Virginia (Alfieri, 1946)/Atto quinto

Atto quinto

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Atto quarto

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ATTO QUINTO

SCENA PRIMA

Virginio, Icilio con seguaci.

Virg.o Giunge l’ora fatale. Icilio, vedi

per ogni via sboccare armi nel foro?
e in cerchio...
Icilio  Io veggo a me dattorno schiera,
benché minor, d’altro coraggio,... forse.
Virg.o In lor ti affidi?
Icilio  — In me mi affido.
Virg.o  E dei,
quanto in te stesso, in me posare. Io giungo
innanzi tempo alquanto; era ben certo
di trovarviti giá. — Ma, in pochi detti,
ch’io a te ragion chiegga di te, concedi. —
Ove per noi cadano infranti i ceppi
decemvirali, di’, qual debbo io poscia
nomarti? qual, quanto rimani in Roma?
Icilio — Romano, cittadin, libero; pari
d’ogni roman; minor, sol delle leggi;
maggior, de’ rei soltanto. — A me romano,
roman tu pure, orrido dubbio or muovi;
ma, non mi offende: in te il sospetto vile
nascer, no, mai non può, s’Appio nol desta.
Virg.o Ahi tempi infami! anco il possente adopra
col suo minor la fraude. Io nol credea;...

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ma sí ben colorava Appio i suoi detti...

Che val? S’anco il credessi, un sol tuo sguardo
piú veritá magnanima rinserra,
che il giurar d’Appio. Ahi scellerato! Io giuro...
Possibil tanto è ch’io ti manchi mai,
quanto, che a te manchi il tuo brando, o il core.
Icilio Ed io te credo; e in te soltanto io credo,
non in costoro, no: benché pur dianzi
feroci a me giurasser fede, e a Roma.
Tor me li può timor, calunnia, ed oro;
tutte armi d’Appio; sconosciute al prode,
ma efficaci pur troppo. Or, sia che puote,
s’Appio persévra in suo proposto iniquo,
Appio morrá. Ch’ei teme, assai lo mostra
l’aver tentato d’ingannarti: ei fida
nella viltá dell’atterrita plebe;
quest’anco è vero. Appio svenato, nove
restan tiranni, men valenti assai,
ma dispersi; e in cui man, di Roma il nerbo,
stan gli eserciti entrambi. Or libertade,
cui forse braman pochi, e sol tu merti,
purtroppo è dubbia: or la vendetta sola
certa mi par. Tutto il periglio io veggio:
perciò lo affronto.
Virg.o  Oh grande! In te vedrassi
oggi morire, o in te rinascer Roma.
Cedi sol oggi a mia vecchiezza verde
l’alto onor del dar segno: il quando, il come
s’abbia il ferro a vibrar, mia cura sia.
Tua man sul brando, e sul mio ciglio il ciglio
terrai: frattanto osserverem l’aspetto
del popolar consesso: al ferir certo,
forse è mestier da pria finger dolcezza:
norma da me, prego, al tuo oprar, deh! prendi.
Icilio Or sei Romano, e padre. Accenna dunque;
ratto al ferir me piú che lampo avrai.

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Virg.o Vanne; alle inermi donne esser dei scorta:

fa, che tra ’l volgo mescansi i tuoi prodi;
meglio è ch’Appio al venir me sol ritrovi,
miste parole io gli vo’ dare; intanto
n’andrò adocchiando il piú opportuno posto,
donde l’empio si assalga. Io quí t’attendo:
nel ritornar, deh! non mostrarti audace
soverchiamente: il tuo furor raffrena
per poco; ei tosto scoppierá quí tutto.


SCENA SECONDA

Virginio.

Oh figlia!... Oh Roma! — Omai null’altro io temo,

che del bollente Icilio il valor troppo.


SCENA TERZA

Appio, Virginio.

Appio Di’; risolvesti al fine?

Virg.o  È già gran tempo.
Appio Qual padre il de’?
Virg.o  Qual roman padre il debbe.
Appio Rotto ogni nodo hai con Icilio dunque?
Virg.o Stringonmi a lui tre forti nodi.
Appio  E sono?
Virg.o Sangue, amistá, virtú.
Appio  Perfido! il sangue
scorrerá dunque ad eternarli.
Virg.o  Io presto
son col sangue a eternarli. — Invan, m’è noto,
ti si resiste: io, la sentenza udita,
pria che veder tormi la figlia, a morte
ir m’apparecchio; altro non posso: i Numi,

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un dí faran poi mie vendette, spero.

Appio Vedi tu d’Appio i Numi? ecco le armate
squadre, ond’io mi fo cerchio. Il so che d’armi,
mezzo tra aperte e ascose, oggi voi pure
vi afforzate: ma stan le leggi meco;
sta con voi la licenza: il perder anco,
a me fia gloria; a voi fia il vincer, onta. —
Ma, vincerete voi: giá in folla riede
fiero il popol nel foro: in lui ti affida;
ognor che il vuol, egli è il signor pur sempre.
Ecco Virginia addolorata; segue,
lacera il manto e il crine, alto gridante,
la madre. Odi rimbombo? Oh di quali urli
freme l’aere! chi sa, quant’armi, e quante
trae dietro se nel foro Icilio forte!


SCENA QUARTA

Numitoria, Virginia, Appio, Virginio, Marco,

Popolo, Littori.

Numit. Oh tradimento!

Popolo  Oh infausto giorno!
Virg.a  O padre,
tu vivi almen; tu vivi. Ah! tu non sai...
Icilio... oimè!...
Virg.o  Dite; che fia? Nol veggo.
Numit. Icilio muore.
Virg.o  Oh ciel! che ascolto?
Appio  Audace
chi fu cotanto nel difender Roma,
che il reo puní, senza aspettar che il danni
giusto rigor di legge?
Numit.  Iniquo! ardisci
dissimular cosí? Con noi nel foro
venía securo in suo valor, quand’ecco

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a lui da fronte in atto minacciosi

venir suoi fidi stessi; Aronte, Fausto,
Cesonio, ed altri, in armi: Aronte grida:
«Un traditor sei dunque?»... Orribilmente
tutti d’ira avvampar, fremendo, i brandi
tutti snudare, e addosso a lui scagliarsi,
quindi è un sol punto. Icilio, a ferir presto
pria ch’a parlar, rapido a cerchio ruota
giá il fero acciaro in sua difesa: Aronte
cade primier; cadon quant’altri han core
d’avventarsegli. — Allor gridan da lunge
i piú codardi all’attonita plebe:
«Romani, Icilio è traditor: vuol farsi
in Roma re.» Suona quel nome appena,
che da tergo e da fianco ognun lo assale,
ed imminente è il morir suo.
Virg.o  Qual morte
per uom sí prode!
Numit.  Ma d’altrui non vale
brando a ferirlo; in se volge egli il suo:
e in morir, grida: «Io, no, regnar non voglio;
servir, non vo’. Libera morte impara,
sposa, da me...».
Virg.a  Ben io ti udia: me lassa!...
Amato sposo;... e seguirotti... Io vidi
ben tre fíate entro al tuo petto il brando
fisso e rifisso di tua mano;... io stesi
la non tremante mia destra al tuo ferro...
Ma... invan...
Numit.  La folla, e il suo ondeggiar, ritratte
ci ha dall’orribil vista, e quí sospinte.
Virg.o Cade Icilio, o Romani... Appio giá regna...
Appio Romani, Icilio al suo morir sol ebbe
i suoi seguaci, e la sua man, ministri.
Conscio di se, la obbrobríosa vita
volle in morte emendar: moría Romano;

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ma tal non visse. — Il traditor non volli

punire io mai; caro a voi troppo egli era.
Il tempo al fin tutto rischiara, e tolta
ha dai vostri occhi la funesta benda.
S’io lo dannava a morte, udiavi a prova
di tiranno tacciarmi; e sí pur degno
parve ei di morte a’ suoi seguaci istessi.
Virg.o Null’uom tu inganni, no; cessa: ognun vede
l’autor di cosí orribile vendetta.
Ucciso Icilio, hai la tua causa iniqua
vinta omai, piú che a mezzo. Appio, prosiegui;
fanne udir la sentenza. — Ma, che chieggo?
Chi non la legge in queste armate schiere?...
E nel silenzio di Roma tremante?
Appio — Perfidi, e che? dopo che invan tentaste
ribellíon, se i traditori vostri
tradito v’han, me n’incolpate? Infidi
a infido fur; qual maraviglia? — A voi,
Romani veri, or parlo. Armate schiere
voi quí vedete intorno intorno sparse,
ma per l’util di Roma. Al vostro eccelso
voler concorde havvi chi opporsi ardisca?
Al certo, io no: ma, contra pochi, e iniqui,
assicurar la maestá di Roma
riposta in me da voi, ben io mi attento
d’imprender ciò. — Ma, i traditor son forse
spenti in Icilio tutti? — Olá, littori,
fra vostre scuri stia Virginio acchiuso,
fin che il giudicio segua. Egli a mal’opra
quí vien: ragioni, ov’ei pur n’abbia, esponga;
ma il tentar forza, a lui si vieti.
Numit.  Ahi lassa!
Virg.a Me misera! Anco il padre?...
Virg.o  È ver, son io
un traditor; son di Virginia il padre:
un traditor fu Icilio; erane sposo:

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traditor è, chi figlia e sposa niega

prostituire a lui. Convinti appieno
non siete ancor di sua libidin cruda? —
Romani, deh! benché innocente io sia,
me con Icilio, e con mill’altri, a morte
trar lasciate: ma sola oggi si salvi
l’onorata donzella; a lei sovrasta
peggio che morte assai. Per me non prego;
io tremo sol per lei; per lei sol piango.
Numit. E al nostro pianto tutti non piangete?
Che vi s’aspetti, o padri, oggi da noi
imparatelo... Oh duri!... ognun si tace?... —
Madri, uditemi dunque: o voi, che sole
davvero amate quei che alimentaste
entro alle vostre viscere, creati
del vostro sangue: il procrear quí figli
troppo è gran fallo, o madri; omai, se il vostro,
se il loro onor vi cale, al nascer loro,
vibrate un ferro entro ai lor petti.
Appio  Udite
amor di madre? udite? Or, chi nol vede,
che supposta è la madre, e che ingannato
n’è il genitore? — A me il chiedeste, e giusto
ben era, che Virginio a tanta lite
presente fosse: eccolo, ei v’è: ma torre
può il suo venir, ch’io appien giustizia renda? —
Esaminati ho i testimonj, e Marco;
concordano. Di Marco è chiaro il dritto:
io ’l giuro al popol; io: piú che convinta
la falsa madre è da tai prove; ond’ella
cerca or ragion nel popolar tumulto. —
Dover d’inganno trar misero padre,
che tal si crede, duolmi; eppure il deggio. —
Marco, Virginia è tua; ragion non posso
negare a te nella tua schiava.
Numit.  Oh! dove

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tal giudicio s’intese? E niun mi ascolta?

Virg.a Madre, tu vedi il genitor, com’egli
di scuri è cinto: oprar per me non puote;
parlar può appena, e invano. Il ferro dammi;
tu l’hai; tu il promettesti: a me lo sposo
è tolto già; l’onor vuoi ch’anco io perda?
Virg.o O gregge infame di malnati schiavi,
tanto il terror può in voi? l’onore, i figli,
tutto obblíate, per amor di vita?
Odo, ben odo un mormorar sommesso;
ma niun si muove. Oh doppiamente vili!
Sorte pari alla mia, deh! toccar possa
a ognun di voi; peggior, se v’ha: spogliati
d’aver, d’onor, di libertá, di figli,
di spose, d’armi, e d’intelletto, torvi
possa il tiranno un dí fra strazio lungo
la non ben vostra orrida vita infame,
ch’or voi serbate a cosí infame costo.
Appio Mormora, è ver, ma di te solo, Roma.
Tacciasi omai. — Littori, al signor suo
date or tosto la schiava; e non vi arresti
sedizíoso duol di finta madre:
la non sua figlia a lei dal sen si svelga.
Numit. Me svenerete prima.
Virg.a  Oh madre!
Popolo  Oh giorno!
Virg.o ... Appio, sospendi un sol momento, e m’odi:
deh! sí, sospendi, e m’odi. — Io la donzella
come figlia educai: piú di me stesso
finor l’amai: se pur mentía la moglie,
son di tal fraude ignaro...
Numit.  Oimè! che ascolto?
tanto avvilir tu la consorte tua?...
Or quel di pria sei tu?
Virg.a  Padre, tu cangi
in questo punto? e non piú tua mi credi?
Misera me!

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Virg.o  Qual ch’io ti creda, ognora,

qual de’ sua figlia ottimo padre, io t’amo. —
Deh! lascia, Appio, che ancor, sola una volta,
pria che per sempre perderla, io la stringa
al giá paterno seno. Infranto, nullo,
ecco, il mio orgoglio cade: in te di Roma
la maestá, le leggi adoro, e i Numi. —
Ma, del paterno affetto, in me tanti anni
stato di vita parte, in un sol giorno
poss’io spogliarmi, in un istante?...
Appio  Il cielo
cessi, ch’io mai crudel mi mostri a segno,
che un sí dovuto affetto a error ti ascriva.
Tornato in te, parli or qual dei: qual deggio,
or ti rispondo. A lui la via, littori,
s’apra.
Virg.o  Deh! vieni al sen paterno, o figlia;
una volta mi è dolce ancor nomarti
di tal nome,... una volta. — Ultimo pegno
d’amor ricevi — libertade, e morte.
Virg.a Oh... vero... padre!...
Numit.  Oh ciel! figlia...
Appio  Che festi?...
Littori, ah! tosto...
Virg.o  Agli infernali Dei
con questo sangue il capo tuo consacro.
Popolo Oh spettacolo atroce! Appio è tiranno...
Virg.o Romani, all’ira or vi movete? è tarda;
piú non si rende agli innocenti vita.
Popolo Appio è tiranno; muoja.
Appio  Il parricida
muoja, e i ribelli.
Virg.o  Alla vendetta tempo,
pria di morir, prodi, ne resta1.

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Appio  Tempo2

a punir te, pria di morir, mi avanza.
Virg.o Appio è tiranno; muoja3.
Popolo  Appio, Appio muoja4.


  1. Virginio e il popolo in atto di assalire i littori e i satelliti d’Appio.
  2. Appio ed i suoi in atto di respingere il popolo e Virginio.
  3. Cade il sipario.
  4. S’ode gran tumulto, e strepito d’armi.