Le avventure di Saffo/Libro I/Capitolo XII

Libro I - Capitolo XII. La esortazione paterna

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CAPITOLO XII.


La esortazione paterna.


Rimasero pertanto la figlia ed i genitori, poichè i servi e le ancelle si sparsero di nuovo dentro l’albergo rivolti a’ loro impieghi. Saffo ancor nutriva la ingannevole speranza che avesse il garzone fatta qualche richiesta di lei al padre, e però lo guardava aspettando qualche accento conforme a’ di lei desiderj: e quindi mirava anco Cleide, e poi di nuovo il padre; ma perchè nulla di propizio usciva da’ loro labbri, nè mostravano indizio alcuno nel volto che in lei nutrisse il piacevole errore, incominciò a cangiarsi la lusinga in dubbio e il dubbio in timore; onde, per esperienza del vero, interrogò Scamandronimo, non senza artificiosa insinuazione, qual fosse il soggetto del seguíto abboccamento, e [p. 109 modifica]rispostole, che era non altro, se non affare di negoziazione, per il quale anzi dovea fra poco Faone istesso navigare in Sicilia, scoppiò la fanciulla in pianto improvviso. In vanoFonte/commento: Pagina:Verri - Le avventure di Saffo e la Faoniade, Parigi, Molini, 1790.djvu/15 ella si studiò di raffrenarlo in prima, e poi di nasconderlo coll’umido velo, perchè avvedutosene Scamandronimo, quanto sorpreso dalla incognita perturbazione, altrettanto commosso a pietà; Che mai così può rattristarti, interrogolla mansuetamente, onde debbino prorompere dagli occhi tuoi, fonti così improvvisi di lagrime copiose ad irrigare i tuoi sembianti, fino a questa età, sempre lieti e tranquilli? Ed ella a lui rispose singhiozzando, oh! Padre ben sai, che talvolta ci sorprende una involontaria tristezza. Ma non così acerba, aggiunse Cleide affettuosamente accarezzandola, quale ora ne dimostri; e per certo, o Scamandronimo, aggiunse a lui rivolto, ve n’è qualche ragione che tu potresti indagare. E tu, o figlia, non ci trattenere così perplessi in tanta affli[p. 110 modifica]zione, perchè qualunque sia la ignota angoscia, che sì male ascondi, vi troverà per certo alcun rimedio la nostra benevolenza. Stette alquanto pensieroso Scamandronimo, e poi disse: Parmi che omai la mia mente travveda verisimili congetture, perchè io considero, che il nome di Faone ti conturbò ieri alla mensa, come abbiamo così spiacevolmente veduto, ed oggi altrettanto la di lui presenza ha rinnovate le medesime afflizioni. È perciò manifesto (a meno che io non sia giunto colla esperienza degli anni a conoscere gli animi sinceri) che le tue angoscie non hanno altra cagione, se non gl’impulsi di Amore. Meglio è quindi, che tu ne squarci questo velo già trasparente, perchè tacendo dietro di lui non bene nascosta, privi te di conforto, e noi ricolmi di tristezza. Oh miseria mia! esclamò la fanciulla, chi mai potrà intendere quanto ella è grave, o chi potrà mai confortarmi, non che risanar[p. 111 modifica]mi! Così proruppe incominciando ad esalare l’animo suo, a ciò indotta dalle amorevoli esortazioni; e togliendo il manto dagli occhi, tutte mostrò le sue lagrime, e tutti i segni che la prepotente angoscia le imprimeva sulle sembianze, gettandosi dolente e languida in grembo della madre. Deh! ti conforta, o figlia disse Cleide, e pensa che tu non puoi rivelare i mali dell’animo tuo ad amici più di noi pietosi. Perlochè dalle benigne parole indotta e dalla misera necessità, scoperse alla fine tutto il segreto del deplorabile tumulto repentinamente entrato nel di lei cuore alla vista dell’atleta vincitore. Scamandronimo la ascoltava senza paterna severità, ma con affettuosa amicizia, acciocchè ella non ascondesse in un pernicioso silenzio alcuna parte de’ suoi mali. L’amor felice brama il silenzio, ma l’amore sventurato è garrulo nel querelarsi; così quand’ella ebbe superati i primi ritegni della gio[p. 112 modifica]vanile timidità, vedendosi amichevolmente ascoltata, non vi fu pensiero che non rivelasse, profusamente versando fuori dal petto la tormentosa amarezza con tanto sforzo dissimulata. Quand’ebbe il tutto pazientemente inteso Scamandronimo, sorridendo le rispose: Con gravi parole tu ragioni di leggiero argomento, siccome è per se medesimo l’amore, e molto più l’amore di fanciulla, al quale potrai recare soccorso in più modi che tu non pensi. E quali sono? interruppe ella, asciugandosi col velo gli occhi. Primamente, rispose Scamandronimo, si possono dirigere gli affetti alla onesta lor meta, facendoti consorte dell’amato garzone... Ma come, interruppe ella, se ama Cleonice?... Lo dicesti, ripigliò Scamandronimo, nè un solo accento alla tua narrazione mi è sfuggito dalla memoria; ma ancor non sai la incostanza delle amorose proteste. Egli non ha giurato la fede alle are, e però non è impossibile, colle maniere accorte, [p. 113 modifica]di rivolgere a te l’animo di lui; nè vi sarà amichevole artificio ch’io non adoperi, perchè tu giunga a tale acquisto. Che se a te piace il garzone per le sue forme divine, me non meno alletta per gli suoi gratissimi costumi; al che si aggiunge la di lui ricchezza, e la di lui esperienza nella mercatura, fregj molto convenienti alla felicità dell’imeneo. Oh! veramente amico, non che padre, disse allora abbracciandolo cogli occhi lagrimosi la figlia, in te ritrovo il primo momento di vero conforto alle mie pene. Ben farai, disse Cleide a lui, di acquistarmi un tal genero, perchè farai contenta questa meschina, e me non meno, che vedrò giacere la mia fanciulla in talamo così leggiadro. Ma pure, aggiunse Scamandronimo, quando mai fossero infruttuosi i miei ufficj presso del giovine, quantunque li speri profittevoli, rimarrà nondimeno Lesbo ancora popolata da florida gioventù, fra la quale potrai sceglierti quell’antidoto, che estingua nel tuo cuore così [p. 114 modifica]velenosa fiamma. Pur ben farai, disse la buona Cleide, scuotendo il capo, e insieme appoggiando la destra sotto il mento di Saffo, pur ben farai d’accettare questo consiglio, perchè altrimenti sarebbe stolidità, che tu, mia figlia, ti struggessi per chi non ti ama, nè ti mancherà un avvenente e tenero sposo, che ti faccia dimenticare un ingrato e fuggitivo. Ah madre! esclamò Saffo, io non posso vivere senza di lui, che già è il tiranno dell’anima mia. Oh! vivrai, disse lietamente Scamandronimo, quand’anche ti ricusi, posciachè le ferite di amore, per quanto sieno profonde, non sono mortali, che se lo fossero, morremmo tutti in gioventù; laddove ben vedi che noi amando siamo giunti a questi anni, che più confinano cogli ultimi che coi primi. Io però mi ricordo de’ miei giovanili delirj con quella reminiscenza, che basti ad avere pietà delle tue angoscie, senza rinnovare le mie. Ma quando l’animo è dominato dal tiranno giogo di [p. 115 modifica]amore, non sembra a lui verisimile il riacquisto della felice libertà, quantunque per esperienza sia giornalmente manifesto, che quel potente Dio che tutto vince, è vinto dal tempo. Oh ben ragioni, disse la figlia rispettosa, ma tu guardi dal lido la procella, in cui io sono prossima a naufragare. Ed io ti farò da nocchiero, aggiunse Scamandronimo, ed acciocchè vedi quanto ho l’animo disposto a sodisfarti, siccome persuaso, che amore impaziente languisce ne’ ritardi, andrò direttamente a scoprir l’animo di Faone; e tu quì intanto trattienla, o buona Cleide, finchè ritorni, per quanto io credo, gratissimo messaggiero. Così dicendo uscì dagli alberghi, lasciando a lei il più fallace, ma il solo conforto delle cure mortali, la speranza lusinghiera.