Viaggio sentimentale di Yorick (Laterza, 1920)/L. Carattere

L. Carattere

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Laurence Sterne - Viaggio sentimentale di Yorick (1768)
Traduzione dall'inglese di Ugo Foscolo (1813)
L. Carattere
XLVI-XLVII-XLVIII-XLIX. Il passaporto LI. La tentazione

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L

CARATTERE

VERSAILLES

— E che le pare de’ francesi? — mi disse il conte, porgendomi il passaporto.

Il lettore vede che si segnalato favore mi dava di che rispondere assai gentilmente.

— Mais passe pour cela.

— Parli schietto — replicò il conte: — le pare che ne’ francesi veramente spicchi l’urbanità di cui tutto il mondo gli esalta? —

Risposi ch’io ne aveva avuta una prova.

Vraiment — disse il conte — les français sont polis.

— Eccessivamente — diss’io.

Notò il conte questa parola, e sospettò che significasse piú che forse non esprimeva. Io me ne andava schermendo alla meglio: ma egli non rifiniva perch’io gli dicessi a viso aperto come io la intendeva.

Dissi dunque: — A me par, signor mio, che ciaschedun uomo abbia in sé una serie di toni a modo d’ogni stromento, e che tutti gli obblighi e bisogni sociali richiedano vicendevolmente or questo or quel tono: talché, ove si preluda dall’acutissimo o dal baritono, le corde intermedie non rispondono piú al sistema necessario dell’armonia. —

Ma il conte non sapeva di musica, e mi richiese che mi spiegassi diversamente.

— Un popolo urbano, caro il mio signor conte, si obbliga tutti gli altri; da che l’urbanità, pari in ciò alla beltà femminile, ha tali attrattive, per cui il cuore non s’attenta di dire ch’essa alle volte fa male. E nondimeno credo che l’uomo, generalmente parlando, non possa oltrepassare un certo termine di perfezione: e, ov’ei l’oltrepassi, non aumenta per questo, bensí rimuta le sue qualità. Non ch’io m’arroghi di decidere se ciò si [p. 105 modifica] possa applicare ai francesi; ma, quanto agl’inglesi, sono sicuro che se mai, progredendo ad incivilirsi, acquistassero la compitezza che distingue i francesi, e quand’anche per ciò non perdessero la gentilezza dell’animo, la quale persuade i mortali non tanto alla civiltà de’ modi quanto alla umanità delle azioni, si smarrirebbe tanto e tanto quella varietà, quella originalità di caratteri, che fa discernere l’inglese dall’inglese e l’Inghilterra da tutti i paesi del globo. —

Io mi trovava nel taschino alcuni scellini del re Guglielmo, tutti lisci come cristallo; e me gli apparecchiai nella mano per dilucidare l’ipotesi. Or quando mi vennero a taglio: — Guardi — dissi al conte, rizzandomi e schierandogli innanzi quelle monete su lo scrittoio; — a forza di dibattersi insieme e strofinarsi per sessantanni in questa ed in quella borsa, le si sono fatte si indifferenti, che Ella, monsieur le comte, penerebbe a discernere l’una dall’altra1. Ma gl’inglesi, simili alle antiche medaglie tenute in disparte e maneggiate da pochi, serbano la prima impronta intagliatavi dalla mano maestra della Natura: le sono un po’ ruvide al tatto, ma in compenso la loro leggenda è sí chiara, che a prima vista tu vedi ciò che vogliono dire e significare. [p. 106 modifica] Ma i francesi, monsieur le comte — aggiuns’io (perch’io voleva disasprire l’odio del paragone) — possedono tant’altre doti, da non portar invidia alla nostra: lealissimo, valoroso, generoso, ingegnoso ed umanissimo popolo fra quanti camminano sotto il cielo; se non avessero un solo difetto: sono troppo seri. — Mon Dieu! esclamò il conte, e saltò sú dalla sedia. — Mais vous plaisantez! — diss’ei, ravvedendosi della sua troppa vivezza.

Mi posi la palma sul petto, asseverando con gravissima serietà ch’io credeva di errare ne’ pareri miei, eccetto in quest’uno.

Risposemi che gli rincresceva assaissimo di non poter udir per allora le mie ragioni, perch’ei s’era impegnato a desinare con monsieur le duc de C***, ma che, se la distanza da Parigi a Versailles non mi scoraggiava, pregavami di gradire, innanzi ch’io mi partissi di Francia, una zuppa. — E forse — aggiunse egli — avrò la soddisfazione ch’Ella si ricreda di questo parere; o vedrò, non foss’altro, in che modo potrà sostenerlo: ma s’Ella, monsieur l’anglais, vi si puntigliasse, s’armi di tutte le sue forze, perch’Ella ha il mondo tuttoquanto per avversario. — Promisi che prima di pigliare la via dell’Italia avrei avuto l’onore di desinare con lui, e gli chiesi commiato.

  1. «La radice della mia noia sta nella sempiterna affettazione del francese carattere: - varietà poca, - originalità nessuna: - sai tu perché? - sono troppo creanzati; - ma la creanza vela le qualità schiette dell’uomo: e addormenta l’altrui spirito a morte.» - Lettere di Sterne, XXXII. - Ed ecco un passo di Didimo, che scriveva trenta e piú anni dopo: «Volendo seguire i tre savi consigli di parler bas, - paraître doux, - et d’être comme tout le monde (consigli che in Francia ogni buona madre suol dare col latte a’ suoi figli), ho costretta a sforzi impossibili la mia natura, e mi vidi ridotto all’agonia: onde perché io voleva ad ogni modo essere seppellito in Italia, ho rifatto, benché con mio rincrescimento e di crudo verno, il cammino delle Alpi». - Inoltre Didimo assegna una strana ragione del parlar a voce alta degl’Italiani, ed è: "Che noi abitiamo in case assai grandi". - Liber memorialis, lib. iii, n. 39, dove leggonsi in nota i seguenti versi francesi:

         Par des usages vains sans cesse maîtrisés,
         Jusque dans nos plaisirs toujours symétrisés;
         Innombrable famille en qui tout se ressemble,
         Dans un cercle ennuyeux nous tournons tous ensemble
    .
          Delille, "Epître sur les voyages":

    e parla de’ suoi. (F.)