Storie allegre/Pipì o lo scimmiottino color di rosa/VII

Pipì o lo scimmiottino color di rosa - VII

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Pipì o lo scimmiottino color di rosa - VI Pipì o lo scimmiottino color di rosa - VIII
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VII.

Pipi comincia a pentirsi di aver mancato alla sua promessa.


Il povero Pipì, nel toccar quella serpe, che si trovò avvoltolata al collo invece della cravatta, fu preso da uno spavento indicibile.

Avrebbe voluto urlare, ma la lingua gli era rimasta appiccicata al palato; avrebbe voluto correre e fuggir via, ma le gambe gli facevano giacomo-giacomo, ossia gli ciondolavano avanti e indietro, tale e quale come se fossero le gambe d’un morto, che si fosse provato a camminare.

Alla fine, non potendosi più reggere in piedi, si lasciò cascare per terra come un cencio, dicendo con un fil di voce:

― Muoio!....

― Che cosa ti senti? ― gli domandò suo padre, tutto sgomento.

― Un gran male!...

― E dove lo senti?

― In tutta la persona.

― E che male sarebbe?...

― Il male della paura!...

― Un gran brutto male, bambino mio: l’unico male [p. 63 modifica]per il quale i medici non abbiano saputo trovare ancora una medicina. Prova a farti un po’ di coraggio....

― Ho provato.

― E ora come ti par di stare?

― Peggio di prima.

― Ma qual’è la cagione di tutto questo spavento?

― Una gran disgrazia, babbo mio, sta per cascarmi addosso!

― E come fai a saperlo?

― Ho avuto, in pochi minuti, troppi indizi.... troppi segnali. Vi ricordate i miei stivaletti nuovi rimasti affogati nella mota? E il giubbettino e i calzoni fatti in pezzi da quel dispettosaccio di pruno? E la camicia di tela fina divenuta, tutt’a un tratto, di foglie di ortica? E quella brutta serpe, che or ora mi è scappata di mano? Eccola sempre lì, eccola sempre lì!... Guardatela!...

― Chi?

― La serpe.... ―

Il babbo di Pipì si voltò a guardare verso il punto indicato, e vide difatti in mezzo alla profonda oscurità della notte, una grossa serpe, che risplendeva tutta di vivissima luce rossa, come se fosse stata una serpe di cristallo, con in corpo un lampione acceso da tranvai.

La serpe, stando a collo ritto, teneva i suoi occhi fissi in quelli dello scimmiottino.

― Che cosa vuoi da me? ― gli domandò Pipì, facendosi un coraggio da leone.

― Vengo a portarti i saluti del signor Alfredo ― rispose la serpe.

― Povero signor Alfredo!... È forse partito per il suo viaggio? [p. 64 modifica]

― È partito pochi minuti fa, e mi ha raccontato che tu avevi promesso di accompagnarlo.

― È vero, è vero, è vero!... Domani forse partirò anch’io e spero di poterlo raggiungere in alto mare.

― Speriamolo davvero! A buon conto, ricordati, scimmiottino mio bello, che quando si promette una cosa, bisogna mantenerla! Hai capito? ―

Appena dette queste parole, la serpe sparì nel buio della notte, e non si vide più.

Allora Pipì, tormentato in cuore da una specie di rimorso, fu quasi sul punto di dire addio a suo padre e di prendere la strada più corta, che menava alla spiaggia del mare; ma mentre stava lì per decidersi, vide lontano lontano alcune fiaccole accese, che si movevano in qua e in là, e sentì una musica allegra di pifferi, di tamburi e di mandolini.

― Che cos’è quella musica? e quei lumi che cosa sono? ― domandò tutto meravigliato.

― Come? Non ti riesce d’indovinarlo?

― No.

― Sono i tuoi fratellini, che vengono a incontrarti con la fiaccolata e a suon di banda!...

― Oh che piacere! Oh che bello spettacolo! Corriamo, babbo, corriamo.... ―

E tutt’e due si dettero a correre lungo la viottola: e Pipì, che aveva riacquistata in un attimo la forza delle sue gambine svelte e sottili, non solo correva, ma si sarebbe detto che volava come un uccello.

E ora chi mi dà le parole adattate per descrivere la scena del primo incontro? Credetelo a me: fu una scena così affettuosa e commovente, che è impossibile [p. 65 modifica]immaginarsela senza averla veduta coi propri occhi. Basti dire che l’allegrezza dei quattro fratelli, nel rivedere il loro fratellino minore, che oramai credevano perduto per sempre, fu così tempestosa e smodata, che gli saltarono addosso tutti insieme, e ci corse poco che non lo soffocassero sotto un diluvio di baci, di abbracciamenti e di carezze.

Quand’ebbero sfogati gli affetti del loro cuore, cominciarono a strillare in coro: curacà! curacà! curacà! (nel dialetto famigliare delle scimmie, bisogna sapere che curacà vuol dire: a cena! a cena! a cena!) Detto fatto, si posero seduti per terra intorno a una gran cesta di pèsche, di albicocche e di fichi d’India, e lì, ridendo, grattandosi e facendo con la bocca mille smorfie e mille versacci in segno di grande esultanza, mangiarono a più non posso, come se fossero digiuni da due settimane.

E non solo mangiarono, ma bevvero allegramente: e bevvero un certo liquore spiritoso, fatto d’uva rossa strizzata, che somigliava come due gocciole d’acqua al nostro vino. E ne bevvero così a spugna, che dopo mezz’ora dormivano tutti e russavano come tante marmotte.

Quand’ecco che sul più bello del sonno furono svegliati da un’orribile voce che gridò: «Guai a chi si muove!...»