I Marvu

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Le tentazioni Un piccolo uomo
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I MARVU



IIn un angolo della tavola da pranzo, che riflettendo la luce gialla del lume risplendeva come una lastra di rame, Diego e Maria giocavano appassionatamente a carte. Essi conoscevano a perfezione ogni partita, dalla scopa al tresette, dalla briscola al lanzichenecco e all’asino, e sempre giocavano, sino ad esaurirsi. Fuori imperversava il vento e gelava, tanto che il fuoco del camino e del braciere non bastavano a riscaldare il freddo ambiente della vasta stanza bianca, scarsamente arredata; ma i due giovanissimi giocatori non si accorgevano di nulla, non [p. 10 modifica] provavano freddo, non sentivano il vasto soffio del vento che scuoteva le inferriate e passava con un possente fruscìo come di mille giganti in corsa; e non pigliavano parte alla conversazione o meglio alle conversazioni. Giacchè la numerosa famiglia era divisa per la vasta stanza in altri tre gruppi distinti.

Intorno al pedale di legno dell’antico braciere, sul cui rosso fuoco la cenere stendeva un sottile merletto bianco, stavan Margherita, la maggior figlia, e Giovanni Faira, suo marito. Entrambi biondi, egli piccolo, pallido, con occhietti azzurri socchiusi; ella altissima ed elegantissima nel modesto vestito di indiana pelosa a quadrati rossi e violacei; venivano chiamati da tutti, anche in famiglia, i “signori l-i„ per la loro diversa statura. C’era poi donna Martina, e, un po’ lungi dal braciere, Filippa, la secondogenita e Nino Faira, fratello del signor Giovanni, che faceva segretamente e da lontano la corte a Maria, terza figlia di donna Martina Marvu. Nino, studente in primo anno di leggi, che passava in paese le vacanze natalizie, veniva ogni sera dai Marvu a scorrervi alcune dolci ore di segreta estasi, in [p. 11 modifica] contemplazione del graziosissimo volto di Maria, e portava sempre fasci di libri, opuscoli e giornali illustrati. Il suo amore era così profondo e segreto e la sua corte tanto sottile e misteriosa, che nessuno, neppur Maria, se ne accorgeva!

Ei portava i libri e i giornali appunto e appositamente per lei, segnati a lapis rosso, con certe freccie sanguinanti che parevano estratte da profonde ferite, nei punti, nei periodi e nei versi che meglio s’adattavano al suo stato d’animo; ma nessuno ci badava; e tanto meno Maria, che era l’ultima a leggere i libri e i periodici già frustati e sciupati dalle altre sorelle e dal piccolo gregge.

Il piccolo gregge (così donna Martina lo chiamava nel suo rude linguaggio), consisteva in quattro ragazzetti indemoniati, Martino e Peppino, Grazietta e Chichita1, i due primi, dagli otto ai dieci anni, ultimi figli di donna Martina, e le bambine degni rampolli del piccolo e cascante Giovanni Faira. Grazietta contava quattro anni, e Chichita due e mezzo. [p. 12 modifica]

Tutti e quattro, zii e nipotine, biondi e magri, chi con gli occhi grigi, chi con gli occhi neri, erano la disperazione della casa; stavano tutto il santo giorno a correre nel grande orto attiguo, gridando a squarciagola; arrampicandosi sui meli, sugli alti e snelli susini e persino sui pali del pergolato; incidendo nomi, date, geroglifici e parole insolenti sulle grandi e pallide foglie carnose dei fichi d’India, fabbricando case e giardini e castelli e stabilimenti interi, coi molini, i pozzi, ferrovie e i relativi ponti, fabbriche di terra.... cruda, teatri, caserme, e persino prigioni di sassi e di rami, ove si rinchiudevano a vicenda.

Avevano a lor disposizione corni da caccia, trombe, carri di ferula, buoi e cavalli di canna, fucili e rivoltelle della stessa materia, casseruole e mestole, e infine un bagaglio innominabile, nascosto pei buchi del muro, sugli alberi, sotto terra, da per tutto.

Persino Chichita, alta due palmi, ancora balbuziente e con le gambette storte sempre ignude e rosse di freddo, perchè le calzette invece della lor giusta missione compivano quella di copri-scarpe, pigliava parte a tutte le scorrerie [p. 13 modifica] della compagnia: se non poteva più la mettevano a far il pranzo, tutto d’erbe cattive e di polvere, o la rinchiudevano in prigione, rea d’innominabili delitti. Pur di far una parte, ella restava contenta, e in attesa del dibattimento scavava un pozzo entro la prigione.

Occhiverdi, la gatta fulva dagli occhi di vetriolo, altro importante personaggio della compagnia, faceva la sentinella. Già, la poverina veniva costretta a tutti gli uffizi; a girar il molino, a tirare i carri, a far la guardia carceraria, a comparir sulle scene con lo strascico e la cuffia. Alle volte però, quando Chichita stava prigione e i grandi sui muri e fra le siepi facevano la guerra e le battaglie di Roncisvalle o di Montaperti (Diego voleva esser classico allorchè dirigeva egli gli eserciti), Occhiverdi scappava dal casotto, scuotendo le zampine bionde. Ed ecco che allora la prigioniera si liberava da sè, e correva dietro la sentinella: un caso veramente strano.

Facevano così il giro dell’orto, e cadevano fra i guerrieri di Carlo Magno e di Farinata, scompigliandoli e mandando a monte tutto il piano di guerra. [p. 14 modifica]

Grazietta, una spiritata, coi capelli sempre sugli occhi, che per i suoi quattro anni parlava già discretamente male del prossimo, picchiava Chichita; Peppino e Martino, nella lor qualità di zii, bastonavano le monelle; Diego, caporione e capitano di tutta la volante squadriglia, pallido e miope coi suoi tredici anni prepotenti, metteva tutti in castigo. Schiaffi di qua, pedate di là, il finimondo, la battaglia vera, con grida, pianti ed altri guai, e sputi e insulti dell’altro mondo. Ci si mischiavano persino i grandi, e una volta Giovanni Faira era stato sul punto di andarsene con la moglie e le figlie, perchè Peppino aveva fracassato il nasetto rosso di Grazietta con un pugno numero uno, chiamandola: ladra, figlia di ladro!

Una disperazione, infine. Andavano a mala pena a scuola, ma odiavano e mettevano in caricatura la povera vecchia maestra, e non studiavano nè facevano nulla.

La mattina uscivano di camera lindi e puliti e coi ribelli capelli acconciati; la sera non si riconoscevano più, con gli occhi e il naso pieni di terra, le manine graffiate e nere, i vestitini a brandelli. Filippa e Maria non bastavano a rattoppare. [p. 15 modifica]

Solo al cospetto di Giovanni, il cui sguardo felino li impauriva, stavano alquanto tranquilli, ma egli, costretto dal suo impiego, restava fuori quasi tutta la giornata. A Maria e Filippa non badavano; e Margherita e donna Martina li avevano troppo viziati e ancor troppo li viziavano, perchè potessero incuter loro rispetto e obbedienza.

Esse d’altronde, sempre sopraffatte da faccende e da affari in quella gran casa di possidenti sardi, non avevano il tempo necessario per educare quei bimbi nervosi e prepotenti. Rinchiuderli in casa era come ucciderli, essendo essi come gli uccelli dell’orto selvatico, scesi dal nido appena messe le prime piume; eppoi avrebbero fracassato ogni cosa; e per mandarli in collegio, nelle città lontane, non era ancora tempo. Questo era il progetto, ma non ancora ben fermo perchè mancava l’assentimento degli interessati. Una volta, infatti, avendo Diego sentito qualche cosa come l’annunzio della sua prossima entrata nel seminario di Nuoro, scappò di casa.

Mancò due giorni e una notte, e per ricercarlo si dovette chieder anche l’aiuto dei carabinieri [p. 16 modifica] carabinieri e dei barracelli: dopo ansie e timori indicibili fu ritrovato, nascosto fra le macchie d’un lontano podere. Bisognò non più parlargli di seminario, minacciando egli di far il bandito per davvero. Ora aveva tredici anni e studiava in privato presso il giovine maestro intelligente che aveva il diploma di professore; la sua infanzia turbolenta mischiavasi ancora al principio d’un’adolescenza maliziosa e fiera; e infatti, di giorno, quando non studiava, comandava il piccolo gregge nelle scorribande che, oltre la distruzione dell’orto, formavano il terrore degli umili vicini; di notte leggeva romanzi e giornali politici, giocava a carte e rubava i sigari di Giovanni, e parlava come un giovanotto, più malizioso di Nino Faira.

Donna Martina non si dava tanto pensiero per le monellerie “fin di secolo„ di Diego e dei piccini, perchè ricordava che Margherita, Filippa e Maria, ai lor bei tempi eran state più monelle e sbrigliate di essi.

Ed or Margherita era un’ottima sposa, signora e massaia perfetta, e le altre due signorine serie, educate e rispettosissime. A parer suo! D’altronde, quel carattere indomito, caparbio [p. 17 modifica] caparbio e focoso la famiglia lo ereditava da lei, che aveva trascorso una esistenza quasi maschile. Allevata fra inimicizie e odi di partito e di famiglia, tra fucilate e processi e agguati, donna Martina, arido tipo di donna araba, alta, secca, di un pallore bronzino, naso aquilino e occhi neri grandissimi e fulminanti, maneggiava l’archibugio meglio della spola, cavalcava arditamente e faceva da sè ogni sorta di affari, sbrigando liti e controversie, e infine navigando meravigliosamente in quel mare tempestoso ch’è un grosso patrimonio nei villaggi sardi.

Già, la buona anima di suo marito non era mai stato buono a nulla, ella diceva. Ed essa aveva comandato sempre in casa sua.

Era ignorante e superstiziosa, ma di coscienza raffinata e di retto giudizio, nonostante la sua fenomenale superbia, che ella riconosceva.

— Mi dicono superba — diceva, — ebbene? Siamo in tempi che per vivere bisogna armarsi di sproni; altrimenti vi si cavalcano come un mulo.

Filippa le rassomigliava assai, fisicamente e moralmente; anche ella altissima per i suoi [p. 18 modifica] sani e forti vent’anni; una figura addirittura bizantina, con certe forme sottili ma dure, con certi occhioni oscuri e ovali, i capelli attortigliati e il vestito di percalle giallo a stelle e a ruote. Era altera, superba e ambiziosa; cavalcava stupendamente anche su puledri quasi indomiti; diceva di non creder in Dio; e benchè donna Martina la dicesse una signorina educatissima, imprecava con la miglior grazia del mondo; e beffarda e sprezzante parlava male di tutti. Per lei tutti erano pezzenti, e se una persona era magra e pallida, come del resto lo era anche lei, voleva dire che non aveva di che mangiare!

Filippa era lo spauracchio di tutti i partiti del paese. Ella aspettava, ma che cosa aspettava? Lo sapevano tutti: ella aspettava un alto ideale, un laureato ricco e nobile, un presidente di Corte d’Appello, un professore d’università, o, in assoluta mancanza di questi egregi personaggi che non si lasciavano mai veder in paese, uno di quei proprietarî sardi che hanno dieci tancas di fila, col fiume in mezzo; che hanno le tasche piene di fogli bancarî, ma che per sè stessi, nella loro personalità, sono.... quel che sono.... [p. 19 modifica]

(Apro una parentesi per dire che le tanche di maggior valore sono quelle provvedute di corsi d’acqua, ove il bestiame, essendo le tanche vasti pascoli chiusi, possa abbeverarsi. Una volta un ricco proprietario in berretta sarda sentì parlare dei miliardarî americani e dei milionarî europei.

— Roscilde! — disse con disprezzo. — Chi è questo Roscilde che sento sempre nominare? Cos’ha questo Roscilde? Ha delle tancas col rio in mezzo?

— No, non ne ha.

— E allora cosa è? È un corno!).

Per questa sua ambizione Filippa viveva un po’ in discordia con Margherita, alla quale non poteva perdonare le nozze plebee con un piccolo avvocato senza titoli, tranne quello di segretario comunale. Nino Faira aveva una pazza paura di Filippa, e, oltre che per naturale timidezza, non svelava apertamente il suo amore per Maria, sapendo la fanciulla imbevuta e suggestionata dalle grandiose idee della maggior sorella che la dominava completamente. Per una strana furberia istintiva egli cercava però di ammansare la fiera ragazza, comportandosi [p. 20 modifica] con essa come non osava con Maria: standole vicino, le rivolgeva esagerati complimenti, in modo che Filippa si credeva corteggiata; ma tanto disprezzo ne sentiva che non degnava neppure offendersene.

Ella, del resto, aveva abbastanza che fare per abbandonarsi a sciocchi sentimentalismi, teneva i registri, pagava i domestici, vendeva i prodotti e aiutava assai donna Martina negli affari più importanti.

Ella così sapeva che in casa Marvu entravano, fra una cosa o l’altra, dodici mila lire l’anno. Di parte sua ella avrebbe avuto dunque due mila lire di rendita: quindi poteva ben pretendere, ben aspettare.

Fra tanto cozzar di passioni grandi e piccole, Maria passava quasi inosservata, sebbene anch’ella avesse la sua discreta dose di superbia e di caparbietà. Ma era tanto piccola e così poco s’immischiava negli affari, che la sua figurina sfumava accanto a quella della madre e delle sorelle. Aveva diciassette anni, piccola, bianca e pallida, con graziose lentiggini bionde sparse sulle guancie, gli occhi grandi e pensierosi e i capelli castanei, quasi d’un biondo [p. 21 modifica] cupo, tutti crespi, rialzati e infantilmente annodati con un nastro alla sommità della testa. Era Filippa che la pettinava, profittando di quei momenti d’intimità per sottometterla alle sue opinioni sul matrimonio.

Se Diego passava in quegl’istanti, mentre Filippa teneva in pugno i lunghi e crespi capelli della sorella, diceva che questa era una piccola puledra con la coda in testa. Ella fremeva di stizza, ma appunto come una piccola puledra si sottometteva agli insegnamenti di Filippa.

Il terzo gruppo dunque era composto dal piccolo gregge, riunito attorno al gran camino le cui ante naturalmente non mancavano di incisioni e graffiti, rappresentanti inscrizioni, figure diaboliche, mostri, caricature, date, addizioni e sottrazioni.

Da una parte sedevano le ragazzine, dall’altra Peppino e Martino, nel centro Badòra, la fantesca, una bella ragazza rossa e lucente in volto come una mela appiola, con certi occhietti [p. 22 modifica] occhietti verdi e un nasino irregolare; forte e maleducata. Era la sola serva che passasse la notte dai Marvu: le altre due dormivano a casa loro. Nell’ora della veglia Badòra restava coi padroncini nella stanza da pranzo, perchè in cucina c’era sempre uno dei servi, e a donna Martina la coscienza non permetteva di lasciar una ragazza sola con un uomo giovine. Una sera avea provato di lasciar i bimbi a farle compagnia in cucina. Dio ci scampi e liberi! Peppino attaccò fuoco ai piedi nudi di Sadurru, il servo che riposava e nonostante il chiasso dormiva steso su una stuoja di giunchi; e il giovinotto naturalmente si svegliò con una brutta impressione, sacramentando e gridando. I piccini risero a più non posso, saltando, inchinandosi ironicamente al servo, con le manine fra le gambe, mostrando la lingua e facendo smorfie; ma Sadurru li accusò alla padrona, dicendo che dopo le fatiche giornaliere aveva pur diritto di riposare senza pericolo d’incendi nè d’altri guai. Donna Martina allora diede due secchi scappellotti a Peppino, e fece batter ritirata al piccolo gregge.

Così fino alle nove i bimbi restavano accanto [p. 23 modifica] al camino della stanza da pranzo, mentre Badòra filava e li teneva a bada, raccontando fiabe e storielle.

Quando Maria e Diego si stancavano di giocare venivano anch’essi fra i piccoli. Allora il circolo, al completo, recitava le litanie agresti, così il signor Giovanni, che talvolta era uomo di spirito, chiamava quel complesso di ragionamenti misti di maldicenze, sciocchezze, bisticci, parole senza senso, o inutili e cattive e poco decenti, che derivavano dalla conversazione di quella piccola gente allegra e senza pensieri ch’era il piccolo gregge, con l’appendice di Diego, Maria e Badòra.

Quella sera però i due istancabili giocatori non accennavano a muoversi dall’angolo della gran tavola da pranzo. Diego perdeva maledettamente stando Maria attentissima perchè egli non barasse nè giocasse d’astuzia e d’imbroglio come spesso usavano entrambi.

Scommessa non c’era: non scommettevano mai nulla; prima di tutto, perchè non avevano denari (cioè, sì, qualche volta ne avevano, quando riuscivano a vender a insaputa di donna Martina e di Filippa, qualche litro di vino [p. 24 modifica] o d’olio, il cui ricavo intascavano senza scrupoli, spendendolo segretamente in leccornie), e poi perchè la madre non lo permetteva.

— Il giuoco da carte con scommessa è il giuoco del diavolo, è peccato sette volte mortale. Io non voglio, — diceva, — che voi scommettiate neppure la punta d’un capello. Se vi piace, giocate per giocare, altrimenti getto le carte nel fuoco.

E non solo fece questo, ma diede a Diego un paio di scappellotti quando, per mezzo di occulte spie che s’indovina chi fossero, venne a sapere che i giocatori scommettevano in segreto frutti e dolci, castagne e oggetti di vestiario. In mancanza d’altro — riferì la spia — essi si giocavano a carte la gatta Occhiverdi, i cespugli di fiori dell’orto, la facoltà di dare un formidabil pugno a chi perdeva!

Bruciate le carte, donna Martina si lasciò lungamente pregare e supplicare prima di permetter ai due giocatori di riprender, con formale promessa di nulla più scommettere, il serale arrabbiato divertimento.

Ora essi giocavano così, per la sola soddisfazione di vincere: quasi sempre però la finivano [p. 25 modifica] finivano male, perchè giocavano slealmente, barando e imbrogliandosi a vicenda, benchè stessero con tanti d’occhi aperti.

Maria rideva silenziosamente, mostrando i suoi dentini graziosamente irregolari ma bianchi e lucenti: era la decima o undicesima partita che vinceva. Diego s’arrovellava, roteando lo sguardo dalle sue carte agli occhi e alle mani di Maria. Aveva un asso e non sapeva come farlo scivolare sulle sue poche e inutili carte vinte, perchè ella, a sua volta, figgeva gli occhi sulle piccole nervose mani di lui. A un certo punto si trovò disperatamente con l’asso e due sette in mano: finse di tentare un colpo estremo gettando il sette di picche, ma Maria sollevò in alto una delle sue carte e la lasciò cadere dicendo:

— Ora scoppi davvero!

La carta cadde rovescia! Diego la volse e imprecò sotto voce. Era l’asso di picche!

— Il giuoco è fatto, — disse Maria.

— Non ancora: aspetta, aspetta, mia bella. — [p. 26 modifica]

Accostò il lume, un’antica altissima lucerna di rame, con tre teste di chimera, dalle cui bocche spalancate usciva la fiammella che pareva una lingua di fuoco; s’accomodò sulla sedia e allungando destramente il collo cercò di veder le carte di Maria. Ma ella le strinse al seno e rise.

— Sai cosa ho sognato, Maria, stanotte? Ah, non puoi saperlo mai e poi mai....

— Che cosa? — chiese, ella, senza troppa curiosità.

— Indovinalo, grillo, cioè cicala, perchè tu sei una cicala, quando non sei una puledra.

— E tu un asinello. Lascia lì quelle carte, son mie!

— Oh, mi sembravan mie. Ho sognato ah, se tu sapessi che stranezza!

— Filippina, — diceva Nino coi gomiti sulle ginocchia e il volto sentimentalmente fra le mani, — stanotte sei pallida come un biancospino. Cos’hai, a che pensi?

— Fammi il piacere, chiamami Filippa, — rispos’ella duramente. E rivolta a Diego gridò:

— Cosa dunque hai sognato, sornione?

— Fa il fatto tuo, — egli rimbeccò: e abbassando [p. 27 modifica] abbassando la voce disse a Maria: — Senti, mi pareva ch’eravamo tutti a Roma, sai, da zio Francesco Agrabacca... eravamo immischiati negli affari della Banca Romana....

(Si era appunto in quel famoso periodo di tempo, e oltre l’interesse che Diego provava leggendo avidamente i giornali politici, c’era questo, che i Marvu avevano a Roma, grosso impiegato in un ministero, uno zio, don Francesco Agrabacca, implicato in qualche modo negli scandali della Banca Romana...)

Perciò Maria non si stupì molto del sogno di Diego: disse solo freddamente un: — niente meno! — che non le impedì di vincere un’altra giocata.

— Aspetta, non ricordo bene, ma mi pare che tu fossi la moglie del deputato Colajanni...

Allora Maria dovette ridere, coi begli occhi splendenti, gridando con entusiasmo:

— Signor Iddio!

Filippa disse: — bravo! — e Diego potè finalmente lasciar scivolare il suo asso e pigliar destramente un’altra inutile carta.

— Quante persone ho sognato! Quel deputato Colajanni! È il primo uomo d’Italia, sai, [p. 28 modifica] il primo! (Giovanni Faira, che intese quest’affermazione, disse fra sé che lo zio di Roma la pensava altrimenti!). Mi pareva alto, grosso, colorito in viso, coi baffi biondi. Chissà se poi è così! Vattelapesca! Poi eravamo alla Camera, con zio Francesco e donna Maria Antonietta Faira.

— Ma, — domandò ironicamente Nino, sollevando la testa, — eravamo deputati anche noi? (Diego diceva già di voler diventar deputato).

— No, eravamo in una tribuna. Egli parlava.

Si alzò un po’ sulla sedia, e brandendo le carte, tuonò, imitando a creder suo la voce e il gesto del prediletto deputato:

— Non mi rompete le scatole....

— Che cosa hai? — gridò donna Martina, credendo che Diego e Maria si bisticciassero.

— Non l’abbiamo con voi! egli rispose.

— Le mie congratulazioni ed augurî, Maria, — disse Nino sollevando gli occhi, ma sempre a testa china.

Ella rideva, rossa in viso e con gli occhi scintillanti. Diego fece una discreta parlata, poi proseguì a raccontare il suo sogno, dove [p. 29 modifica] c’entravano ministri e senatori: profittando della gioia di Maria per rubarle le migliori carte con meravigliosa destrezza.

Sulle prime ella non s’accorse di nulla, ma visto l’improvviso voltafaccia del gioco cominciò a insospettirsi, si stancò del sogno di Diego, e cambiando d’umore stette attenta. Ora perdeva invariabilmente.

— Fammi il piacere, lasciami la testa, — disse tagliando il mazzo; e distribuì lentamente le carte per il tresette, guardandole attentamente, perocchè le conosceva tanto al dritto che al rovescio. Vide che le migliori andavano maledettamente all’avversario e s’impazientì.

— Ora scoppi tu, — disse Diego, raccogliendole avidamente, e disponendole a ventaglio col dito insalivato.

— Sì, perchè bari: sta attento chè finirò col gettartele in viso.

— Diventi matta? Dio mi fulmini se ne ho imbrogliato una.

— Sta zitto tu, spergiuro, disse Nino.

— Zitto tu sii. Accuso dodici. Uno, due, tre. Tre assi, tre due, tre tre....

— Tre.... tre.... tre.... — rifece Nino. [p. 30 modifica]

— L’hai con me, tu? Non son tre, son due, — disse Diego perfidamente, e canterellò:

” Duas rosas bi tenzo in s’ortigheddu,
“ Una bianca e una ’e golore;
“ Si mi dana mi pigo sa minore
“ Ga sa manna mi girat su cherveddu —
“ Duas rosas bi tenzo in s’ortigheddu.2

Nino allibbì. Comprese a che il maligno ragazzo voleva alludere e si domandò spaventato:

— Ma come egli ha indovinato, se neppure essa ha capito ancora l’amor mio?

Si rizzò sulla schiena, si volse a Filippa e voleva dirle che essa aveva le mani bianche come l’ermellino, mentre erano brune e nodose, ma comprendendo anch’ella a volo la maligna allusione di Diego, lo fissava con tal freddo e sprezzante sguardo ch’ei dovette reclinare il viso fra le mani, senza più immischiarsi nel gioco.

E il gioco andava male per Maria. Diego [p. 31 modifica] insisteva sempre sul ritornello della quartina, battendo il piede in cadenza.

“Duas rosas bi tenzo in s’ortigheddu,
“Duas rosas bi tenzo in s’ortigheddu„.

A un tratto cambiò tono:

“Maria io dissi
“Io dissi Mariaaaa;
“E la terra si fermò commossa
“A udirmi....

— Bei versi, — disse allora Nino. — Chi è l’autore?

D’Annunzio. Li ho appresi da te....

— Sì, sono composti per questa Maria, per questa precisamente. Venite tutti a vederla, signori e signore.

— Buffone! Ragazzo cattivo, cattivo, cattivo! — disse ella, contando le sue poche carte.

— Venite a vederla, signori e signore. Signor Peppino, don Martino, Madama Grazietta, signora Badòra, naso di patata! Venite tutti: ho vinto cento e una partita. Mamma, abbiamo scommesso la nostra parte di patrimonio e ho vinto. Io son ricco e questa piccola puledra dovrà andar a mendicare con la bisaccia sulle spalle.

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Riempiva la stanza con le sue grida, con la sua voce nasale alquanto nitrente, e per dar forza alla sua ultima profezia imitò i mendicanti storpi arrovesciando la mano e porgendola verso il lume:

A min de dazes cerchi cosa pro s’amore è Deus? (Mi date qualche cosa per l’amor di Dio?)

— Perdona! perdona3 — disse Chichita, alzandosi ritta sul suo sgabello.

Tutti risero, compresa Maria che si stizziva davvero, non cessando di mormorare:

— Imbroglione! Buffone! Bel ciarlatano diventerai!

— Anche la testa abbiamo scommesso, e ho vinto, signori e signore. Datemi un coltello che gliela taglio. Signora Badòra, “naso di patata„, datemi quel coltellino che vi ha regalato Sadurru! (La ragazza arrossì, e donna Martina la guardò severamente pensando: — ora so più di quanto ne sapevo un momento fa!). Quel bel coltellino col manico di madreperla. No? Non me lo dai? Allora mi servirò [p. 33 modifica] delle dita: fa lo stesso! — Fece atto di avventarsi sopra Maria; ma ella, non potendone più, s’alzò, afferrò il mazzo delle carte e glielo scaraventò sul volto.

Fu un subbuglio.

— E una! — gridò donna Martina. — Lo dico io che la finite sempre male, ragazzi dell’inferno?

Diego, bilioso oltre ogni credere, voleva lanciarsi per davvero con le unghie contorte verso Maria; ma Nino credette bene d’intromettersi per difenderla; li rappacificò e calmò l’ira di donna Martina che caricava d’improperî i maneschi giocatori.

— Dia retta a me, donna Martina, lasci correre fino a domani; vedrà che tutto passerà.

— Cose del mondo! — sclamò Diego con filosofico sarcasmo, andando verso il posto prima occupato da Nino.

— Qui non ti voglio! — disse Filippa scostando la sedia. — Va altrove a fare i tuoi scandali.

Allora egli andò verso il camino, dicendo con prepotenza:

— Fatemi luogo, ho freddo. [p. 34 modifica]

Ma neppur lì lo volevano, e solo dopo aver minacciato Badòra di mandarla a gambe in aria, si fece largo, rimuginando tutto il fuoco e mettendo lo scompiglio nel piccolo gregge, sin allora discretamente tranquillo.

— Cosa c’è qui, mamma mia! — gridò ad un tratto, facendo una strana scoperta. Grazietta arrostiva grosse ghiande fra la cenere calda, e le mangiava ghiottamente, quasi fossero castagne. Martino si rosicchiava le unghie, e Peppino sonnecchiava, fortemente appoggiato al fianco di Badòra, la quale pungeva con un lungo spillo una quantità di olive di cui teneva colmo il grembo, per metterle poi a raddolcire nell’acqua. Chichita contava appunto le grosse olive verdi e violette, a mano a mano che la serva, dopo averle forate, le lasciava cadere in un cestino d’asfodello. Così la compagnia stava passibilmente tranquilla, ma Diego mise subito tutto in iscompiglio.

— Sta zitto, non dirlo alla nonna, sta zitto, Dieghino.... — supplicò Grazietta a voce sommessa, guardandolo così dolcemente attraverso i capelli che come sempre le velavano i grigi occhioni, che egli s’intenerì e tacque. [p. 35 modifica]

Ma donna Martina aveva udito.

— Cosa c’è, Diego? — domandò interrompendo il discorso che teneva con Giovanni.

Nessuna risposta.

— Dico cosa c’è, Diego?

— Non c’è nulla. Era Badòra che s’abbruciava la sottana.

In ricompensa Grazietta gli fè parte d’una ghianda arrostita; ma per sfortuna era amara come l’assenzio, ed egli fece mille smorfie e la sputò sul fuoco borbottando:

— Cos’è questa porcheria? Graziettina, nipotina mia, sta attenta, tu ne fai una ogni momento.... finchè mi romperai la pazienza. Ma cosa è questo fare? Diventi una porcellina? Oh, diciamolo alla mamma, al babbo....

— Sta zitto, Dieghino, sta zitto, — ella supplicò di nuovo, sgretolando le ghiande coi dentini guasti ch’era un piacere a sentirla.

— Benissimo, sarò generoso, ma sputa subito di bocca quella porcheria, veramente porcheria perchè la mangiano i porci non i cristiani, altrimenti ti dò un solenne manrovescio.

— Nostra Signora del miracolo, ora sei [p. 36 modifica] venuto qui a far il gradasso! sospirò la serva.

— Sei proprio insopportabile....

Diego l’avea con Badòra, perchè pretendeva gli dèsse del “Lei„, cosa a cui la serva, che dava del tu a tutti, non poteva abituarsi. Le si volse tra l’inviperito e il beffardo:

— Zitta tu, naso di patata, o ti attacco davvero il fuoco ai calcagni. O con chi credi tu di trattare, mal venuta nel mondo? Con Sadurru ti credi? Egli ti dà i coltellini, ma io posso darti una pedata che ti mandi via fuor di casa mia. E sia inteso. —

— Se la Vossignoria sta quieta, disse scherzosa e ironica la serva, pigliandosi in buona pace gli insulti, — racconterò una storia. E tu, Chichita, lascia in pace le olive. Sentite dunque.

Come per incanto tutti i ragazzi, compreso Diego, s’acquetarono, intenti, stringendo le seggioline verso il centro del camino.

— C’era una volta, — cominciò Badòra, sempre pungendo le olive e lasciandole cader nel cestino, — un frate che andò da una donna.

— Maritata? — chiese Peppino.

— Sì. Lasciatemi raccontare, se no non dico più nulla. Il frate andò una sera dalla donna; [p. 37 modifica] il marito era in campagna, e il frate con la donna cenarono assieme, cose buone....

— Ghiande arrosto? — domandò Diego, battendo la mano aperta sotto quella di Grazietta: le ghiande ch’ella teneva in pugno saltarono in aria e finirono sul fuoco. Ma per amore della storiella la piccina non fiatò.

— Ma che ghiande arrosto!... Maccheroni, carne arrosto, lepri in dolce, minestra, ecc. Mentre cenavano, don don alla porta. — C’è gente, — disse la donna. Subito cosa fa? Fa entrare il frate dentro al forno e con esso tutte le vivande. Poi andò e aprì. Era il marito che tornava di campagna con un compagno; un contadino molto ricco.

“— Non ce ne dai da cenare, capra mia?4 Mi sto vedendo le orecchie5.

“Ah, cosa fa la donna maligna? Sentite. Chichita, ti ho detto di star ferma: lascia le olive in pace. Sentite. La donna aveva un libro vecchio stampato. Lo prende e dice: libro mio, comando che appaja un piatto di [p. 38 modifica] maccheroni. Ed ecco il frate spinge fuori del forno il piatto di maccheroni.

Il marito e l’altro a bocca aperta, per la meraviglia.

“— Libro mio, comando, fuori un piatto di carne arrosto! — Ed ecco venir fuori un piatto di carne arrosto.

— Sempre dal forno? — chiese Martino.

— E dunque da casa del diavolo? Lasciatemi raccontare. Libro mio, comando, fuori una lepre in dolce.... E veniva fuori la lepre. Infine ogni grazia di Dio.

— Ma quei due non vedevano che c’era il frate?

— Ma che! Se lo avessero veduto lo avrebbero bastonato.

— Dio mio, — esclamò Chichita, giungendo le manine e sospirando. — E fichi ce n’erano?

— E ghiande arrostite? — ripetè Diego cui non dava gusto la storiella, e s’annoiava e sbadigliava.

— Non lo so, lasciatemi stare, — proruppe Badòra impazientita. — Infine veniva fuori ogni cosa che la donna comandava, e i due uomini cenarono fino a slargarsi la cintura. Il [p. 39 modifica] contadino ricco disse poi alla donna: — Me lo vendi questo libro? Ti do cento scudi.

“— No, non lo vendo neanche se me ne dai mille.

“— Duecento scudi? Fai?

“— Dammene trecento e te lo do per piacere.

Combinarono. Il contadino sborsò i trecento scudi e, preso il libro, lo avvolse nel fazzoletto e se ne andò. Arrivato a casa sua cominciò a comandarlo; ma già, era come dire al muro.

“— Libro mio, comando un piatto di maccheroni.

“Nulla. Visto ne avete voi? Visto ne ha lui. E restò con tanto di naso.

— E la donna? E il marito e il frate?

— E la donna e il marito, allegrissimi, se n’andarono a letto e misero i trecento scudi sotto il guanciale. Il frate, a notte alta, uscì dal forno e tornò al convento.

— E poi?

— Poi nulla. È finito.

— Mamma, — gridò Diego all’improvviso, — mamma mia, Badòra racconta delle porcherie a questi piccini! [p. 40 modifica]

Accadde allora un altro subbuglio: donna Martina si levò su, ritta, severissima, e venne a spiegazioni con Badòra che, rossa e stizzita come un galletto, ripetè la storiella, lamentandosi poi delle persecuzioni di Diego.

— Sia comunque, — disse il signor Giovanni intromettendosi, — non son storielle da raccontarsi ai bimbi, queste....

Donna Martina prese Diego per il braccio e lo lanciò lontano, dicendogli di andarsene a studiare.

Egli rispose che lo faceva volentieri; ma prima spifferò come Grazietta mangiasse le ghiande, e aggiunse che Badòra la consigliava d’imbrattarle di cenere, chè così eran più saporite.

— Non è vero, non è vero, nonna mia, — disse la piccina, — erano soltanto arrostite....

Basta, come Dio volle, la calma tornò nel piccolo gregge. Ma, rasentando la tavola per andarsene, Diego udì tre parole che Nino Faira susurrava a Maria, e uscì cantarellando:

“Duas rosas bi tenzo in s’ortigheddu....

E invece di ritirarsi nella sua camera, rimase sulla scala, pronto sulla balaustrata, aspettando. [p. 41 modifica]

Dopo averla rappacificata con Diego, Nino avea pregato Maria di giocar assieme una partita. Ed era una partita arrischiata quella ch’egli voleva finalmente giocare: avrebbe o tutto vinto o tutto perduto.

— Aspetta un momentino, — disse Maria. Andò a riscaldarsi le mani al braciere, al quale erasi stretta anche Filippa, e poi tornò verso la tavola, ma senza troppo entusiasmo.

Donna Martina e le figlie e il genero parlavano a voce sommessa.

Giovanni raccontava un segreto di stato, o meglio un segreto di comune, di certe terre in quel giorno ipotecate per misteriosi debiti municipali.

— Vedrete che scandalo ne verrà fuori, vedrete. E ne piangerà lui, Pietro Ferro, vedrete...

— E perchè lui? Tutti i consiglieri scaduti devono risponderne.... — sclamò Filippa con gli occhi accesi. Pietro Ferro, sebbene zoppo, la interessava assai perchè possedeva di quelle famose tanche col rio in mezzo.

— Sta quieta, tu, — disse Margherita, [p. 42 modifica] tirandole la veste per significarle di parlar piano e accennandole Badòra con gli occhi.

— Cosa ne sappiamo noi? — disse Giovanni in tono misterioso, appunto perchè ne sapeva qualche cosa. — Noi non sappiamo nulla. — Si mise a passeggiare e s’avvicinò alla tavola. Nino e Maria giocavano con calma un’aristocratica partita di lanzichenecco, o parlavano di cose indifferenti.

La quieta luminosità gialla della lampada a tre fiamme circondava con un radioso anello di luce le due graziose teste giovanili.

— Chi vince? domandò Giovanni, fermandosi con le mani intrecciate sulla schiena.

— Io: e non si sa? — rispose Maria senza sollevar gli occhi.

Giovanni guardò con affetto i due giovanetti. Nino aveva diciannove anni, ma sembrava ancor più giovine, un bell’adolescente dai capelli neri ribelli, gli occhi piccoli ma brillanti, vivacissimi, il volto raso e pallido, con una profonda fossetta sul mento. Ridendo ne formava altre due sulle guancie e altre due nell’angolo degli occhi. Alla luce della lampada la sua fronte aveva un tenue riflesso d’avorio; [p. 43 modifica] — e splendevano i denti, gli occhi e le delicate unghie violacee di Maria.

— Va bene, ma non vi sgridate, ammonì paternamente Giovanni, allontanandosi.

— Sgridarci! — disse Nino con voce sommessa, come parlando a sè stesso. — Com’è possibile? Non sono Diego io.

Maria credè d’intendere un lieve rimprovero e protestò.

— Ma non sono poi io che lo molesto. È lui, sai. Diego è un tormento. Già, sono tutti una disperazione quelli lì, — (sporgendo il labbro inferiore accennò il circolo del piccolo gregge). — C’è da fuggirsene da questa casa....

— Vientene a casa mia, — diss’egli sorridendo; ma il cuore gli tremava.

— Diego? Diego la finirà male... Vedrai, Nino; lingua mia s’inaridisca, ma Diego finirà male.

— Lascia stare, — egli rispose, — è un ragazzo; si correggerà da solo. Dieci, venti, ventiquattro, trentacinque.... hai vinto tu pure.

— Già! — diss’ella ridendo e rimescolando le carte. — Fortunato in amor non giochi a carte!

Egli la guardò fisso, sospirò, scosse la testa. [p. 44 modifica] Volle dire una parola, ma non ardì ancora, e chinò nuovamente gli occhi.

Per un pò stettero silenziosi. Traverso il chiaccherio delle donne riunite al braciere, s’udiva Badòra raccontar la storiella e Diego sbadigliare insolentemente.

— Dio mio, — disse a un tratto Maria, ricordando un dramma avvenuto quella mattina. Sai cosa ha fatto oggi il Prigioniero di Chillon? Hai visto Miranda? Ebbene, se la ha mangiata viva e buona....

— Perbaccolina! — esclamò Nino, fingendo un comico terrore. Poi aggiunse spiritosamente: — Ma, già, voi vendicherete Miranda. Mangerete, a vostra volta, il Prigioniero di Chillon.

Risero a poco a poco, gustosamente.

Per spiegare il significato del dramma e della relativa vendetta, bisogna dire che in casa Marvu ogni individuo ed ogni cosa, battezzata per lo più da Diego e da Maria, con l’aiuto dei piccini, aveva un nome e spesso anche un nomignolo. Il Prigioniero di Chillon era il magnifico maiale bianco-roseo dalla coda nera, rinchiuso in una loggia esterna del cortile, e Miranda, la sua recente vittima, una graziosa gattina nera. I cani da caccia di [p. 45 modifica] Giovanni, per esempio, si chiamavano Manfredi e Carlo d’Angiò: il cavallo Gialeto e la provvista della legna da ardere indovinate poi come la chiamavano? Arnaldo da Brescia!

Un vecchio servo campidanese, che improvvisava canzoni e suonava le leoneddas e la chitarra, Maria, dietro il classico e poetico consiglio di Nino, lo aveva rassomigliato, — nientemente — a Sordello Visconti. (Veramente Maria, che non conosceva Dante che di nome, non sapeva la distanza enorme fra zio Giuseppino e Sordello!) Da quel giorno zio Giuseppino, prima soprannominato Pira gotta (Pera cotta), si sentì sempre chiamare Sordello. Egli s’arrabbiava, credendo volessero dirgli ch’era sordo, e infatti lo era un poco, ma le sue proteste riescivan vane. Sordello andava e Sordello veniva. Che più? Le galline erano chiamato le undici mila vergini, benchè fossero soltanto ventidue; e in questa denominazione era compreso anche il gallo!

Maria continuò a vincere, Nino taceva; talora s’incantava in un profondo pensiero, giocava distratto, e tratto tratto trasaliva leggermente. [p. 46 modifica]

S’avvicinava l’ora di andarsene; e poichè quella sera egli voleva tentare il colpo meditato da lungo tempo, non sapeva a quale ispirazione votarsi per consegnare a Maria una lettera d’amore.

La fortuna lo favorì. Nel chiasso destato da Diego per la storiella di Badòra egli potè dire alla fanciulla:

— Maria, mi fai un piacere?

Disse solo così; ma la voce gli tremava e il suo viso si contrasse come per uno spasimo fisico.

— Cos’hai? — ella chiese con premura. — Ti senti male?

— No, no. Mi fai dunque un piacere?

— Magari due! Cos’è?

— Quando me ne vado, vieni tu a farmi lume e accompagnarmi....

— Perchè? ella chiese guardandolo ingenuamente stupita. Ma egli la fissava così stranamente, con tanta sincera passione, che ella finalmente comprese e arrossì.

— Perchè? Perchè? — chiese sommessa, chinando gli occhi.

— Vorrei dirti una parola. [p. 47 modifica]

— Non puoi dirmela ora?

— No, non posso. Verrai?

Ella pensò un poco, alquanto sconvolta. In apparenza essi giocavano ancora, ma gettando a caso le carte, senza neppur vederle. A lui tremavano lievemente le mani: era spaventato, meravigliato e felice di quanto aveva osato. Anche senza averla completamente giocata, sentiva d’aver vinto la partita.

— Verrai, Maria, verrai?

— Sì.

Rasentando la tavola, Diego udì queste ultime parole, la domanda supplicante e ardente, la risposta soave e promettente; e il dubbio che passava nella sua testa di bimbo-uomo, si fece certezza. E così, invece di ritirarsi, rimase sulla balaustrata nera che la ripercussione del vento esterno faceva fremere e tinnire, nella vuota oscurità della scala fredda.

Rimase un bel po’, tremando di freddo, ma finalmente il suo pallido viso satirico dagli occhi lunghi socchiusi, affacciato prudentemente nel vano d’un circolare fiore nero della balaustrata, vide i due colpevoli uscire e fermarsi sul pianerottolo. [p. 48 modifica]

Maria teneva alto un lume, la cui luce tremò alla fredda aria della scala. Nino s’estrasse rapido dalla tasca del soprabito la bianca ed elegante lettera, e gliela pose nell’altra mano.

— Leggila, e rispondimi domani.

E siccome ella rimaneva stordita, egli le prese rapidamente la testina fra le mani e la baciò: e fuggì via, scendendo i gradini a tre a tre e rialzandosi il colletto del soprabito. Maria scese, rinchiuse la porta e risalì guardando da una parte e dall’altra la cara lettera; le sue labbra non avevano sentito neppure le dolci e ardenti labbra di Nino, ma l’anima sua aveva sentito il bacio d’una nuova vita, e in quello sfondo buio di scala, sul cui vuoto i ghirigori neri della balaustrata guardavano come strani occhi oscuri, scorgeva un orizzonte luminoso.

Invece di rientrare nella stanza da pranzo proseguì a salire le scale. Ed ecco Diego, ritto sui gradini, serio e fatale.

— Cosa fai lì? — domandò Maria, spaventandosi e indietreggiando.

— Ho veduto tutto! — egli disse. — Tu fai l’amore con Nino Faira, e se non mi paghi dico tutto alla mamma e a Filippa! [p. 49 modifica]

— Cosa? Cosa?....

— Cosa? — diss’egli alzando la voce. — Te la dico io la cosa! Se non mi dai tutto il denaro che possiedi, ti accuso a Filippa!

Davanti alla viltà di lui, Maria, ricadendo nella più brutale realtà, reagì, arrossì e gridò esasperata:

— Ti do un corno! — e ridiscese decisa di mostrar la lettera a sua madre e a Giovanni.

Fuor nella strada, stravolto dalla gigantesca corsa del vento, col soprabito aperto sul petto pulsante, Nino diceva fra sè:

— Oh Maria, mia dolce Maria, ogni tuo pensiero sia con me in questo momento!

Ma in quel momento Maria, con la lettera d’amore non ancor aperta fra le gelide mani, scendeva le scale amaramente pensando:

— Diego la finirà male!



Note

  1. Francesca.
  2. Due rose tengo nell’orticello,
    Una bianca ed una di colore,
    Se mi dànno mi piglio la minore,
    Perchè la maggiore mi fa dar di volta al cervello.
  3. Modo di allontanar i mendicanti senza dar loro l’elemosina.
  4. La capra, nome scherzoso, sebbene poco gentile, con cui i paesani nuoresi chiamano talvolta le mogli.
  5. Locuzione nuorese, per esprimer un grande appetito.