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Trattato di architettura civile e militare I/Trattato/Libro 5/Capo 3

Trattato - Libro 5 - Capo 3

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CAPO III.

Che gli antichi non conobbero le nostre artiglierie. Difficoltà di resistere

all’impeto di esse. Lodi di Federico II Duca d’Urbino.

Alcuni desiderosi di essere della verità esistimati fautori, affermando di ogni scienza, invenzione e instrumento bellico i Romani e Greci essere stati ornati, hanno vera o finta opinione anticamente la bombarda essere stata inventata e usata, e per nome di balista ovvero falarica essere stata appellata (1). Volontariamente e non con ragione, a mio giudizio, parlando, perchè contro di loro sono due ragioni insolubili, se senza protervia si considerano; la prima, che nelle antiche mura mai si è visto alcun vestigio di bombardiera (2), onde è da estimare che se questo [p. 250 modifica]instrumento avessero messo in uso come attissimo alla difensione di tutte le mura più di tutti gli altri, in esse sariano luoghi convenienti per esercitare i detti instrumenti, siccome si vede piccole balestriere e vacui per gli altri inslrumenli loro (3); la seconda ragione è che tutti quelli che hanno scritto dell’arte militare, facendo di tutti gli altri instrumenti menzione, questo tacquero: onde, essendo di maggior efficacità degli altri, si può concludere che di esso non avessero notizia. Nè mi posso persuadere che l’ariete, balista, sambuca (4) e altri simili di più occupazione nè meno trattabili, e di molto minore potenza avessero messo in uso, potendo molto più facilmente e in più breve tempo il medesimo fine per la bombarda conseguire; perocchè invano per più principii e instrumenti si fa quello che per meno egualmente ben fare si può, come afferma Aristotile nel primo della Fisica. Questa macchina reputo fosse incognita agli antichi solo per non avere avuta cognizione della polvere, perchè quella intesa, facil cosa saria stata a ciascuno di mediocre ingegno il trovare un organo per il quale tal virtù si fosse potuta esercitare. Laonde rimango ammirato, come avendo molti antichi ingegnosi uomini usato per fuochi lavorati e volative macchine quasi la medesima composizione di polvere, non essere però stato alcuno che aggiungendo ai principii esistenti, pervenisse a cognizione di tanti edifizi (5): recita Plinio nel XXXI della Storia naturale al decimo capitolo, trattando del nitro, spesse volte col zolfo e carbone essere stato liquefatto (6), questa composizione operando ai detti effetti, infra i quali Marco Greco (7) quella con stoppe e pannilini a più varii effetti adoprò. [p. 251 modifica]Nientedimeno a comparazione della bombarda tutti gli altri frivoli sono da essere riputati.

Per resistenza della quale infine al presente tempo, al mio giudizio, non si è trovato edifizio che in breve tempo non potesse essere superato da quella. Questo però all’ignoranza dei passati non è da imputare, tra i quali non dubito essere stati ingegni perspicacissimi: ma reputo due cagioni potissime essere state di questo. La prima, che considerando alcuni l’incredibile impeto della bombarda, gettando per aere tanto pondo con tanta velocità a tanta distanza, come di sè medesimi diffidati secondo la prima apprensione esistimarono a questo impeto essere impossibile resistere, onde non esercitarono il discorso loro per trovare al morbo il suo rimedio. La seconda, che in vero da pochi anni indietro i predetti strumenti non erano di tanta grandezza ed efficacia nè sì ingegnosamente, quanto al presente, operati: ora ogni grossissima bombarda in ogni luogo indifferentemente, sì spesso, e con tanto trattabile modo si mette in opera, che presto ogni muro, ogni torre si mette in ruina (8). Colui adunque che a questa offesa trovasse la difensione, più presto divino che umano ingegno doveria essere chiamato.

Per la qual cosa, conoscendo questo peso agli omeri miei essere molto maggiore che a quelli si conviene, non avria io per alcuno modo [p. 252 modifica]ardito di pigliare questa dura provincia (per non volere come presuntuoso vendicarmi il nome e gloria qual poco innanti dissi convenirsi a chi di simili rimedii fusse inventore) se non fusse stato il fomento e aiuto che l’Ill.mo Signor mio Federigo Duca di Urbino mi ha dato, la prudenza e sapienza incredibile del quale ogni timore e dubbio ha tolto dal pensier mio che por difficoltà della materia a me potesse sorgere. Perocchè dell’arte militare, a cui questa parte è affine, per le opere sue si debba dire senza suspizione di mendacio, essere stato sopra a tutti i capitani eccellente, che dal tempo dei Romani in quà siano stati riputati famosi (9), e certamente Invitto dovria essere cognominato: perocchè Sua Signoria nel principio delle battaglie usava consiglio e massimo prudenza, dove se per disordine o difetto di alcuno suo sottoposto l’esercito fusse stato per periclitare, con ammirabile audacia la vittoria restituiva, come affermava Scipione contro Manlio Consolo imprudente all’esercito romano aspettarsi il prudente capitano: dove adunque era bisogno di audacia intrepidamente quella usava, come ne scrive Svetonio Tranquillo di Giulio Cesare (10) spesse volte esso solo la inclinata acie avere restituito: dove di consiglio con ineffabili ragioni ogni esito prevedeva, come affermò Giulio Cesare ai militi suoi, essendo in Spagna contro Petreio ed Asseriano (11), non meno al capitano aspettarsi col consiglio che col coltello superare l’inimico. Queste adunque gloriose parti, cioè prudenza e intrepidità, in lui sommamente rilucevano (12). [p. 253 modifica]Similmente, oltre la prudenza e giudizio suo, qual capitano fu mai, che secondo diverso opportunità maggiore sollecitudine e prudenza usasse che questo veramente di virtù Ill.mo Principe? Il quale ottimamente giudicando e presto sovvenendo al bisogno, quelle laude a lui meritamente si debba attribuire, quale recita messer Francesco Petrarca nei Trionfi a Claudio Nerone convenirsi (13). Non voglio tacere che la misericordia e non simulata pietà che non solo dei militi suoi ma dei nemici, e dopo la vittoria e innanzi aveva: perocchè innanzi alla mente sua erano sempre quelle parole di Cesare scritte nei Commentari suoi, quando in Spagna potendo i concittadini suoi per coltello debellare, con ogni diligenza e industria cercava per via di vittuarie convincerli, dicendo di se medesimo movebatur etiam Caesar misericordia civium, quos interficiendos videbat (14). Nelle espugnazioni delle città servava l’onestà e onore delle donne, quelle a Dio offerendo, come fece Publio Cornelio Scipione della sposa di Lutio (15) principe dei Celtiberi, quella a lui inviolata donando. Dall’altra parte clarissimo oratore, sottilissimo filosofo naturale, insigne morale, esperto e ingegnoso matematico, al quale la medesima laudo iustamente si può attribuire che Quintiliano nel decimo De institutione oratoria a Giulio Cesare dice convenirsi, cioè che si tantum foro vacasset non alius cantra Cieeronem, Plalonem, Aristotilem aut Euclidem ponendus esset (16). Liberale e clemente sopra gli altri, non pretermettendo la giustizia. Non posso pretermettere la magnanimità sua che per gli edifizi per lui fabbricati e ordinati si dimostra: della quale io no posso dare vero giudizio; perocchè, per umanità di sua Signoria, come figliuolo amandomi teneramente, in un medesimo tempo a me aveva commesso cento e trentasei edifizi (17), nei quali

  1. Colla balista lanciavansi i malleoli (Vegezio, IV, 18) simili alle antiche rocchette delle quali frequente menzion incontransi nelle guerre veneziane del XIV secolo: la Phalarica minutamente descritta da T. Livio (XXI, 8) e da Silio Italico (I, 350) era un verrettone fasciato di stoppa impegolata. Adunque nulla hanno che fare colla polvere nostra. Di Salmoneo e di altri pretesi conoscitori della polvere vedasi la Dissertazione della polvere da guerra del Col. Omodei. Gli stessi ragionamenti aveva già Francesco addotti in principio al codice suo I, aggiungendo come dice Vegezio «che le fortezze angolari erano da costituire, acciocchè dall’ariete meglio difender si potessero. E questa è assai efficace ragione, che se le bombarde state fossero, menzion dell’ariete far non bisognava».
  2. Queste parole, ragionevoli veramente e convincenti, furono a questo scopo citate nella nota 4.ª (vol. I, pag. 188) delle Istorie fiorentine di Giovanni Cavalcanti dianzi stampate in Firenze.
  3. Le avrà vedute queste balestriere segnatamente nelle mura aurelianee di Roma, allora meglio conservate che ora non siano, per maniera che serbavano ancora il pavimento loro in mosaico veduto dal Filarete.
  4. Non era però la sambuca una macchina a lanciare, ed avevalo già notato Francesco istesso nel prologo a questo libro.
  5. Cioè di sì importanti macchine, dai Toscani dette Difizi.
  6. Capitolo X delle vecchie edizioni, XLVI delle nuove. Faciunt ex his (saxei nitri acervis) vasa, necnon frequenter liquatum cum sulphure coquentes in carbonibus. E ciò era per avere vernice di stoviglie.
  7. L’operetta di Marco Greco, intitolata Liber ignium ad comburendos hostes, fu stampata la prima volta nel 1804 da Du Theil in Parigi, giusta la lezione di due mss. giudicati del XIV e del XV secolo. Molto di questo libro si valsero i susseguenti cultori dell’alchimia, e lo prova il Du Theil col paragone di Alberto Magno, Cardano, e G. C. Scaligero. Francesco di Giorgio ne tradusse buona parte (corrispondente alle 7 prime pagine dell’edizione parigina) nel dialetto suo sanese, ed inserilla in calce al cod. membranaceo I col titolo: Inchomincia Illibro ettracttato di fuochi chonposto da Marcho grecho darresistere al inimici si per mare si ancho per terra. Non però volgarizzò egli tutto il libro poichè nel codice I non v’è parola d’immollare stoppe e pannilini nel liquido comburente, il qual precetto trovasi a pag. undici dell’edizione. Vannuccio Biringoccio quando stampò nella sua Pirotecnia (lib. X, 9) parecchi insegnamenti di Marco Greco, pare seguisse il codice già posseduto da Francesco di Giorgio, ch’ei chiama antichissimo e scritto in carta pecora e quasi obliterato, poichè i precetti che ne riporta sono quelli appunto del cod. I citato, nè più, nè meno.
  8. I libri stessi dell’autor nostro rinforzano queste parole. Infatti le artiglierie del cod. I, e de’ codici di macchine esistenti in Torino ed in Siena sono assai più rozze di quelle descritte già nel cod. II (circa i tempi della calata di Carlo VIII in Italia) e qui figurate. Nel codice I al f.o 3, aveva notato bensì che «chi attale macchine riparar potesse divino ingiegnio più che umano dire potersi» non aveva però fatto motto del rapido miglioramento delle artiglierie in Italia poichè non fu che circa il 1480. Chi paragonasse quelle del Santini con queste non direbbe che pochi lustri, ma che almeno un secolo si fosse frapposto.
  9. Qui bello pluries depugnavit, sexies signa contulit, octies hostem profligavit, omniumque prœliorum victor dictionem auxit. Così leggesi nel fregio del cortile del palazzo suo in Urbino. È giusto il dire che i militari talenti di Federigo sono, egualmente che dai numerosi istorici suoi, apprezzati da tutti gli scrittori di allora e poi. Bellissime pure queste lodi in bocca dell’artefice perchè di gratitudine a principe benefattore e già estinto.
  10. C. Iulius Cæsar, 62.
  11. Petreio ed Afranio (De bello civili, I, 72).
  12. Direi che nel tessere questo elogio, abbia Cecco avuto sott’occhio quanto prima aveva già scritto di Federigo il celebre Poggio fiorentino. Nam præter eloquentiam summam ac humanitatem, plurimas corporis animique dotes egregias a natura tributas, rei militaris scientia in illo homine principatum obtinebat, adeo ut omnibus ætatis suæ ducibus par haberetur. Nam consilium in agendo, celeritatem in conficiendo, prudentiam in indicando quis ignorat? quæ omnia tanta in eo erant, ut aliquem ex priscis illis summis viris cunctis imperatoriis artibus instructum ea tempestate repræsentare rideretur (Hist. Florentinæ ad Federicum Urbin. Comitem lib. VIII). Simili parole scriveva nelle sue Epistole il Filelfo.
  13. Trionfo della fama, capo I. Egli ebbe occhi al veder, al volar penne.
  14. De bello civili, I, 72.
  15. Detto Aluccio da Livio (XXVI, 50) e Luccio da Plutarco.
  16. Lib. X, cap. I, 114. Le edizioni leggono più ragionevolmente: vero Cæsar si foro tantunt vacasset, non alius ex nostris contra Ciceronem nominaretur: Ma qui il buon Cecco volle riunire quanto a lode di Federigo detto aveva a capo il periodo.
  17. A noi pare incredibile la copia degli edifizi che allora ergevansi dai principi italiani: di Sigismondo Malatesta narra il Valturio come in poco più di quindici anni di regno avesse innalzato grandissimo numero di rocche, chiese ed edifizi di ogni genere.