Rime varie (Alfieri, 1912)/XXXIX. Alla Repubblica di Venezia

XXXIX. Alla Repubblica di Venezia

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XXXIX. Alla Repubblica di Venezia
XXXVIII. A Dante Alighieri XL. Lontano dalla sua donna, rivolge a lei il suo pensiero

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XXXIX [lvi].1

Alla Repubblica di Venezia.

Ecco, sorger dall’acque io veggo altera
La canuta2 del mar saggia reina;
Che un’ombra in se di libertà latina
4Ritiene, e quindi estima averla intera.
Se d’Adria all’onde ella pur anco impera,
Non suo poter, ch’ogni dí piú declina,
Ma il non poter di chi con lei confina,
8Esserne parmi, ed è, la cagion vera.
Pur, quai virtú sí lungamente salda3
Contro all’urtare e al rïurtar degli anni
11La fer, quasi alta rocca in dura falda?4

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Di fuor, piú ch’arme, i ben oprati inganni;
Terrore al dentro, e antivedenza calda,
14Spiegar le fan piú là che Sparta i vanni.5


Note

  1. Sonetto composto il 2 giugno 1783, alla vista di Venezia da Pellestrina.
  2. 2. Canuta, antica.
  3. 9-14. Pongansi a raffronto con questo sonetto i seguenti versi della satira I viaggi, intorno alla Repubblica di Venezia:
    Ma la Città che salda in mar s’imbasa
    Già si appresenta agli avidi miei sguardi
    E m’ha d’alto stupor l’anima invasa.
    Gran danno che cadaveri i Vegliardi,
    Che la reggean sí saggi, omai sien fatti,
    Sí ch’a vederla io viva or giungo tardi.
    Ma, o decrepita od egra o morta in fatti,
    Del senno uman la piú longeva figlia
    Stata è pur questa: e Grecia vi si adatti:
    Tal, che s’agli occhi forbe sua quisquiglia,
    Può forse ancor risuscitar Costei
    «Che sol se stessa e null’altra somiglia».

    E nell’Aut., a proposito del primo soggiorno da lui fatto in Venezia nel 1767: «Non presi nessunissima notizia, anco delle piú alla grossa, su quel governo che in ogni cosa differisce da ogni altro; e che, se non buono, dee riputarsi almen raro, poiché pure per tanti secoli ha sussistito con tanto lustro, prosperità, e quiete».
  4. 11. Per dura falda intendasi rupe scoscesa.
  5. 12-14. Antivedenza, preveggenza. Ad illustrazione di questa terzina potran forse giovare i segg. versi del Marco Foscarini niccoliniano (II, 3):
    Qui sonno simular conviene,
    E aver mill’occhi e mille orecchie aperti,
    E far tesoro di parole e cenni,
    Scriver anche il sospiro. Ove dispieghi
    Il vizio le sue pompe, ognor presente
    Vegli la nostra cura: hanno i piaceri
    Il lor delirio; si discenda allora
    Negli abissi del core, un solo istante
    Scopre gli arcani di molt’anni, e tutto
    Si sorprende il pensiero. A noi si affida
    Un immenso poter: molti ha segreti,
    Molti ha terrori: e simile alla notte
    Sta la sua forza nel mistero: il mondo
    Non ha gran forza che non sia mistero.