A mia figlia

Giovanni Prati

Olindo Malagodi 1843 Indice:Prati, Giovanni – Poesie varie, Vol. II, 1916 – BEIC 1901920.djvu ballate A mia figlia Intestazione 21 luglio 2020 25% Da definire

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Carina di Nole
Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta IX. Dalle 'Ballate alla figlia'
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I

A MIA FIGLIA

Ben sette volte, all’alito
dei dolci venti, il crine
delle eridanie vergini
di violette alpine
5io vidi rifiorir;
né a me, fanciulla mia.
questa letizia pia
di pórtene sol una
sovra la chioma bruna
10le immansuete collere
dei fati acconsentir.

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Perciò, se qualche pargolo
mi guarda o m’accarezza,
un turbamento m’agita
15di tenera tristezza,
e me lo premo al cor,
e un’inusata stilla
dall’arida pupilla
sul fanciullino attonito
20sento grondarmi ancor.



O Ersilia mia, ti cantano
nel cor diciasett’anni ;
sulla tua nivea cóltrice
i graziosi inganni
25si vengono a posar;
l’alba ti sparge in viso
il suo piú dolce riso;
e tu innocente, a sera,
levi la tua preghiera,
30come d’incensi un nuvolo
ai benedetti aitar.



Chi ti somiglia? Il torbido
mar della vita ignori ;
lieta col mondo incognito,
35lieta col Dio che adori;
il paradiso è in te.
Cara, noi sai ; ma il forte
invidia la tua sorte :
noi sai, ma nella porpora,
40cara, la invidia il re.

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Vivi, amor mio, cogl’idoli
del tuo pensier. Simile,
nelle tue gioie, al zeffiro
che del beato aprile
45preda gli olezzi al crin,
e allegro li confonde
coll’aurea*luce e Tonde,
sin che alla notte ombrosa,
stanco di voi, riposa
50nell’odorato calice
di qualche gelsomin.
Poco ti calga intendere
di quest’arcana terra;
ma, quasi in tabernacolo,
55fanciulla mia, ti serra
negli umili pensier.
Misero chi qua scende
e troppe cose intende !
Piú casta e men terribile
60saggezza è il non saper.
Dentro un agón che strepita
d’infatigabil lite,
a conquistar si slanciano
le nostre ardenti vite
65fastidio e vanitá.
Sonar la giostra s’ode
d’una fuggiasca lode;
quindi silenzio ed ombra
vinti e vincenti ingombra ;
70ma cauti lo spettacolo
gli spettator non fa.

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Anch’io, cedendo ai fascini
della miseria nostra,
picn di speranze olimpiche
75scesi in quell’ardua giostra;
ma, della lite al suon,
arsi in gentil dispetto,
e, pur con piaghe al petto,
tornato in solitudine,
80stanco ma salvo or son.
Cosi, talvolta, a sperdere
sogni e malie funeste,
pingo il tuo bel fantasima,
come si pinge e veste
85un cherubino in ciel.
Ride negli occhi lieti
la grazia dei pianeti ;
l’arco de’ labri spira
soffio d’eolia lira;
90danzi nell’aura, e piovono
ligustri sul tuo vel.
E se, in mirar, s’oscurano
le ciglia mie. tu piano
sulla commossa pálpebra
95cali la rosea mano
quell’ombra a dissipar,
o su’ tuoi labri cari
prendi i miei baci amari,
e, reclinata all’òmero,
100ti sento lacrimar.

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Cosi fu sempre. Ogn’umile
cor che mi stette accanto,
colpa d’infausti oracoli,
imparò presto il pianto.
105Piangi tu pur cosi.
Piangi. Chi amar mi deve
ha il riso incerto e breve.
Piangi ; che questo è il giorno
che alle mie case intorno
110girò la Morte, e l’anima
della tua madre usci.
Dal di che in santi spasimi,
cara, da lei venisti,
ella, con vezzi d’angelo,
115ma desolati e tristi,
la cuna tua vegliò.
Pur colle guance sfatte,
ti die’, soffrendo, il latte;
ma dal vederla estinguersi
120Dio gli occhi tuoi salvò.
Péra dall’anno il memore
mese dei fior! Tu stavi
colle manine a tessere
scherzi d’amor soavi
125sul picciolo origlier,
e, allegra e poverina,
dalla infanti! cortina
ahi ! non vedesti in lenta
requie dormir la spenta,
130né a’ piè del letto assurgere
la croce ed i doppieri

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Tutto ora sai. Tra i fèretri
di due defunti figli,
come una rosa esanime
135tra due caduti gigli,
oggi tu sai che è lá
sotto una zolla oscura,
che la gentil Natura,
siccome noi, di lacrime
140perpetue aspergerá.
Tra que’ funèbri salici
va’, t’inginocchia e prega.
Quel, che la Morte sépara,
Iddio nel ciel rilega,
145e in terra il sovvenir.
Prega per te, per lei ;
prega pe’giorni miei;
prega che, ad altri unita
od in solinga vita,
150mai non ti sia rimprovero
uno de’ miei sospir.
Chi fa sonar di lucidi
cocchi e corsier le arene;
chi piace ai re, chi prodiga
155nelle superbe cene
nappi d’argento e d’òr.
Il padre tuo, fanciulla,
non ha raccolto nulla;
ma gli riman, fra gli aridi
160sterpi, un celeste fior.

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Ira di tempo o d’uomini
sperda il mio picciol nome;
e cosi manchi al povero
allòr delle mie chiome
165d’un tuo sorriso il ben:
se tu mi resti sola,
poco il destin m’invola!
Forse è piú giusto voto
cader sereno e ignoto
170che contristato e splendido
del vasto Nulla in sen.
Tu, ne’ pensosi vesperi,
quando piú l’alma impara,
leggi i miei carmi. E al profugo
175senza vederti, o cara,
se fia destin perir,
prega che almeno io possa,
cenere in poca fossa,
sull’antenoreo margine
180insiem co’ miei dormir.