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Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750/122

Anno 122

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Anno di Cristo CXXII. Indizione V.
Sisto papa 6.
Adriano imperadore 6.


Consoli


Manio Acilio Aviola, e Cajo Cornelio Pansa.


Per accertar gli anni precisi, ne’ quali Adriano Augusto imprese ed eseguì tanti suoi viaggi, non ci ha provveduti la storia di lumi sufficienti. Nè occorre volgersi alle medaglie, nelle quali veramente sono accennati questi suoi viaggi, perchè esse non ritengono vestigio del tempo. L’Occone e il Mezzabarba1 le han distribuite a tentone per varii anni, senza poterne addurre il perchè. Sia dunque lecito a me il tener qui con esso Mezzabarba e col Bianchini2, che in quest’anno cominciasse Adriano a viaggiare. Parte per curiosità, e parte per farsi rinomare, si era egli messo in testa di voler visitare tutto il vasto imperio romano; cosa non mai fatta da alcuno de’ predecessori. Venne dunque, a mio credere, nell’anno presente per l’Italia, e passò nella Gallia3, dove delle sue azioni altro non si sa, se non che sollevò [p. 449 modifica]colla sua liberalità quanti bisognosi a lui ricorsero. Certo è che questo suo genio ambulatorio tornava in profitto delle provincie4 dove egli arrivava; imperocchè a guisa di un ispettore s’informava co’ suoi occhi, e col saggio esame delle cose, se i magistrati faceano il lor dovere, oppur mancavano alla giustizia, e quali fossero gli abusi, per rimediare a tutto; nel che maravigliosa era non meno la di lui attività e provvidenza, che la sua costanza in degradare o punire in altre forme i delinquenti. Volea saper tutte le rendite e gli aggravi delle città; visitava tutte le fortezze, per osservare se erano ben tenute e munite, ordinando che si provvedesse quel che mancava, distruggendo ciò che non gli piacea, e comandando, se occorreva, delle fabbriche nuove in altri siti. Dalla Gallia passò nella Germania romana. A que’ confini distribuito stava a quartiere il maggior nerbo delle milizie romane sempre all’ordine per opporsi ai Germani non sudditi, i quali più che altra nazione furono sempre temuti e rispettati dai Romani. Era Adriano, quanto altri mai, peritissimo dell’arte militare, e sembra ch’egli anche ne componesse un libro, come altrove ho io accennato5. Adunque senza perder tempo, si applicò alla visita de’ luoghi forti, esaminando le fortificazioni, l’armi, le macchine militari; e come se fosse imminente la guerra, diede la mostra a tutte quelle legioni, e premiò e promosse a gradi superiori chi sel meritava; fece far l’esercizio a tutti. Trovati moltissimi abusi introdotti nella milizia per trascuratezza dei principi e generali precedenti, si mise al forte, per rimettere in piedi l’antica disciplina romana fra que’ soldati. Diede ordini bellissimi intorno a varii impieghi degli uffiziali, e alle spese che si facevano. Levò via dagli alloggiamenti de’ soldati (che erano obbligati ad abitar sotto le tende alla[p. 450] campagna) i portici, i pergolati, le grotte ed altre delizie. Niuno de’ soldati senza giusta cagione potea uscire del campo. Per divenir centurione (noi diremmo capitano) bisognava aver buona fama e robustezza di corpo. Essere non potea tribuno (noi diremmo colonnello) se non chi era giunto ad una perfetta giovanezza, accompagnata inoltre dalla prudenza. Lecito non era ai tribuni l’esigere o ricevere alcun dono o danaro dai soldati. E per conto de’ medesimi soldati disaminò attentamente le loro armi, il lor bagaglio, la loro età, acciocchè niuno prima degli anni diecisette fosse assunto alla milizia, nè fosse tenuto a militar più di trenta, se non voleva. Nell’esattezza della disciplina precedeva egli a tutti, animando col proprio esempio le sue leggi. Mangiava in pubblico, altro cibo non prendendo che l’usato dai soldati gregari, cioè lardo, cacio e posca, o sia acqua mischiata d’aceto. Talvolta armato fece venti miglia a piedi; bene spesso usava vesti dimesse, non dissomiglianti da quelle de’ soldati. L’usbergo suo era senza oro, le fibbie senza gemme, di avorio solamente il pomo della spada. Visitava i soldati infermi; disegnava i siti degli accampamenti; sopra tutto badando che non si comprassero robe inutili, nè si desse a mangiare a persone oziose. Da questo poco si può comprendere la saviezza degli antichi Romani nel ben disciplinare la loro milizia.

Sbrigato della Germania Adriano, si crede che nell’anno stesso, cioè come io vo congetturando, nel presente passasse alla visita della gran Bretagna6. Quivi ancora trovò molti abusi, e li corresse. Erano i Romani in possesso di buona parte di quell’isola; ma nel principio del governo di Trajano vi era stata qualche ribellione o tumulto in quelle parti. Certo è che la parte settentrionale non ubbidiva all’aquile romane. Per assicurarsi dunque Adriano dagl’insulti di [p. 451 modifica]que’ Barbari, gente feroce e temuta, ordinò che si fabbricasse un muro lungo ottanta miglia, il qual dividesse i confini romani dalle terre d’essi Barbari. Credono gli eruditi Inglesi, che questo muro fosse nella provincia del Northumberland verso il fiume Tin, e che ne restino tuttavia le vestigia. Ebbe fra le altre cose in uso Adriano di tener delle spie, non tanto per saper tutto ciò che si faceva in corte, quanto ancora per indagar tutt’i fatti particolari de’ suoi cortigiani ed amici. Al qual proposito si racconta, che avendo una dama scritto al marito, lamentandosi dello star egli tanto tempo lontano, e del perdersi nei bagni ed in altri piaceri: lo seppe Adriano, e venuto quel tale a prendersi commiato, gli disse ch’era bene l’andare e l’abbandonare ormai i bagni e i piaceri. Il cavaliere non sapendo di che mezzi si servisse Adriano per iscoprire i fatti altrui, allora rispose: L’ha forse mia moglie scritto anche a voi, siccome ha fatto a me? Ora dovette Adriano essere avvisato da Roma, che Svetonio Tranquillo, autore delle Vite dei dodici primi Cesari, che allora serviva in corte nel grado di segretario delle lettere, e Setticio Claro, prefetto del pretorio, ed altri, praticavano troppo familiarmente con Sabina sua moglie, non mostrando quella riverenza che si dovea alla casa dell’imperadore. Di più non vi volle, perchè egli levasse loro le cariche. Aggiungono, ch’era anche disgustato della stessa Sabina sua moglie, perchè gli parea donna aspra e schizzinosa: laonde ebbe a dire, che s’egli fosse stato persona privata, l’avrebbe ripudiata. Succedette in questi tempi qualche fastidiosa sedizione in Egitto. Adoravano que’ popoli il dio Apis sotto figura di un bue macchiato; e morendo questo, si cercava un vitello che avesse le medesime macchie. Dopo molti anni trovato questo dio bestia, gran gara, anzi un principio di guerra insorse fra le città, pretendendo molte d’esse di doverlo nutrire nel loro tempio. A questo[p. 452] avviso turbato Adriano, dalla Bretagna tornò nella Gallia, e venne a Nimes in Provenza, dove d’ordine suo fu fabbricata una maravigliosa basilica in onore di Plotina Augusta, già moglie di Trajano. A lui ancora, o pure ad Antonino, vien attribuita la fabbrica dell’anfiteatro, in parte ancora sussistente, ed un ponte ed altre antichità di quella città. Di là poi si portò in Ispagna, e passò il verno in Tarragona.

  1. Mediobarbus, in Numism. Imperat.
  2. Blanchinius ad Anastasium.
  3. Spartianus, in Hadriano.
  4. Dio., lib. 69.
  5. Antiquit. Italicar., tom. 2, Dissert. 26.
  6. Spartianus, in Hadriano.