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in Roma. Dione, testimonio di veduta, asserisce che per lo più ogni dì vi morivano duemila persone. Rinnovossi inoltre allora l’uso di certi aghi attossicati, co’ quali fu data la morte a non pochi. Commodo, per consiglio de’ medici, si ritirò a Laurento, luogo fresco alla marina, e pieno di lauri, creduti allora per l’odor loro un possente scudo contro la peste. A questo gravissimo male s’aggiunse la carestia, facile disgrazia, massimamente alle grandi città, dove immenso è il popolo, e dove allorchè infierisce la peste, molti si guardano dall’accostarvisi per timor della vita. Dicono che Dionisio Papirio, presidente dell’annona, accrebbe maggiormente la penuria dei viveri, colla mira che il popolo già irritato contra di Cleandro, per le tante ruberie, ne attribuisse a lui la colpa, e si alzasse a rumore contra di lui, siccome in fatti avvenne. Sapevasi ch’egli avea comperata gran quantità di grano, nè lo lasciava uscire de’ suoi granai. In mezzo a sì calamitosi tempi mirabile è la facilità, con cui può sorgere e prender piede una voce ed opinione anche più spallata. Fu dunque detto che Cleandro tendesse ad occupar il trono imperiale. Le ricchezze da lui adunate, e il grano ammassato avea da servire a guadagnar in suo favore i pretoriani e l’altre milizie romane. Di più non occorse, perchè si facesse una sollevazione. Non vanno ben d’accordo Dione ed Erodiano in raccontar le circostanze del fatto. Molto meno Lampridio1498, che attribuisce la odiosità del popolo contro Cleandro all’aver costui fatto morire Arrio Antonino, personaggio di gran credito, a forza di calunnie, perchè, essendo egli proconsole dell’Asia, avea condannato un certo Attalo, probabilmente creatura del medesimo Cleandro. Confessano poi, tanto Erodiano quanto Dione, che Commodo in tempo di questa sollevazione si trovava nella villa di Quintilio poco lungi da Roma, dove attendeva a’ suoi infami piaceri. Aggiugne Dione, che si fecero in quel tempo le corse de’ cavalli nel circo: il che mi fa sospettare che fosse già terminata in Roma la peste, e solamente allora si provasse il flagello della carestia. Comunque sia, parte del popolo spronato dalla fame, e mosso dalle grida di moltissimi fanciulli attruppati, condotti da una fanciulla d’alta statura, e di terribile aspetto, creduta dalla buona gente una dea, si mosse in furia, e andò al palazzo di villa, dove dimorava coll’imperadore Cleandro. Quindi, dopo aver gridato: Viva il nostro Augusto! dimandarono di aver in mano il traditore Cleandro, caricandolo intanto d’infinite villanie. Nulla ne intese Commodo, immerso nei suoi divertimenti. Cleandro allora ordinò che il corpo di cavalleria di guardia dissipasse quella gentaglia, e fu puntualmente ubbidito. Misero que’ cavalieri in fuga il popolo disarmato, ne uccisero o ferirono molti, inseguendoli fin dentro le porte di Roma. Mossesi allora a rumore tutto il popolo, e correndo ai balconi e su per gli tetti, cominciò a tempestar con sassi e tegole i cavalieri; unissi ancora col popolo parte de’ soldati a piedi della città: e tutti con armi e grida cominciarono una fiera battaglia colla peggio de’ cavalieri, parte scavalcati o feriti, o morti, e gl’inseguirono sino al1499 palazzo suburbano dell’imperadore. Niuno si attentava a far motto di ciò a Commodo. Marzia, già concubina di Quadrato, che non era già stata uccisa, come si legge in Sifilino, quella fu che ne avvisò l’imperadore. Erodiano, all’incontro, scrive essere stata Fadilla sorella del medesimo Augusto, che, atterrita dal rumore, corse scapigliata a’ piedi del fratello, e l’avvertì del pericolo, in cui egli con tutti i suoi si trovava, se non sagrificava allo sdegno del popolo quel suo scelleratissimo ministro. Altri, che ivi si trovavano, calcarono la mano, accrescendogli la paura talmente, ch’egli in fine, fatto chiamar Cleandro, ordinò