo, in cui egli con tutti i suoi si trovava, se non sagrificava allo sdegno del popolo quel suo scelleratissimo ministro. Altri, che ivi si trovavano, calcarono la mano, accrescendogli la paura talmente, ch’egli in fine, fatto chiamar Cleandro, ordinò [p. 619 modifica]che gli fosse tagliato il capo, e consegnato sopra un’asta al popolo. Spettacolo di gran letizia fu la testa di costui a chi l’odiava, e strascinò poscia il di lui cadavero per la città. Due piccoli figliuoli suoi vi perderono anch’essi la vita; nè finì questa turbolenza, che anche molti familiari o favoriti di esso Cleandro vennero uccisi: con che restò quieto il tumulto. Lampridio aggiugne che Apolausto ed altri liberti di corte in tal congiuntura rimasero anch’essi vittima del furore popolare; e Commodo, per testimonianza di Dione, fece poi morire il sopra mentovato presidente dell’annona Papirio, dando probabilmente a lui tutta la colpa del nato sconcerto. In luogo di Cleandro creati furono prefetti del pretorio Giuliano e Regillo, e la presidenza dell’annona fu conferita ad Elvio Pertinace, il quale doveva essere poco prima tornato dalla Bretagna, con fama d’aver anch’egli di là incitato Commodo contro di Antistio Burro e di Arrio Antonino, imputando loro che aspirassero all’imperio. Commodo non si attentava più, siccome timidissimo, di rientrare in Roma. Tanto cuore gli fecero i suoi confidenti1500, che comparve colà, e fu accolto con grandi acclamazioni del popolo: del che si consolò non poco. Eusebio1501 sotto il presente anno scrive che Commodo fece levar la testa al colosso fabbricato da Nerone, per mettervi la sua. Vedremo ben altri più ridicoli eccessi della di lui vanità.