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47 ANNALI D'ITALIA ANNO XV. 48

ed egli in sua coscienza dovea forse sapere di non poterlo meritare giammai. E certamente scrivendo una volta al senato1 che vilmente pregava di ricevere questo titolo, disse: «Se per mia disavventura un qualche dì accadesse, che voi dubitaste della mia buona intenzione e della sincerità dell’affetto che a voi professo (il che se dovesse avvenire, desidero piuttosto che la morte mia prevenga la mutazion della vostra opinione), questo titolo di Padre della patria niente d’onore recherebbe a me, e servirebbe solo di rimprovero a voi per aver fallato il giudicare di me, e per avere spropositatamente dato a me un cognome che non mi conveniva.» Benchè passasse in lui per eredità il titolo d’Augusto, pure non l’usava se non talvolta in iscrivendo ai re; e solamente leggendolo o ascoltandolo a sè dato, non l’avea a male; e però sovente si trova nelle iscrizioni e medaglie d’allora. Il nome di Cesare era a lui famigliare; e talora usò il cognome di Germanico, per le vittorie riportate in Germania, siccome ancor quello di Principe del Senato, cioè di primo fra i senatori. Soleva perciò dire ch’egli era: «Signore de’ propri schiavi, imperadore (cioè generale) dei soldati, e primo fra gli altri cittadini di Roma.» Per la stessa ragione vietò sulle prime ad ognuno il fabbricargli dei templi come s’era fatto ad Augusto; nè volle sacerdoti flamini. Col tempo permise ciò alle città dell’Asia, ma nol volle permettere a quelle della Spagna e d’altri paesi. Che se talun desiderava d’innalzargli statue, o di esporre l’immagine sua, nol potea fare senza di lui licenza; e questa si concedea, sempre colla condizione che non si mettessero fra i simulacri degl’iddii, ma solamente per ornamento delle case. Altre simili distinzioni d’onore rifiutò egli, e soprattutto amava di comparire popolare; camminando per la città con poco seguito, e senza voler corteggio servile di gente nobile; onorando non[p. 48] solo i grandi, ma anche la bassa gente, e tenendo al suo servigio un discreto numero di schiavi. Nel senato poi e nei giudizii del foro, non si piccava punto di preminenza, dicendo e lasciando che ogni altro liberamente dicesse il suo parere: nè si sdegnava se si risolveva in contrario al suo. Niuna risoluzione prendeva egli mai senza sentire i senatori consiglieri eletti da lui. Era sollecito in impedire gli aggravi de’ popoli e le estorsioni de’ ministri; e ad alcuni governatori che l’esortavano ad accrescere i tributi, o pure a quel dell’Egitto, che mandò più danaro di quel che si solea ricavare, rispose: «Che le pecore s’han da tosare, e non già da levar loro la pelle.» In somma Tiberio avea testa per esser un ottimo principe e glorioso imperatore; e pur pessimo riuscì, perchè all’intendimento prevalse di troppo, siccome vedremo, la maligna sua inclinazione2. All’incontro Livia Augusta sua madre, donna gonfia più d’ogni altra di fasto e di vanità, facea gran figura in Roma. Nulla avea omesso, fatte avea anche delle enormità affinchè il figliuolo arrivasse a dominare per isperanza di continuare a dominar come prima sotto l’ombra di lui. Ma era ben diverso da quello d’Augusto l’amor di Tiberio. La tenne egli, per quanto potè, sempre bassa, senza permettere che l’adulatore senato le desse certi titoli d’onore che maggiormente l’avrebbono insuperbita; talvolta diceva a lei stessa, «non esser conveniente alle donne il mischiarsi negli affari di Stato.» Quantunque talvolta si regolasse secondo i di lei consigli, pure il men che potea l’onorava di sue visite; ed anche visitandola, poco vi si tratteneva, affinchè non paresse ch’egli si lasciasse governare da lei. Fece anche di più col tempo, siccome vedremo.

Comandava intanto le armate di Germania il giovane Germanico Cesare. Ancorchè fosse lontano da Roma, per cura di Tiberio gli fu conceduto il trionfo,

  1. Sueton., ibid, cap. 67.
  2. Dio., lib. 57 Tacitus, Annal., lib. i, cap. 16. Sueton. in Tiber, cap. 50.