Apri il menu principale
XI - In cui i Quiquendonesi prendono una risoluzione eroica.

../X ../XII IncludiIntestazione 29 gennaio 2017 100% Da definire

XI - In cui i Quiquendonesi prendono una risoluzione eroica.
X XII
[p. 48 modifica]

XI.


In cui i Quiquendonesi prendono una risoluzione eroica.


Si vede a quale stato deplorabile fosse ridotta la popolazione di Quiquendone. I cervelli ribollivano; l’uno più non riconosceva l’altro. Le persone più pacifiche eran divenute litigiose e bastava le guardaste di sbieco perchè vi mandassero i padrini. Alcuni si lasciarono crescere i mustacchi, ed i più battaglieri li arricciarono a forma d’uncino.

In tali condizioni, l’amministrazione della città, il mantenimento dell’ordine nelle vie e negli edifici pubblici divenivano cosa difficilissima perchè i servigi non erano stati preparati a tale ordine di cose. Il borgomastro, quel degno van Tricasse che abbiamo conosciuto così mite, così spento, così incapace di pigliare una determinazione qualsiasi, il borgomastro era sempre su tutte le furie. La sua casa eccheggiava al rumore della sua voce. Egli faceva venti decreti al giorno, strapazzava i suoi agenti, disposto a far eseguire egli stesso gli atti della sua amministrazione.

Ah, quale mutamento! Amabile e tranquilla casa del borgomastro, buona abitazione fiamminga, dove era la calma d’una volta? Quali scene intime vi si succedevano oramai! La signora van Tricasse era divenuta brontolona, bisbetica; suo [p. 49 modifica]marito riusciva forse a coprire la sua voce gridando più forte di lei, ma non a farla tacere. L’umore irascibile di questa brava signora si sfogava su tutti, nulla andava bene, il servizio non si sapeva più fare; vi eran ritardi in tutto! Ed essa accusava Lotche e persino Tatanemanzia sua cognata, la quale, di umore non meno acre, le rispondeva per le rime. Naturalmente il signor van Tricasse dava ragione alla domestica Lotche, come accade nelle migliori famiglie, d’onde esasperazione permanente della borgomastra, discussioni, dispute scene non mai finite.

«Ma che cosa abbiamo noi? esclamava il disgraziato borgomastro; cosa è questo fuoco che ci divora? Siamo dunque invasati dal demonio? Ah, signora van Tricasse! signora van Tricasse! Finirete a farmi morire prima di voi ed a mancare a tutte le tradizioni di famiglia.

Il lettore non può aver dimenticato questo particolare bizzarro, che il signor van Tricasse doveva diventar vedovo e rimaritarsi per non interrompere la catena delle convenienze.

Frattanto questa disposizione degli spiriti produsse anche altri effetti curiosi che importa segnalare. Quella sovreccitazione, la cui causa ci sfugge finora, fu occasione di rigenerazioni fisiologiche che non si sarebbero aspettate, talenti che sarebbero rimasti ignorati uscirono dalla folla, si rivelarono attitudini nuove. Artisti per lo innanzi mediocri si mostrarono in altro aspetto; si videro sorgere degli uomini tanto nella politica quanto nelle lettere. Nelle discussioni più ardue si formarono degli oratori, e tutte le quistioni infiammarono un uditorio del resto perfettamente disposto all’infiammazione.

Dalle adunanze del Consiglio, il movimento passò nelle pubbliche riunioni, e si formò un Club in Quiquendone, mentre venti giornali: la Sentinella di Quiquendone, l’Imparziale di Quiquendone, il Radicale di Quiquendone, il Battagliero di Quiquendone scritti con rabbia, discutevano le più gravi questioni sociali.

Ma a qual proposito? si domanderà. Di tutto e di nulla. Della torre di Audenarde che pencolava, e che gli uni voleva atterrata [p. 50 modifica]e gli altri ricostrutta; dei decreti di polizia emanati dal Consiglio, ai quali certa teste calde tentarono di resistere; della scopatura dei colatoi e dello spurgamento delle fogne, ecc. E pazienza se i focosi oratori se la fossero presa soltanto coll’amministrazione interna della città! Ma no, trasportati dalla corrente, essi dovevano andare al di là, e se la Provvidenza non giungeva, trascinare, spingere, precipitare i loro simili nei disastri della guerra. Invero da otto o novecento anni Quiquendone aveva nel suo sacco un casus belli della miglior qualità, ma lo serbava preziosamente come una reliquia e sembrava potersi svaporare e non essere più buono a nulla. Ecco in qual modo si era prodotto questo casus belli.

Non si sa da tutti che Quiquendone è vicino alla piccola città di Virgamen. I territori di questi due comuni confinano l’uno coll’altro. Ora, nel 1185, qualche tempo prima della partenza del conte Baudouin per la crociata, una vacca di Virgamen — non già la vacca d’un abitante, ma una vacca comunale, ci si badi bene — venne a pascolare sul territorio di Quiquendone. È molto se questo disgraziato ruminante tosò, il prato tre volte la larghezza della sua lingua, ma il delitto, l’abuso, il crimine, come si vorrà meglio, fu commesso ed accertato in regola con un processo verbale, poichè in quel tempo i magistrati cominciavano a saper scrivere.

«Ci vendicheremo quando sarà venuto il momento, disse semplicemente Natale van Tricasse, il 32.° predecessore del borgomastro odierno, ed i Virgamenesi non perderanno nulla aspettando.

I Virgamenesi erano avvertiti. Essi aspettarono pensando non senza ragione che il ricordo dell’ingiuria si indebolirebbe col tempo, ed in fatti per molti secoli vissero in buona armonia coi loro simili di Quiquendone. Ma facevano i conti senza i loro osti, o meglio senza quella strana epidemia, che, mutando radicalmente l’indole dei loro vicini, risvegliò in quei cuori la vendetta sopita.

Fu al Circolo della via Monstrelet che il fervido avvocato Zitto; gettando bruscamente la quistione in faccia a’ suoi [p. 51 modifica]uditori, li appassionò adoperando le espressioni e le metafore che si usano in tali occasioni. Rammentò il delitto, rammentò il torto fatto al comune di Quiquendone e per il quale una nazione gelosa de’ suoi diritti non poteva ammettere prescrizione; mostrò l’ingiuria sempre viva, la piaga sempre sanguinosa; parlò di certi crollamenti di testa propri degli abitanti di Virgamen e che indicavano in quale dispregio essi avessero gli abitanti di Quiquendone; supplicò i suoi compatrioti, i quali inconsciamente forse avevano sopportato per lunghi secoli quella mortale ingiuria; scongiurò i figli della vecchia città a prendersi una rivincita luminosa. Finì facendo appello a tutte le forze vive della nazione! Con quale entusiasmo queste parole così nuove ad orecchie Quiquendonesi fossero accolte, è cosa che si sente, ma non si può dire.

Tutti gli uditori si erano levati in piedi e colle braccia levate, domandavano la guerra a grandi grida. L’avvocato Zitto non aveva mai avuto un tal trionfo, e bisogna dire che egli era stato veramente splendido.

Il borgomastro, il consigliere, tutti i notabili che assiste vano alla memorabile adunanza avrebbero inutilmente cercato di resistere allo slancio popolare. D’altra parte, essi non ne avevano alcuna voglia e gridavano forte quanto gli altri, se non più forte:

«Alla frontiera! alla frontiera!

Ora, siccome la frontiera distava tre soli chilometri dalle mura di Quiquendone, è certo che i Virgamenesi correvano grave rischio, poichè potevano essere invasi prima di aver avuto il tempo di radunarsi.

Nondimeno l’onorevole farmacista Josse Liefrinck, che solo fra tutti aveva conservato il senno in questa occasione, volle far comprendere che si mancava di fucili, di cannoni, di generali.

Gli fu risposto, non senza qualche scapezzone, che generali, cannoni e fucili si improvviserebbero; che il buon diritto e l’amore della patria bastano a rendere un popolo irresistibile. [p. 52 modifica]

Qui il borgomastro in persona prese la parola e con un improvviso sublime fece giustizia dei pusillanimi che mascherano la paura sotto il velo della prudenza, velo che egli lacerò con mano da patriota. In quel momento si avrebbe potuto credere che la sala dovesse crollare, sotto gli applausi. Si gridò ai voti. E si votò per acclamazione, e le grida raddoppiarono:

«A Virgamen, a Virgamen!»

Il borgomastro prese allora a mettere le armate in movimento, ed in nome della città promise a quello de’ suoi futuri generali che tornasse vincitore gli onori del trionfo, come si usava al tempo dei Romani.

Nondimeno il farmacista Josse Liefrinck, che era un po’ cocciuto, non voleva darsi per vinto, benchè in verità lo fosse, volle fare ancora un’osservazione e fece notare che a Roma il trionfo non si accordava al generali vincitori se non quando avevano ucciso cinque mila uomini al nemico.

«Ebbene, ebbene! gridò l’uditorio delirante.

— Ebbene, siccome la popolazione del comune di Virgamen giunge solo a 3,575 abitanti, sarà difficile, se pure non si uccida più volte la medesima persona...

Ma non si lasciò terminare il disgraziato argomentatore, il quale tutto confuso ed ammaccato fu messo fuor dell’uscio.

«Cittadini, disse allora il droghiere Pulmacher che vendeva droghe al minuto, cittadini, checchè abbia detto questo vigliacco farmacista, m’impegno io di ammazzare cinque mila Virgamenesi, se volete accettare i miei servigi.

— Cinque mila e cinquecento! gridò un patriota più risoluto.

— Sei mila e seicento! ribattè il farmacista.

— Sette mila, gridò l’offelliere della via Hemling, Giovanni Orbideck, il quale stava facendosi ricco colla panna montata.

— Aggiudicato! gridò il borgomastro van Tricasse vedendo che nessuno offriva di più.

Ed ecco in qual modo l’offelliere Giovanni Orbideck divenne generale in capo dell’esercito di Quiquendone.