Satire (Alfieri, 1903)/Satira quarta. La sesqui-plebe

Satira quarta. – La sesqui-plebe

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Vittorio Alfieri - Satire (1777-1798)
Satira quarta. – La sesqui-plebe
Satira terza. La plebe Satira quinta. Le leggi

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SATIRA QUARTA.

LA SESQUI-PLEBE.

Pecuniæ accipiter, avide atque invide,
Procax, rapax, trahax: tercentis versibus
Tuas impuritias traloqui nemo potest.

Plaut., Persa, III, 3.

Aurívoro avoltojo, invido ed avido,
Di te audace furace rapace
Annoverar le porcherie, nè il ponno
Carmi trecento.


Avvocati, e Mercanti, e Scribi, e tutti
Voi, che appellarvi osate il Ceto-medio,
Proverò siete il Ceto de’ più Brutti.
Nè con lunghe parole accrescer tedio
Al buon Lettor per dimostrarlo è d’uopo;
Che in sì schifoso tema anch’io mi tedio. —
È ver, che molti prima e alquanti dopo
Di voi nel gregge socïal si stanno:
Ma definisco io l’uom dal di lui scopo.
Certo è, che il vostro è di camparvi l’anno,
E d’impinguarvi inoltre a più non posso,
Di chi v’è innanzi e di chi dietro a danno.
Il Contadin, che d’ogni Stato è l’osso,
Con la innocente industre man si adopra
In lavori che il volto non fan rosso.
Il Grande e il Ricco, la cui man null’opra,
Spende il suo; quindi agli altri egli non nuoce,
Ed è men sozzo perch’ei già sta sopra.
Ma voi, cui l’esser poveri pur cuoce,
E l’aratro sdegnate, o ch’ei vi sdegna,
Bandita avete in su l’altrui la croce.
Onde voi primi alta ragion m’insegna
Ch’esser dobbiate infra le classi umane,
Qualor sen fa patibolar rassegna.

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Le cittadine infamie e le villane
Veggo in voi germoglianti in fido innesto,
E in un de’ Grandi le rie voglie insane.
De’ ceti tutti i vizj tutti; è questo
Il patrimonio eccelso di vostr’arte;
Ma non di alcun de’ ceti aver l’onesto.
D’ogni città voi la più prava parte,
Rei disertor delle paterne glebe:
Vi appello io dunque in mie veraci carte
Non Medio Ceto, no, ma Sesqui-plebe.