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Trattato - Libro 7 - Prologo

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Trattato - Capo 4 Trattato - Conclusione dell'opera
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LIBRO SETTIMO.



PROLOGO.

Grandi pesi bisogna muovere da luogo a luogo nell’edificare, dove senza ingegno le forze poco vagliono: e similmente l’acqua a lunghe distanze e in gran quantità trarre, e non meno è utile e necessario in molti luoghi fare mulini, dove essendo poca acqua bisogna con l’ingegno supplire, e in altri, dove in tutto non è acqua: a quest’effetto è necessario fare mulini a vento o senza. In questa ultima parte adunque è conveniente a perfezione dell’opera porre forme, fra le comuni, più potenti ed utili, di ciascuna delle dette specie d’instrumenti: avvengachè più volte abbia fermato il proposito di non manifestare alcuna mia macchina, o instrumento, perchè avendo io acquistata la notizia di quelle con grave mio incomodo, e posponendo la necessità del vitto mio, non mi pare conveniente manifestarle con facilità a tutti, poichè quando sono a luce mandate, è annullata l’invenzione, consistendo il segreto in piccola cosa. Ma questa ancora saria piccola molestia, quando una maggiore non seguisse, perocchè facendosi gl’ignoranti ornati delle fatiche degli altri, usurpando quelle si gloriano di quello che non è loro invenzione: e per questo la volontà di chi ha qualche vera notizia si ritarda. E se in alcuna età questo vizio è abbondato, al presente più che mai abbonda, come appare per le opere diligentemente considerate di questi arroganti, de’ quali per nome noterei alcuni, quando non ostasse, che io non voglio siano le parole mie reputate con passione, [p. 323 modifica]per la naturale nimicizia che è fra li concivi miei e quelli (1); ma quando le opere loro potessero essere presenti a qualunque le ragioni mie leggesse, facilmente si mostreria le ragioni mie tutte esser vere, come più volte nell’esame agli astanti ho dimostrato: e nientedimeno spesse volte questi ignari, con piccola cosa ed accattata senza ragione, sono più apprezzati che i veri inventori: e spezialmente questo avviene nelle patrie degli scientifici, perchè nissuno profeta è accetto nella [p. 324 modifica]patria, non ostante che in questo vizio d’ingratitudine non siano incorsi i miei compatriotti, quantunque imperito ed insufficiente io sia, anzi hanno ricerco onorarmi e volermi grandemente premiare, onde per questo debbo la patria mia lodando esaltare (2).

Ma dell’opinione falsa di quelle patrie che i propri figli agli stranieri pospongono, la penitenza immediate ne segue per gli effetti mostruosi loro, come avvenne ai Rodiani (3), i quali avendo un loro cittadino chiamato Diogneto da loro pubblicamente salariato, venne in quel tempo a Rodi un altro architettore chiamato Chalias, il quale mostrando alcuni modelli e disegni di macchine, fra i quali era uno per trarre dentro i tormenti dell’inimici, visti questi disegni, il popolo di Rodi, senza altro considerare, lo stipendio di Diogneto ingegnoso ed esperto architetto a Chalias ignaro e presuntuoso trasferì. Poco di poi assediando Rodi il re Demetrio fe’ per ingegno di Epimaco una macchina potente per superare i difensori delle mura, la quale dicendo il popolo Rodiano a [p. 325 modifica]Chalias dovesse per forza secondo le promissioni trarre, rispose quella essere di specie che non potea essere superata: del medesimo parlando a Diogneto, rispose esser facil cosa a quella ovviare, onde benchè pregato dal popolo come indegnato non volse in questo affaticarsi: di poi conoscendo i Rodiani per quella macchina essere superati e debellati, non resistendo a quella, tutti i sacerdoti mandarono a Diogneto che da lui dovessero grazia ottenere; li sacerdoti orandolo non lo poterono esorare. Ultimatamente mandarono tutte le vergini, e per i preghi e pianti di quelle mosso a compassione fe’ le mura rompere la notte all’incontro di quella macchina, tutti i fossi di sporcizia e pattume facendo empire, onde accostata la macchina ai muri in quel pantano sommerse; per la qual cosa il re disperato abbandonò l’impresa. Ecco quanto facilmente a quell’eminente pericolo Diogneto pose rimedio. Ecco che per l’ignoranza dell’imperito architetto furono i Rodiani per esser vinti e per solvere la pena dell’errore loro. Ma questi ignari altra punizione non meriteriano che ricevesse Gioilo di Macedonia, detto Omeromastis (4), il quale avendo opere contro l’Iliade e l’Ulissea di Omero composto, cercando di avere da Tolomeo signore di Alessandria udienza, lui intesa la cagione indegnato non lo volse udire, e disse esser cosa vile e vituperabile citare chi risponder non può; laonde Gioilo senza guadagno rimanendo, in breve tempo venne in egeno stato e gran calamità, e per questo dimandando per grazia a Tolomeo qualche munero per il quale viver potesse, rispose che sostentando Omero migliaia d’uomini eziandio dopo la morte, molto più si ricercava potesse far questo chi lui volesse riprendere: onde reo di morte fu giudicato, e secondo questo giudizio fu eseguito. Ma con tutto che non altre retribuzioni di meriti spesse volte si riceva che è detto, non è da pretermettere alcuna parte virtuosa per gli uomini ingrati, ma quelli spregiando, solo ai virtuosi e morali cercare di compiacere, siccome Aristippo filosofo dopo il naufragio arrivato al lido di Rodi, giunto nel ginnasio dove (5) vide figure geometriche, allora tutto lieto volto ai compagni, disse: state di buona voglia, [p. 326 modifica]imperocchè io veggio vestigia di uomini: e così disputando di filosofia e geometria gli furono dati grandi doni, i quali con i compagni distribuì. Di poi dopo certo tempo volendo i compagni alla patria ritornare, domandando Aristippo ciò che voleva dicessero ai suoi compatriotti, rispose: dite che facciano comprare e acquistare ai figliuoli loro così fatte possessioni, le quali nè fortuna, nè battaglia, nè mutazione dei tempi lor possa tôrre: imperocchè questi sono i veri presidii della vita, e non siccome quelli che si stimano e credono esser felici per ricchezze e non di dottrina, e vanno errando per viaggi incerti. È un comune detto di Epicuro che la fortuna dà poche cose ai savi, e le grandissime e necessarie si governano dai pensieri dell’animo e cogitare della mente, e come recita Eucrate, Aristofane e Alessis (6) che gli Ateniesi dovevano essere grandemente laudati, che costringendo tutte le leggi dei Greci che i padri fussero nutriti dai figliuoli, solo essi Ateniesi non volessero essere nutriti se non quei padri che avessero istruiti i figliuoli di egregie e buone arti, imperocchè tutti i presenti dalla fortuna dati da quella facilmente si tolgono, ma le virtuose discipline non mancano mai, ma rimangono stabili infino all’ultimo della vita.


NB. Seguono i disegni e le dichiarazioni di quindici molini, un sifone a mantice ed uno a manubrio, con cinque macchine per alzare o tirar pesi: le quali cose furono tralasciate, siccome di poca importanza e facili a rinvenirsi presso tutti gli scrittori di meccanica del secolo decimosesto.

  1. Queste moderate parole di Francesco non si possono riferire che ad un qualche ingegnere fiorentino da cui egli si credeva derubato nelle sue invenzioni. Tal era la miseranda condizione de’ municipii italiani che le basse gelosie e l’odio fomentato dai governanti prendesser nome di naturale nimicizia. Ora, chi sarà questo fiorentino? Il Bianconi (Lettere Sanesi, III, pag. 78) sospetta che sia l’Alberti; non può essere, perchè questi sin dal 1452 presentò i libri suoi al Pontefice, come narra Mattia Palmieri (Additiones Florentinae, I, 241). Non si può intendere neppure pel Filarete che scrisse nel 1460, come appare dal libro suo XIV. Forse accenna Francesco a quel Bernardo fiorentino, sia egli il Rossellini o l’altro, che lavorò per Pio II: forse a Giuliano da S. Gallo, col quale competè per la fabbrica della Sapienza di Siena, e nel di cui taccuino vedonsi piante di fortezze combinate con principii conformi a quelli dall’autor nostro insegnati: forse, e più probabilmente, a Baccio Pontelli, che, presente Francesco, soprastava al palazzo d’Urbino, e pare subentrasse a lui nelle grazie di Giovanni Sforza, poichè questi non più di Francesco ma di Baccio servissi per la Rocca di Sinigaglia. Con Leonardo da Vinci ingegnere famosissimo de’ tempi suoi ebbe conoscenza (Vita di Francesco, capo V) nel 1490, e molti fra i disegni del codice Ambrosiano richiamano quelli di Francesco ne’ codici Sanesi, Torinesi e Fiorentini, per le meccaniche specialmente, per le mine e gli scafandri: e questi codici sono con certezza pressochè tutti anteriori a quello di Leonardo. Io qui non parlo che di architetti fiorentini coi quali ebbe Francesco qualche relazione, onde aggiungerò fra Luca Paciolo, nativo di Borgo S. Sepolcro ma solito a convivere con Fiorentini de’ quali era suddito, onde chiamali suoi compatriotti (Divina Proportione f.o 30): ebbe questi (della qual taccia fu appena mondato da autori moderni) a’ tempi suoi o poco dopo, grande e brutta fama di plagiario, e nel trattato di architettura contenuto nella Divina Proporzione trovasi qualche cosa che pur trovasi ne’ libri di Francesco: aggiungasi che il Paciolo convisse in Urbino coll’autor nostro; veramente, il trattato suo è stampato nel 1509, ma nella prefazione avverte che già avevalo presentato colle figure disegnate da Leonardo a Lodovico il Moro prima della sua caduta, cioè prima dell’anno 1500, anzi prima ancora, poichè terminato avevalo nel settembre del 1497 (Pungileoni, Comentario su Fra Luca Paciolo). Contuttociò io non voglio asseverare che veramente questi artisti furato avessero a Francesco le invenzioni sue, poichè se non tutti, almeno alcuni fra essi troppe cose fecero per non aver bisogno di mendicarne dagli altri: ma era già a que’ tempi il plagio vizio frequentissimo, e sia scusato Francesco se trovando presso altri cose da sè scoperte, appassionato volesse vedere i rivali suoi plagiari anzichè inventori. E qualche volta ne avrà anche avuto ben d’onde.
  2. Le molte differenze che corrono in questo prologo dal cod. Magliabechiano al Sanese, m’inducono a riferirne la miglior parte anche da quest’ultimo (f.o 68 v.o): «.......benchè più et più volte habbi facto deliberatione di non volere manifestare alcuna mia machina, perochè havendo io acquistata la notitia di quelle con grande mia spesa di experientia et grave incommodo, lassando da parte le cose al mio vitto necessarie, ho visto per experientia che el premio che io ne ho ricevuto è stato uno effecto di ingratitudine: nè trovo chi consideri che le experientie non si possino acquistare vere senza longo tempo et dispendio et impedimento de laltre cure utili, ma solo quando ciercano havere alcuna machina o ingenioso instromento, vedendo el disegno, et parendoli poi cosa breve, la fatigha sprezzano de la inventione: ma questo anchora saria picholo affanno, se non seguisse uno magiore incomodo all’animo et molestia: perochè sempre et maximamente hogidì, li ignoranti facendosi honorati de le fatighe aliene et si gloriano con parole di sapere et potere molte chose, le quali se la verità si cercasse si trovaria essere inventioni d’altri; et questo vitio ne li tempi abonda in quelli che architecti si chiamano precipuamente, li quali sonno quasi tucti homini ignoranti et inexperti, che per la opera loro facilmente si può comprendere. Et di questo più volte ho visto la experientia di molti architecti nominati, li quali a nome nominaria, se non fusse che io non voglio si creda che per la inimicitia de la patria io mi mova a dire di loro, ma li effecti loro et opere sonno quelle che sempre saranno mia excusatione legittima. Et similmente è più volte advenuto che questi ignari con pichola cosa senza regula et accataia da altri senza ragione, sonno stati più existimati et aprezati che quelli che di simili opere havieno reso la vera ragione: ma de la opinione che hanno li homini di loro invano, per li effecti ne portano la penitentia chome advenne a quelli di Rodi ec.».
  3. Vitruvio lib. X, cap. XXII.
  4. Cioè Zoilo (Vitruvio, prefazione al lib. VII).
  5. Il cod. Magliab. legge due figure, senza senso (Vedasi Vitruvio, Prefazione al lib. VI). Questo paragrafo manca intiero al cod. Sanese.
  6. Vitruvio, prefazione al lib. VI.