Vite dei filosofi/Libro Secondo/Vita di Menedemo

Libro Secondo - Vita di Menedemo

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Diogene Laerzio - Vite dei filosofi (III secolo)
Traduzione dal greco di Luigi Lechi (1842)
Libro Secondo - Vita di Menedemo
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CAPO XVII.


Menedemo.


I. Menedemo, che fu tra’ seguaci di Fedone, era figlio di Clistene, disceso dai così detti Teopropidi; uomo al certo ben nato, ma architetto e povero. Altri dicono che costui era anche fabbricatore di tende, e che avea Menedemo apparato ambo i mestieri. Ond’è che proponendosi da lui un qualche decreto, Alessino lo punse dicendo come non conveniva al sapiente il fare nè tende, nè decreti.

II. Menedemo, spedito dagli Eretriesi in presidio a Megara, se ne andò all’Accademia da Platone, e preso alla rete abbandonò la milizia. Ma tratto a sè da Asclepiade fliasio, fu a Megara da Stilpone, ove entrambi lo udirono. E di là navigando ad Elide si unirono ad Anchipilo e Mosco seguaci di Fedone; e sino al presente, come è detto prima nella vita di Fedone, si appellarono Eliaci. Ma Eretrici poi si chiamarono dalla patria di quello di cui si parla.

III. Pare che Menedemo avesse molta gravità. Su di che, parodiandolo, così disse Crate:

     E Asclepiade fliasio e il toro Eretrio.

[p. 167 modifica]E Timone così:

     Se a chiacchierar ponenti era un altero,
     Vano romoreggiar.

E tale fu questa gravità, che Euriloco casandreo, in compagnia di Clippide giovine ciziceno, rifiutò un invito di Antigono, temendo non se n’avvedesse Menedemo, censor severo e libero parlatore. — Quindi essendo trattato da un giovine con isfrontatezza, nulla disse per verità, ma preso un fuscello disegnò sullo spazzo la figura di un cinedo; sinchè, veggenti tutti, il giovine, accortosi del vituperio, si parli. — A Ierocle, ritornando seco dal Pireo al tempio d’Aufiarao, e molte cose discorrendo intorno la distruzione di Eretria, non disse altro, se non che il richiese del perchè si lasciasse svergognare da Antigono? — Ad un adultero che arditamente parlava: Ignori, disse, che non solo il cavolo ha buon succo, ma anche il rafano? — Ad un giovinetto che gridava alto, guarda, disse, di non aver di dietro qualche cosa senza saperlo. — Antigono gli chiese parere se dovea recarsi ad uno stravizzo: taciute l’altre cose, ciò solo comandò gli rapportassero, ch’egli è figlio di re. — Ad uno sciocco che gli raccontava alcune frivolezze, chiese se aveva un campo: e dettogli che possessioni in buon dato, va dunque, riprese, ed abbine cura, affinchè non li avvenga che e quelle vadano a male, e tu perda un'onesta semplicità. — A chi gli dimandò se l’uom probo deve ammogliarsi, chiese, qual ti sembro io, probo o no? e dettogli che era, io dunque, [p. 168 modifica]soggiunse, mi sono ammogliato. — Ad uno che diceva, che i beni erano molti, dimandò, qual ne fosse il numero, e se li stimava più che cento? — Non potendo reprimere la magnificenza di alcuni che lo invitavano a cena, invitato una volta, non disse già nulla, ma tacendo gli ammonì col prendere soltanto delle olive.

IV. Ond’è che questa sua libertà di parlare per poco nol mise a pericolo anche in Cipro presso Nicocreonte, coll’amico Asclepiade: chè celebrando quel re una festa mensuale, ed essi pure, come gli altri filosofi, avendo invitati, Menedemo disse che, se bello era quel rassembramento di persone, bisognava che la festa fosse ogni giorno; quando che no, superflua anche allora; ed a ciò opponendosi il tiranno e dicendo che quel giorno egli aveva di ozio per udire i filosofi, persistè, più che mai, ostinatissimo, che ogni tempo, siccome pei sagrificii, era convenevole ad ascoltare i filosofi; tantochè, se un suonatore di flauti non gli avesse divisi, vi perivano forse. Per la qual cosa, essendo in nave sbattuti dalla tempesta, è fama Asclepiade aver detto: come la buona musica del suonatore di flauto gli avea salvati, ma la libertà di parlare di Menedemo gli avea perduti.

V. Ed era, dicono, lontano dalle comuni usanze, e trascurato nelle cose della scuola, nè quindi si vedeva presso di lui alcun ordine ne’ sedili posti all’ingiro, ma ciascuno, come il caso portava, passeggiando o sedendo, lo ascoltava; e questo modo da lui praticavasi.

VI. È fama d’altra parte che quantunque timido, fosse anche ambizioso; poichè quando da prima, egli [p. 169 modifica]ed Asclepiade, si posero con un architetto a fabbricare insieme una casa, questi, cioè Asclepiade, si vedeva nudo portare sovra il tetto lo smalto; quegli, se si accorgeva che alcuno venisse, si nascondeva.

VII. Di poi datosi al governo della repubblica, si mostrò timido a segno di sbagliare perfino l’incensiere nel porvi l’incenso. — E una volta, standogli d’attorno Crate e motteggiandolo pel suo amministrare la città, ordinò ad alcuni di metterlo in prigione. Costui, non per tanto, aspettava che alcuno passasse e alzandosi in punta de’ piedi, lo chiamava agamennonio e governa-città.

VIII. Era in qualche modo religioso, ma più superstizioso. E però una volta con Asclepiade, avendo per inavvertenza mangiato, in una taverna, della carne che si era gettata via, dopo che il seppe, ne provò nausea e si fe’ pallido a segno che Asclepiade ebbe a rimproverarlo dicendogli che non era la carne che il turbava, ma l’opinione di quella. — Nel resto fu uom magnanimo e liberale.

IX. Per la complessione corporea, anche quando era vecchio, non la cedeva ad un atleta; robusto, abbronzato nel volto, ma grasso e affranto; di taglia per altro proporzionata, come appare da quella immaginetta ch’è in Eretria nello stadio vecchio; poichè, denudato quasi a bella posta, mostra la maggior parte del corpo.

X. Cortese cogli amici, dava, a cagione dell’insalubrità di Eretria, frequenti banchetti, ai quali intervenivano e musici e poeti. — Amava Arato e Licofrone il poeta tragico, e Atanagora rodio; ma sopra [p. 170 modifica]ogn’altro era partigiano di Omero; poi anche dei lirici, quindi di Sofocle, finalmente di Acheo, come secondo tra i satiri, assegnando ad Eschilo il primato. Il perchè contro gli oppositori del governo dicesi queste cose aver indirizzate:

            — È preso dunque
     Dai deboli il veloce, e in picciol tratto
     Dalla testuggin l’aquila.

Queste sono di Acheo, tratte dall’Onfale satirica. Per la qual cosa erra chi dice, che e’ non leggesse altro che la Medea di Euripide, la quale altri afferma essere di Neofrone sicionio.

XI. Tra i maestri disprezzava Platone e Senocrate; ed anche Parebate il cirenaico; e ammirava Stilpone; intorno al quale per altro, sendo una volta interrogato, non disse altro, se non che, è liberale.

XII. Era Menedemo oscuro e pel suo modo di comporre difficile avversario; versato su di ogni cosa, parlatore abbondante e, al dire di Antistene nelle Successioni, contenziosissimo. Usava poi anche di questa maniera di argomentazione: Il differente è egli differente dal differente? Sì — L’utile è egli differente dal bene? Sì — Dunque il bene non è utile. — Toglieva di mezzo, dicono, le proposizioni negative; stabiliva le affermative; e di queste ammetteva le semplici, le non semplici rifiutava, chiamandole congiunte e avviluppate. — È opinione di Eraclide, che nelle sue dottrine fosse platonico, e si prendesse giuoco delle dialettiche. Ond’è che Alessino ebbe ad interrogarlo una volta, se aveva [p. 171 modifica]cessato di battere il padre? Ed egli, ma io, rispose, nè il batteva, nè ho cessato. E quello, dicendogli nuovamente, che per torre l’ambiguità avrebbe dovuto dire sì o no, soggiunse: è ridicolo seguire le nostre leggi, quando è permesso di contrariarle alle porte. — A Bione che si prendea briga di perseguitare gli indovini, disse, ch’ei scannava i morti. E una volta udendo da alcuno che il più grande di tutti i beni fosse quello di conseguire ciò che si desidera, soggiunse, ma molto maggiore quello di desiderare ciò che si dee. — È opinione di Antigono caristio ch’ei nulla abbia scritto, nulla composto, a segno di non avere stabilito nulla su certi dommi. Dice che nelle quistioni era cosi battagliero da uscirne col volto tumido; ma che sebbene tale ne’ discorsi, dolcissimo era ne’ fatti; poichè molto burlandosi di Alessino e motteggiandolo duramente, gli fece in pari tempo del bene, accompagnando da Delfo sino a Calcide la donna di lui, che temeva i furti e gli assassinamenti che accadono per via.

XIII. Ed era buon amico, siccome è palese dalla affezione ch’ebbe per Asclepiade, e che in nulla non differiva dalla tenerezza di Pilade. Ma più vecchio era Asclepiade; per la qual cosa si diceva, lui essere il poeta, Menedemo l’istrione. — Raccontasi che una volta Archipolide avendo assegnato ad essi tre mila monete, ostinandosi su chi piglierebbe secondo, nè l’uno nè l’altro le prese.

XIV. Fu anche detto che aveano menato donne: Asclepiade la figlia, Menedemo la madre; che poi morta ad Asclepiade la moglie, pigliò quella di [p. 172 modifica]Menedemo; e che costui, dopo che fu preposto al governo della repubblica, una ricca sposò, ma che nonostante avendo essi una casa sola, Menedemo ne lasciò la cura alla prima moglie. — Asclepiade morì il primo in Eretria, già vecchio, essendo vissuto tra le lautezze con assai parsimonia, in compagnia di Menedemo. Per la qual cosa un mignone di Asclepiade, venendo dopo qualche tempo ad una gozzoviglia, e i donzelli serrandolo di fuori, Menedemo ordinò che fosse ammesso, col dire, che Asclepiade, anche di sotterra, gli apriva le porte. — Ebbero essi a protettore Ipponico il macedone e Agetore lamiese. Costui diede trenta mine a ciascuno, e Ipponico a Menedemo due mila dramme, per maritare le figlie; le quali, al dire di Eraclide erano tre, ch’egli avea avute dalla moglie Oropia.

XV. I conviti faceva in questa maniera: pranzava prima con due o tre, fino a giorno inoltrato; poi uno chiamava quelli che sopraggiugnevano, che pur essi aveano già desinato; se taluno veniva più presto, tornando addietro, s’informava, da chi usciva, che cosa avessero posto in tavola ed a che punto fossero; quindi se udiva camangiaretti o salumi, si ritirava, se pezzi di carne, entrava. Nella state, eranvi stuoie sopra i letti, nel verno pelli di pecora; l’origliere doveasi portar con sè; la tazza che si mandava in giro non era più grande di una cotila; al pospasto sì servivano lupini e fave e qualche volta, alla stagione, pere, o granati o piselli, o, per dio, anche fichi secchi. Le quali tutte cose racconta Licofrone ne’ satiri, che intitolò Menedemo, [p. 173 modifica]dramma composto in lode del filosofo. Alcuno di quelli è così:

     Come il piccolo nappo in breve mensa
     Per misura essi girano, posposto
     È per coiài che volentieri ascolta,
     L’erudito parlar.


XVI. Fu dunque prima avuto in dispregio, cane e sciocco chiamandolo gli Eretriesi; da ultimo ammirato a segno di dargli in mano la città. E fu mandato ambasciatore a Tolomeo e a Lisimaco; da per tutto onorato, ma particolarmente da Demetrio; che ad esso pagando ogn’anno la città dugento talenti, cinquanta ne tolse via. Al quale accusalo Menedemo che la città dava in mano a Tolomeo, si giustificò per lettera, il cui principio è: Menedemo a re Demetrio salute. — Odo che sul conto nostro, ti fu rapportato ecc. Dicesi che l’accusa venisse da un certo Eschilo che nel governo gli era avverso. — Sembra per altro che una gravissima ambasceria a Demetrio egli abbia sostenuto per conto di Oropo, come ricorda Eufaulo nelle Storie.

XVII. Anche Antigono lo amava, e si spacciava suo discepolo; e quando vinse i barbari presso Lisimachia, Menedemo scrisse per lui un decreto, semplice e senza adulazione, che cosi principia: I comandanti ed i consiglieri per le proposizioni hanno detto: Poichè re Antigono, vinti i barbari in battaglia, ritorna nel proprio paese, e tutte l’altre cose opera secondo ragione, parve al consiglio ed al popolo ecc. Per questo adunque, ma più per l’amicizia, sospettandosi che a tradimento gli [p. 174 modifica]consegnasse la città, accusato da Aristodemo, si sottrasse e si pose a dimora in Oropo nel sacrato di Amfiarao. Colà, al dire di Ermippo, perdutesi le tazze d’oro, per comune decreto de’ Beozi, gli fu ingiunto di andare altrove. Dopo, abbattuto d’animo, s’introdusse furtivamente in patria, e prendendo la moglie e le figlie, venuto presso Antigono, finì la vita di scoramento. Tutto al contrario racconta Eraclide, che mentre era capo del Consiglio degli Eretriesi, avea spesse volte liberato la città da coloro che tentavano condurvi Demetrio per tiranno; ch’e’ dunque non voleva dare a tradimento la città ad Antigono, ma era stato colpito da una falsa accusa; che ito presso Antigono, per voglia di liberare la patria, e non potendovelo indurre, di abbattimento, astenendosi sette giorni dal cibo; era morto. — Cose simili a queste narra anche Antigono caristio. — Col solo Perseo ebbe guerra accanita; poichè sapevasi che volendo Antigono, in grazia di Menedemo, ristabilire la democrazia in Eretria, colui ne lo avea impedito. Il perchè un giorno Menedemo, in uno stravizzo convintolo con argomenti, gli disse fra l’altre cose: È bensì filosofo costui, ma uomo fra quanti sono e saranno cattivissimo.

XVIII. Morì, secondo Eraclide, nel settantesimo quarto anno di vita. — E v’ha per lui questo nostro epigramma che dice così:

     Il tuo morire ho udito, Menedemo,
        Che ti spegnesti volontario, il cibo
        Sette dì rifiutando! Eretric’opra

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        Oprasti, è vero, ma pur d’uomo indegna!
        Chè una timida guida a ciò li addusse.

— Questi sono i Socratici e i loro successori. Passiamo ora a Platone, fondatore dell’Accademia, ed a’ suoi discepoli ch’ebbero fama.