Le avventure di Saffo/Libro I/Capitolo XI

Libro I - Capitolo XI. Il ragionamento domestico

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CAPITOLO XI.


Il ragionamento domestico.


Faone ritornato dal tempio, si ricordò, che per affari di navigazione ultimamente intervenuti, gli era necessario il ragionarne con Scamandronimo, e glie ne eccitò la memoria l’incontro colla figlia. Perlochè deviando egli dal cammino, che si era proposto verso il proprio albergo, si rivolse a quello di Scamandronimo, e quando Saffo vi entrò, egli era già col di lei padre in mercantili ragionamenti. Le ancelle garrule e curiose su quanto accade, le dissero ansiosamente, che un garzone, di cui non mai si era veduto il più leggiadro, stava discorrendo con Scamandronimo. La maraviglia che aveva eccitata in quegli alberghi commosse anche la provetta [p. 98 modifica]Cleide ad ammirare il bellissimo ospite; e però si era introdotta, come a’ soliti lavori, in un lato della stanza dove quelli ragionavano. Intanto le ancelle e i servi, adocchiavano susurrando per le socchiuse porte, siccome concorrono le api nell’alveare, intorno all’angusto foro, ch’apre la via alla interna struttura. Saffo ancora, quantunque ripiena di amari pensieri, non si trattenne dalla comune curiosità, volendo scoprire chi fosse colui, che tanto tumulto suscitava nella casa. Le ancelle e i servi si ritirarono rispettosi, affinch’ella guardasse, e quando vide ch’era Faone, si sentì ristorar l’animo da un dubbio lusinghiero, che forse il colloquio del tempio gli avesse inspirato qualche desiderio d’ottenerla in isposa. Il cuore, propenso al piacevole inganno, interpretava la indifferenza del garzone simulata per convenienza de’ costumi, essendo lodevole cautela prima di spiegare gli amorosi pensieri alle timide vergini, [p. 99 modifica]scoprire l’animo de’ genitori; e viepiù cieca nelle sue congetture, le parevano gli amori di Cleonice immaginati per indagare, irritandola cogli stimoli della gelosia, se avesse il cuore occupato da un affetto anteriore, e supponeva un fatto casuale, ne i tumultuosi applausi della vittoria, il furto de’ fiori, tutte dimenticando le contrarie interpretazioni. E però timidamente, e insieme agitata dalle speranze in lei repentinamente risorte, teneva gli occhi fissi, ritrovando infino gli atti e i gesti di quelli, che dentro ragionavano, conformi all’immaginato sistema della sua infelice lusinga. Ma già terminato quel colloquio, si alzò Faone, e seco Scamandronimo per accompagnarlo alla porta; la donzella, spinta dal suo inganno, entrò come a caso sopraggiunta, e Faone cortesemente la salutò. Ella intanto rimirava i loro volti, se mai profferissero qualche accento favorevole alle di lei vane congetture, ed in quella sospen[p. 100 modifica]sione disse Faone a Scamandronimo; Benchè sieno finiti i nostri ragionamenti, non ti dispiaccia, che alquanto io ancora mi trattenga, perchè la tua leggiadra figlia è quì venuta. Sia come ti piace, cortese ospite, rispose Scamandronimo, essendochè nulla mi puoi fare di più grato nè di più onorevole, ed accennò a Cleide, che si avvicinasse. Prepararono i servi sollecitamente i sedili ricoperti di morbide piume, sui quali si collocarono in giro disposti a placida confabulazione. Venne intanto un servo, e recò in un paniere freschi e delicati frutti, tuttora umidi di rugiada, raccolti nel domestico pomario, i quali osservando Scamandronimo; A te spetta, disse, o figlia, di offerire al nostro ospite i frutti, posciachè sono l’opera della tua industriosa coltivazione. Non mai la fanciulla udì comando paterno, a cui prestasse più grata ubbidienza, e quindi prese il paniere, e a lui cortesemente lo recò, abbassando gli [p. 101 modifica]occhi per timida verecondia, ma pure furtivamente esaminando quel volto a lei vicino, e la mano candida, che sceglieva i frutti. Ben sono questi così preziosi doni, proruppe il garzone, un manifesto segno della maravigliosa attitudine dell’animo tuo, o leggiadra fanciulla, al ben regolato governo della famiglia; di modo che congiunta, come fra poco ti avverrà, nei nodi di Imene, sarai fra tutte distinta per la diligenza delle domestiche occupazioni. Ampiamente lodi, cortese ospite, Saffo rispose, col solo testimonio fallace degli occhi quello che tu devi giudicare col senso del palato: ed egli gustando un frutto, che già avea nelle mani, confermò le lodi alla coltivatrice, alle quali i genitori sorridendo mostravano la compiacenza di ascoltarle. Ma, disse Scamandronimo, posciachè gratissimo è questo ozio, tu potresti, o Faone, narrarci quanto la fama ha divulgato confusamente della tua avventura, e come Venere ti abbia [p. 102 modifica]concessa questa, per verità sovraumana bellezza, per cui il tuo provetto genitore deve, nel rimirarla, sentire piacevole conforto negli estremi fastidiosi anni della vita. Al che Faone rispose con timidità che viepiù leggiadro lo rendeva; Se in me ravvisi qualche non ordinaria sembianza, siccome è dono di lei che mi è benigna, e non già frutto di mia virtù, non la stimo se non in quanto è Dea la donatrice, ed è segno di sua preziosa benevolenza. Quindi io spero di non provare gl’infiniti affanni, ch’ella sì spesso ad altri dispensa, e de’ quali molti ne ho già uditi da tanti che se ne querelano. Oh te felice, esclamò Saffo, che gusterai soltanto l’ambrosia della mensa di Amore, dove tanti, dopo fuggitive dolcezze, lungamente si pascono di amarissimo assenzio! Tu parli di amore, disse Faone, ingegnosa donzella, con animo scontento, sicchè pare che ti abbia già fatta alcuna delle sue capricciose ingiurie. Ma per certo nè lunghe [p. 103 modifica]nè ripetute possono essere state le tue amorose vicende, perocchè le tue guance fanno testimonio del breve spazio di vita, la quale è ancora ne i principi del florido cammino. Oh (disse quella) un sol momento basta a farci comprendere una estrema infelicità, laddove neppure lunga serie di fortune ci può assicurare della costanza di giorni tranquilli! È vero, interruppe Scamandronimo, che spesso non intendiamo i beni presenti, dei quali siamo posseditori, perchè ci spingiamo nell’avvenire cogli immoderati desiderj, o con vani timori; quandochè nelle sventure gustiamo, fino all’ultima stilla, la presente amarezza, ricusando gl’inviti della speranza. Ma sono i nostri raziocinj troppo lenti e rozzi a penetrare in quell’oscuro ricetto, dove alberga la cagione de’ nostri pensieri. Onde sarà meglio, che tu ci narri, come io già ti ho proposto, la maraviglia in te operata da Venere, acciocchè udendola ci confermiamo nella [p. 104 modifica]venerazione de’ Numi. Alle quali instanze cedendo il garzone, intraprese di narrare colle più distinte particolarità, le già altrove esposte di lui avventure. Entravano or l’uno or l’altro de’ servi, senza turbare collo strepito, o delle porte che stridono, o di sedili rimossi, o di coturni che si strascinino sul pavimento, tutti intenti ad ascoltare il divino prodigio. Era sospeso, non che ogni pensiero ed ogni moto nell’amante donzella, ma quasi lo stesso respiro, mentre ascoltava il leggiadro narratore, il quale dipingeva quegli accidenti con facili espressioni che gli scorreano dal labbro involontarie come il fiato. Intanto la vergine bevea a larghi sorsi il veleno, ed inebbriata dalla soavità di quelle parole, si stendeva verso del narratore con volto ansioso e ciglio sospeso, come chi ode lontano romore. Scamandronimo insieme sollevava spesso gli occhi al cielo, accanto di cui la provetta Cleide con labbra aperte prestava l’orec[p. 105 modifica]chio, grondando qualche lagrima dagli occhi, siccome intenerita da un religioso rispetto verso gli Dei. Che se taluno si maravigliasse come la di lui facondia così rapisse l’animo degli ascoltatori, sappia che glie l’aveva concessa non lo studio di rettoriche dottrine, benchè idoneo a dilettare e persuadere anche una concitata moltitudine, siccome veggiamo nelle repubbliche; ma quella Dea sovrana d’ogni delizia, la quale con un sorriso calma le tempeste, e trattiene i turbini; la quale con una lagrima estingue in mano di Giove la vampa del fulmine, con una preghiera fa cadere dalla destra di Marte il brando non mai rugginoso, se non quando ella lo alletti; che se fosse concesso a tal Dea di penetrare nel baratro di Plutone, cangierebbe quella infinita miseria in altrettante inesplicabili delizie. Ma nondimeno non sono per questo sinceri e costanti i diletti ch’ella propone, ma bensì, al pari del flutto del mare, in[p. 106 modifica]vitano colla serena calma ad esporsi a pericoli mortali anche il più volte naufragato nocchiero; e però chiunque leggerà questa narrazione, in vece di essere allettato agli insidiosi piaceri, che la Dea promette come sinceri, potrà vedere descritti, coll’esperienza di sì misera donzella, i lagrimevoli effetti del predominio di Amore. Ed avendo io di sopra già narrata la storia di Faone, non rechi maraviglia, se da me esposta, ha perduto quel fascino soave, ch’ebbe nella bocca di lui. Perchè io la scrissi seguendo le tradizioni della fama, e co i deboli soccorsi di uno stile senza disciplina. Ed anche mi è avvenuto di scrivere timidamente per riverenza verso la Dea, laddove parlò il garzone per divino impulso; nè la facondia de’ mortali può adeguatamente esporre quelle parole, che proferisce una lingua mossa da’ Numi.

Quand’ebbe il garzone terminata la sua narrazione si guardavano vicende[p. 107 modifica]volmente gli ascoltatori, tacendo in prima, e quindi, prorompendo dal silenzio in confusi bisbiglj, ragionarono con varie opinioni, ma in questa tutti concordi, che non mai alcuno di loro avea veduto il più leggiadro, o udito il più lusinghiero parlatore. Ammiravano quindi le donne la di lui bellezza, e la invidiavano gli uomini, fuorchè il provetto Scamandronimo, in cui erano da lungo tempo, scancellate le brame di allettare colle sembianze già totalmente distrutte. Bensì lo rimirava con sincero diletto, e insieme desiderava, che il cielo avesse a lui dato così avvenente figlio. Sorsero alla fine tutti con Faone, che il primo si accommiatò; e dette fra loro molte cortesi parole, questi ritornarono alle domestiche occupazioni, e l’altro alle sue, non immaginando, che mentre egli partiva soddisfatto del piacevole trattenimento, lasciava nel cuore di Saffo una crudelissima perplessità.