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Anno 15

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Anno di Cristo xv. Indizione iii.
Tiberio imperadore 2.


Consoli


Druso Cesare figliuolo di Tiberio

e Caio Norbano Flacco.


Fu massimamente in quest’anno un bel vedere, con che attenzione, moderazione e modestia si applicasse Tiberio al governo1. Non volle che si premettesse al suo nome il titolo d’imperadore. Si adirava con chi osasse chiamarlo signore; e a’ soldati permetteva il nominarlo per imperadore: giacchè tal nome, siccome dissi, solamente allora significava generale d’armata. Il glorioso nome di Padre della Patria non permise mai che il senato glielo desse, forse perchè abborriva l’adulazione, [p. 47|48 modifica]ed egli in sua coscienza dovea forse sapere di non poterlo meritare giammai. E certamente scrivendo una volta al senato2 che vilmente pregava di ricevere questo titolo, disse: «Se per mia disavventura un qualche dì accadesse, che voi dubitaste della mia buona intenzione e della sincerità dell’affetto che a voi professo (il che se dovesse avvenire, desidero piuttosto che la morte mia prevenga la mutazion della vostra opinione), questo titolo di Padre della patria niente d’onore recherebbe a me, e servirebbe solo di rimprovero a voi per aver fallato il giudicare di me, e per avere spropositatamente dato a me un cognome che non mi conveniva.» Benchè passasse in lui per eredità il titolo d’Augusto, pure non l’usava se non talvolta in iscrivendo ai re; e solamente leggendolo o ascoltandolo a sè dato, non l’avea a male; e però sovente si trova nelle iscrizioni e medaglie d’allora. Il nome di Cesare era a lui famigliare; e talora usò il cognome di Germanico, per le vittorie riportate in Germania, siccome ancor quello di Principe del Senato, cioè di primo fra i senatori. Soleva perciò dire ch’egli era: «Signore de’ propri schiavi, imperadore (cioè generale) dei soldati, e primo fra gli altri cittadini di Roma.» Per la stessa ragione vietò sulle prime ad ognuno il fabbricargli dei templi come s’era fatto ad Augusto; nè volle sacerdoti flamini. Col tempo permise ciò alle città dell’Asia, ma nol volle permettere a quelle della Spagna e d’altri paesi. Che se talun desiderava d’innalzargli statue, o di esporre l’immagine sua, nol potea fare senza di lui licenza; e questa si concedea, sempre colla condizione che non si mettessero fra i simulacri degl’iddii, ma solamente per ornamento delle case. Altre simili distinzioni d’onore rifiutò egli, e soprattutto amava di comparire popolare; camminando per la città con poco seguito, e senza voler corteggio servile di gente nobile; onorando non[p. 48] solo i grandi, ma anche la bassa gente, e tenendo al suo servigio un discreto numero di schiavi. Nel senato poi e nei giudizii del foro, non si piccava punto di preminenza, dicendo e lasciando che ogni altro liberamente dicesse il suo parere: nè si sdegnava se si risolveva in contrario al suo. Niuna risoluzione prendeva egli mai senza sentire i senatori consiglieri eletti da lui. Era sollecito in impedire gli aggravi de’ popoli e le estorsioni de’ ministri; e ad alcuni governatori che l’esortavano ad accrescere i tributi, o pure a quel dell’Egitto, che mandò più danaro di quel che si solea ricavare, rispose: «Che le pecore s’han da tosare, e non già da levar loro la pelle.» In somma Tiberio avea testa per esser un ottimo principe e glorioso imperatore; e pur pessimo riuscì, perchè all’intendimento prevalse di troppo, siccome vedremo, la maligna sua inclinazione3. All’incontro Livia Augusta sua madre, donna gonfia più d’ogni altra di fasto e di vanità, facea gran figura in Roma. Nulla avea omesso, fatte avea anche delle enormità affinchè il figliuolo arrivasse a dominare per isperanza di continuare a dominar come prima sotto l’ombra di lui. Ma era ben diverso da quello d’Augusto l’amor di Tiberio. La tenne egli, per quanto potè, sempre bassa, senza permettere che l’adulatore senato le desse certi titoli d’onore che maggiormente l’avrebbono insuperbita; talvolta diceva a lei stessa, «non esser conveniente alle donne il mischiarsi negli affari di Stato.» Quantunque talvolta si regolasse secondo i di lei consigli, pure il men che potea l’onorava di sue visite; ed anche visitandola, poco vi si tratteneva, affinchè non paresse ch’egli si lasciasse governare da lei. Fece anche di più col tempo, siccome vedremo.

Comandava intanto le armate di Germania il giovane Germanico Cesare. Ancorchè fosse lontano da Roma, per cura di Tiberio gli fu conceduto il trionfo, [p. 49|50 modifica]celebrato poi nell’anno seguente, in ricompensa di quanto egli avea finora operato in quella guerra4. Durava questa in Germania, ed erano tuttavia in armi Arminio e Segeste, due primari capitani di quelle contrade; ma fra loro discordi, perchè Arminio, rapita una figliuola di esso Segeste, promessa ad un altro, la avea presa per moglie a dispetto del padre. Con due corpi d’armata assai poderosi, l’uno comandato da Germanico, l’altro da Aulo Cecina, legato dello esercito, fu portata la guerra addosso ai popoli Catti (oggidì creduti gli Assiani) e preso il loro paese. Mosse in questi tempi Arminio una sedizione contra del suocero Segeste, il quale, trovandosi assediato, spedì il figliuolo Segimondo a Germanico per aiuto. Accorsero i Romani; furon messi in rotta gli assedianti, liberato Segeste, e presa con altre nobili donne la di lui figliuola, gravida allora del marito Arminio. Questo fatto e le tante grida d’Arminio cagion furono che presero l’armi per lui i Cherusci ed Ingujomero di lui zio paterno. Seguirono poi due combattimenti. Nel primo toccò la peggio ad Arminio; nell’altro ebbe Cecina colle sue brigate non poca fatica a ridursi in salvo, ma dopo averne riportate molte ferite. Fu allora che Agrippina, moglie di Germanico, fece comparire l’animo suo virile. Per la suddetta disgrazia era corsa voce che i Germani venivano per passare ostilmente nella Gallia. Impedì la valorosa donna che non si guastasse il ponte sul Reno, come volevano que’ cittadini. Messasi ella stessa alla testa del medesimo, graziosamente accolse le legioni che malconce ritornavano dal suddetto fatto d’armi, con far medicare i feriti, e donar vesti a chi avea perdute le sue. Riferita a Tiberio questa gloriosa azione d’Agrippina, siccome egli odiava la stirpe d’Agrippa, e il suo pascolo era la diffidenza, ne fece doglianze nel senato, con esporre l’indecenza che una donna si usurpasse lo[p. 50] ufficio de’ generali e dei legati, ed accusandola di mire più alte, per esaltare il marito e il figliuolo Caligola. Nè mancò il favorito Sejano di maggiormente fomentar in Tiberio sì fatte gelosie. Meno è da credere che non facesse Livia Augusta, solita a mirar di mal occhio Germanico, e più la di lui moglie secondo lo stil delle femmine. Corsero dipoi gran pericolo di restar affogate nell’acque due legioni comandate da Publio Vitellio. Segimero, fratello di Segeste, col figliuolo si rendè ai Romani; e con questi, poco per altro fortunati avvenimenti, ebbe fine la campagna dell’anno presente. Pagò appunto in quest’anno Tiberio il pingue legato lasciato da Augusto al popolo romano. A ciò fare fu spinto da una pungente burla5. Nel passare la piazza un cadavero, portato alla sepoltura, accostatosi alle orecchie del morto un buffone, in bassa voce gli disse o pur finse di dire alcune parole. Interrogato poi dagli amici, rispose di avergli ordinato d’avvertire Augusto della non per anche eseguita testamentaria volontà. Le spie ne rapportarono tosto l’avviso a Tiberio, il quale non tardò a pagare il legato, con far poco appresso morir l’autore della burla, dicendo ch’egli stesso porterebbe più presto ad Augusto le nuove di questo mondo6. Prese Tiberio in quest’anno nel dì 10 marzo il titolo di Pontefice Massimo.

Note

  1. Dio., lib. 57. Suetonius in Tiber., cap. 26.
  2. Sueton., ibid, cap. 67.
  3. Dio., lib. 57 Tacitus, Annal., lib. i, cap. 16. Sueton. in Tiber, cap. 50.
  4. Tacitus, Annal. lib. I, cap. 9.
  5. Dio., lib. 56.
  6. Panvin. in Fast. Blanchin. in Anast.