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XIV

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Parte terza Parte terza - XV
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XIV.

Raimonda ora, ogni tanto, spariva. Senza preavviso, senza lasciar detto nulla, partiva e rimaneva assente talvolta un giorno solo, talvolta tre o quattro giorni, talvolta anche una settimana.

Durante quelle assenze Alberto si aggirava inquieto e sdegnato tra lo studio e la casa in corso Umberto, covando dei foschi propositi di rottura e di vendetta; poi, non appena la rivedeva, pur trovandola sciupata e intristita, pur sentendo quasi di odiarla, ricadeva sotto al fascino di lei. Ella, d’altronde, non faceva più nulla per avvincerlo o ammaliarlo. Ormai lo teneva. Lo teneva colla forza speciale della donna non bella, della donna non giovane, della donna non buona. Lo teneva, soprattutto, colla forza incrollabile della donna che ha amato e che sembra aver cessato di amare.

— Tu non sei mia come una volta, — ansava Alberto, stringendola convulso.

— Ma che idea! Ma perchè?... — diceva lei, ravviandosi i capelli. [p. 62 modifica]

— Ti sento diversa... lontana... Una volta eri tutto fuoco e furore...

— Mio caro, — sorrideva lei, respingendolo con soave noncuranza e accendendo una sigaretta, — se avessi continuato ad amarti con fuoco e furore, tu a quest’ora mi detestavi e mi tradivi.

Alberto protestò, sdegnato; ma in cuor suo sentiva che forse ella diceva il vero.

— Già, — riflettè lei pensierosa; — voi uomini siete strani. Amarvi come voi volete è il modo più sicuro di farci disamare da voi. Perchè voi ci amiate noi vi dobbiamo tradire.

— Tradire! — disse lui, fissandola colle ciglia aggrottate. — Tradire!... Orribile parola! Orribile pensiero!

— Orribile, orribile! — assentì lei con un piccolo brivido e socchiudendo gli occhi verdognoli. — Per un uomo, non so; ma per una donna, certo, il tradire è una cosa infinitamente triste.

— Infinitamente infame! — esclamò Alberto.

Ella parve non udirlo. Fissava in lui lo sguardo un po’ velato, un po’ lontano.

— Ciò che per noi donne vi è di più triste e tragico nei nostri inganni, — continuò lei, — è l’impossibilità di riamare un uomo una volta che lo abbiamo tradito. Per quanto [p. 63 modifica] disperatamente possiamo averlo un giorno amato, quando lo abbiamo tradito non lo amiamo più.

Alberto guardandola sentì una piccola stretta fredda al cuore.

— E questo è assai triste, — sospirò la donna, fissandolo collo sguardo trasognato. — È triste perchè rende vane tutte le sofferenze passate, tutte le gioie passate. Rende vano tutto.

— E perchè tradite, allora? — gridò il giovane, sdegnato, quasi rivolgesse quel grido a tutto il sesso frale e fatale. — Perchè tradite?

— Perchè?... Perchè?... Quando te lo dicessi non mi crederesti. — E china verso di lui gli prese la mano. — Vuoi conoscere la psicologia del nostro tradimento? Ebbene, sappi che noi donne non vorremmo tradire mai. Mai! Noi siamo per indole e per istinto delle creature tenere, fedeli, costanti, immutabili. Siamo «crampons» noi; non siamo vagabonde in amore. Quando amiamo un uomo, è per l’eternità.

Il giovane crollò le spalle con gesto incredulo. Ella continuò, veemente:

— Sì! noi amiamo con disperata angoscia, con incrollabile tenacia; amiamo con profondo spasimo di sentimento più ancora che di [p. 64 modifica] sensualità. La donna che ama non conosce stanchezza, non conosce sazietà; si attacca, si avvinghia, si avviticchia; e non chiede che di restare nelle braccia dell’amante, chiusa sul suo petto, per sempre!

— Ebbene?

— Ebbene, l’uomo non vuole quella frenesia di passione, quel disperato abbandono che getta la femmina ai suoi piedi come uno straccio, senza ritegno e senza volontà. L’uomo rifugge dalla catena; ha terrore dell’immutabile, dell’indissolubile, dell’eterno.

— Ma no! — protestò Alberto. — Non è vero.

Ella alzò verso l’amante il viso sottile e sagace.

— Allora noi, quasi per rassicurarlo, per tranquillizzarlo, per convincerlo che questa nostra frenesia non sarà eterna, assumiamo verso di lui degli atteggiamenti frivoli; sfoggiamo capricci e volubilità. E poichè nella morsa della passione o l’uno o l’altro deve pel primo rallentare la stretta, allora... allora perchè non sia lui, siamo noi, noi che, disperate e straziate fingiamo di volerlo lasciare! Perch’egli non ci sfugga fingiamo di volergli sfuggire; perch’egli non ci tradisca fingiamo di volerlo tradire. [p. 65 modifica]

— Fingete? — esclamò Alberto con una risata amara, — Se vi limitaste a fingerlo!

— Sì; da principio fingiamo soltanto. Per inquietarlo, per destare la sua gelosia, per tenerlo e trattenerlo, mostriamo d’interessarci ad altri, d’incoraggiare gli altri, gli estranei, gli intrusi che ci sono perfettamente indifferenti, o anche perfettamente odiosi.

— Già, — -fece Alberto ironico.

— E poi... e poi... visto che tutti gli uomini press’a poco si assomigliano e si equivalgono...

— Ma bene! bene! — proruppe Alberto, con un’aspra risata.

— ... e visto che l’ammirazione altrui ci rialza il morale, ci rende più gioiose, più gaie, più padrone di noi... e quindi più padrone anche degli altri...

— Allora?

— Allora... per ridarci sicurezza, per renderci più affascinanti agli occhi di colui che amiamo, incoraggiamo il nuovo arrivato finch’egli, a sua volta, s’innamora di noi. Sempre — divagò Raimonda, — l’uomo s’innamora della donna che ha l’aria di promettere e di non voler mantenere, della donna che ride di lui e piange... non per lui!

— Avanti! — fece Alberto, coi denti stretti. — Avanti pure! [p. 66 modifica]

Ella continuò, senza badargli, fissi nel vuoto gli occhi d’acquamarina che parevano divenuti più glauchi e più profondi.

— E viene il giorno in cui (per dispetto o per disperazione? per vanità o per follìa? per ira o per dolore?...) cadiamo in quelle braccia che si aprono a noi, cerchiamo rifugio e conforto in quell’anima ignota!... E la bocca dell’amante nuovo soffoca sulla nostra bocca il singulto che prorompe per l’altro, placa nel nostro cuore lo struggimento per l’altro, spegne nei nostri nervi il desiderio dell’altro.

Alberto si sentì impallidire.

Ella continuò, quasi parlando a sè stessa:

— E quando ci siamo date a lui... ecco che — per un fenomeno misterioso della nostra anima — è di lui che siamo innamorate! Eccoci guarite di uno spasimo, e piombate in uno spasimo nuovo. Ecco il nuovo amante che ci strazia, ci tortura, ci dilania come ci aveva straziato e dilaniato il primo...

Tacque un istante; indi riprese:

— E l’altro?... il primo?... quello che fino allora abbiamo amato sino al delirio, sino alla follìa?... Egli per noi non esiste più. È caduto dai nostri desideri come una cosa morta. È diventato per noi un essere trascurabile e insignificante; nulla in lui ci [p. 67 modifica] piace più, nulla in lui ci agita o ci commuove. La sua passione ci stanca, la sua bramosia ci ripugna, le sue ire ci fanno sorridere, il suo dolore ci lascia indifferenti...

Vi fu un nuovo silenzio; poi ella volse all’amante il viso un poco impallidito:

— E così la catena continua. Così noi passiamo di amore in amore, di tradimento in tradimento; noi, che non vorremmo tradire giammai!

Alberto proruppe in un’esclamazione di sdegno.

— Facile teoria!

— Ah no! No! Non facile, — disse lei, e la sua voce si era abbassata di tono; era grave, vibrante, profonda. — No; è terribile, terribile non poter mai riposare nell’amore. Non poter mai amare con abbandono, con gioia, con semplicità! È terribile, terribile dover ricominciare sempre da capo la straziante tragicommedia della passione...

— Già — fece il giovane con un sogghigno. — A sentir voi, la donna tradisce l’uomo... perchè l’ama!

— L’hai detto, — rispose lei senza sorridere. — La donna tradisce l’uomo perchè l’ama. E quando lo ha tradito non lo ama più.