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266 virginia

ma sí ben colorava Appio i suoi detti...

Che val? S’anco il credessi, un sol tuo sguardo
piú veritá magnanima rinserra,
che il giurar d’Appio. Ahi scellerato! Io giuro...
Possibil tanto è ch’io ti manchi mai,
quanto, che a te manchi il tuo brando, o il core.
Icilio Ed io te credo; e in te soltanto io credo,
non in costoro, no: benché pur dianzi
feroci a me giurasser fede, e a Roma.
Tor me li può timor, calunnia, ed oro;
tutte armi d’Appio; sconosciute al prode,
ma efficaci pur troppo. Or, sia che puote,
s’Appio persévra in suo proposto iniquo,
Appio morrá. Ch’ei teme, assai lo mostra
l’aver tentato d’ingannarti: ei fida
nella viltá dell’atterrita plebe;
quest’anco è vero. Appio svenato, nove
restan tiranni, men valenti assai,
ma dispersi; e in cui man, di Roma il nerbo,
stan gli eserciti entrambi. Or libertade,
cui forse braman pochi, e sol tu merti,
purtroppo è dubbia: or la vendetta sola
certa mi par. Tutto il periglio io veggio:
perciò lo affronto.
Virg.o  Oh grande! In te vedrassi
oggi morire, o in te rinascer Roma.
Cedi sol oggi a mia vecchiezza verde
l’alto onor del dar segno: il quando, il come
s’abbia il ferro a vibrar, mia cura sia.
Tua man sul brando, e sul mio ciglio il ciglio
terrai: frattanto osserverem l’aspetto
del popolar consesso: al ferir certo,
forse è mestier da pria finger dolcezza:
norma da me, prego, al tuo oprar, deh! prendi.
Icilio Or sei Romano, e padre. Accenna dunque;
ratto al ferir me piú che lampo avrai.