Agamennone (Alfieri)/Atto secondo/Scena IV

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Atto secondo - Scena III Atto terzo

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SCENA QUARTA.

Popolo, Agaménnone, Elettra, Clitennestra.



Agaménnone.

180RIveggo alfin le sospirate mura
D’Argo mia: quel, ch’io premo, è il dolce suolo,
Che primiero calcai: quanti dintorno
Mi stanno, amici son; Figlia, Consorte:
Popol mio fido; e Voi, Penati Dei,
185Cui finalmente ad adorar ritorno.

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Che più bramar, che più sperare ormai
Mi resta, o lice? oh come lunghi, e gravi
Son due lustri vissuti in strania terra
Lungi da quanto s’ama! Oh come dolce
190Ripatriar dopo gli affanni tanti
Di sanguinosa guerra! Oh vero porto
Di tutta pace, esser tra’suoi!... Ma solo
Son’io, che goda quì?... Consorte, Figlia,
Voi taciturne state, a terra incerto
195Fissando il guardo irrequieto? oh Cielo!
Pari a mia gioja in voi non è la vostra
Di ritornar fra le mie braccia?

Elettra.

Oh Padre!

Clitennestra.

Signor,... rapida troppo in noi vicenda
Oggi provammo... Or da speranza a doglia
200Sospinte, or dal dolore risospinte
A inaspettato gaudio... Il cor mal regge
A sì diversi repentini affetti.

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Elettra.

Per te finor quì si tremò. La Fama
Spargendo iva di te dubbie novelle,
205Che faccia avean di ver dai procellosi
Feroci venti, che più dì l’impero
Tenner del mar fremente; a noi cagione
Giusta di grave pianto. Alfin sei salvo;
Alfin di Troja vincitor tu riedi,
210Bramato tanto, e così invan bramato
Da tante lune, e tante. O Padre, alfine
Su questa man, su questa istessa,
Su cui bambina quasi al partir tuo
Baci infantili impressi, adulti imprimo
215Or più fervidi baci. O man, che feo
L’Asia tremar, già non disdegni omaggio
Di semplice Donzella: Ah no, che al core
D’ottimo Padre, i Regni, ed i Re domi,
No, spettacol non son grato del pari
220Al riveder, riabbracciar l’amata
Ubbidiente sua cresciuta prole.

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Agaménnone.

Sì, Figlia, sì; più che mia gloria caro
M’è il sangue mio: felice ah così fossi
Padre, e Consorte, quant’io son felice
225Guerriero, e Re! Ma, non di voi mi dolgo,
Di me bensì, della mia sorte. Orbato
M’ha d’una figlia il Cielo: a far quì paga
L’alma paterna al mio ritorno appieno
Sol essa manca. Il Ciel non volle; e il guardo
230Ritrar m’è forza dal fatale evento.
Tu mi rimani, Elettra; alla dolente
Misera Madre rimanesti. Oh come
Fida compagna tu, dolce sollievo
Nella mia lunga assenza, i lunghi pianti
235Seco, e le noje, ed il dolor diviso
Avrai, tenera Figlia! Oh quanti giorni,
Oh quante notti in rimembrarmi spese!
Ed io pur, sì, tra le vicende atroci
Di militari imprese, io, sì, fra ’l sangue,
240Fra la gloria, e la morte avea voi sempre,
E il pianger vostro, e il palpitar presenti,

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E il dubitare, e il non saper. Nell’elmo
Chiuso, in silenzio, lagrimava io spesso;
E nol sapea che il Padre. Ai pianti nostri
245Pur giunge fin. Sol Clitennestra mia,
Al mesto aspetto, al lagrimoso ciglio,
Più non ravviso.

Clitennestra.

Io mesta? ...

Elettra.

Ah! sì, di gioja,
Quand’ella è troppa, anco l’incarco opprime,
Quanto il dolor. Padre, deh lascia or, ch’ella
250Gli spirti suoi rinfranchi. Assai più dirti
Vorria di me, perciò men dice...

Agaménnone.

Ancora
Non mi parlò d’Oreste.

Clitennestra.

Oreste? ...

Elettra.

Padre,
Ad abbracciarlo andiam.

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Agaménnone.

Fido sostegno,
Solo rampollo, del mio Trono erede,
255Unica speme mia; s’io non t’ho mille,
E mille volte al mio paterno seno
Serrato pria, non vo’ pure un’istante
Conceder posa alle mie stanche membra.
Andiam, deh Sposa, andiam: quel caro Oreste,
260Di cui pur tu sei Madre, e non mel nomi;
Quello, che in fasce al mio partir lasciai
Mal mio grado piangendo... Or dì: cresc’egli?
Che fa? somiglia il Padre? Ha di Virtude
Impreso già il sentier? Di gloria al nome,
265Di brando al lampeggiar, dimmi, sfavilla
Nobil dagli occhj impaziente ardore?

Clitennestra.

Più rattener non posso il pianto...

Elettra.

Ah vieni,
Padre, il vedrai: di te l’immagin vera
Egli è; mai nol lasciai da che partisti.

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270Semplice età! spesso egli udendo il Padre
Nomar da noi, dicea: deh! quanto fia,
Quando ch’io ’l vegga? E poi di Troja, e d’armi,
E di Nemici udendo, in tua difesa
Volea con vezzo fanciullesco ei stesso
275Correre armato ad affrontar perigli.

Agaménnone.

Deh! più non dirmi: andianne. Ogni momento,
Ch’io di vederlo indugio, al cor m’è morte.