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vano male, perchè giocavano slealmente, barando e imbrogliandosi a vicenda, benchè stessero con tanti d’occhi aperti.

Maria rideva silenziosamente, mostrando i suoi dentini graziosamente irregolari ma bianchi e lucenti: era la decima o undicesima partita che vinceva. Diego s’arrovellava, roteando lo sguardo dalle sue carte agli occhi e alle mani di Maria. Aveva un asso e non sapeva come farlo scivolare sulle sue poche e inutili carte vinte, perchè ella, a sua volta, figgeva gli occhi sulle piccole nervose mani di lui. A un certo punto si trovò disperatamente con l’asso e due sette in mano: finse di tentare un colpo estremo gettando il sette di picche, ma Maria sollevò in alto una delle sue carte e la lasciò cadere dicendo:

— Ora scoppi davvero!

La carta cadde rovescia! Diego la volse e imprecò sotto voce. Era l’asso di picche!

— Il giuoco è fatto, — disse Maria.

— Non ancora: aspetta, aspetta, mia bella. —