Rime varie (Alfieri, 1903)/LVIII. L'America libera/Ode terza

L'America libera - Ode terza

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ODE TERZA.

Parla del signore de La Fayette.

I.


O degna inver non di mia muta cetra,
Ma di quella canora
Che risuonar fea le Tebane spiagge
Di laudi, onde ne avvien ch’uom mai non mora
Ai regnator dell’etra
Fatto simíle: o tu, degna in più sagge
Etadi e in men selvagge
Parti fiorir, gentil straniera pianta:
Di qual piaggia del ciel scendea rugiada,

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Aura di qual contrada
Movea spirando in te virtù cotanta,
Che niun’altra si vanta
Nella sua età matura
Di frutti quai tu nell’acerba desti? —
Libero cor cui più il divieto indura;
Giovin, schiavo, signor, Gallo fia questi?

II.


Non è, non è. Nobile ardente spirto
D’alto Latino o Greco
Viene a informar le ben tornite membra:
Che aver gode virtù beltà con seco;
E l’amoroso mirto
Al sanguinoso allòr disdir non sembra,
Chi Alcibiade rimembra.
Ecco, di tromba americana al primo
Squillo, l’audace giovinetto io veggio
In se non trovar seggio;
E sossopra voltar da sommo ad imo
Tutto di corte il limo,
Perchè gli sia concesso
Scelti colà portar Franchi guerrieri!
Dove ode torto a libertà sì espresso
Farsi: e soldar vuol ei suoi campion feri.

III.


Ma il Cristian Re matura in se peranco
Non ha quella cortese
Voglia, cui poscia accelerò la certa
Evidenza che in pro fian l’armi spese...
«Che cerchi tu? Pria manco
«L’onde verranno al mar; pria i fiumi all’erta
«Vedrai tornar; che aperta
«A magnanima, pura, alta pietade
«L’alma d’un Re. Che fai? lascia le ingrate
«Rive contaminate
«Di Senna, ove non è chi a libertade
«Sgombrasse mai le strade:
«Va’ solo, va’: tuo braccio
«Fia per se più gradito e saldo aiuto,
«Che mercenaria gente vil che ghiaccio
«S’avria nel cor d’ogni alto senso muto.»

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IV.


Nè fia che invan con questi detti inspiri,
O Dea di Sparta sola,
Sdegno nel petto al tuo figliuol novello.
T’intende ei, sì: già più non fa parola:
Fuor de’ sozzi raggiri
Del procelloso aulico turbin fello
Già già si scaglia. Oh bello
Desío di gloria e di verace lode!
Già dalla dolce sposa, a cui di fresca
Pania d’amor lo invesca
Somma beltà cui castità fa prode
(Coppia che raro s’ode),
Si stacca intrepid’egli;
E con gli ultimi baci il pianto sugge.
Tu di morir pria che lasciarlo scegli,
Sposa amante: ma invan; ch’ei già ti sfugge.

V.


Che piangi or tu? Vedi che Gloria il mena
Per raggiante sentiero,
In cui fra’ vostri ei primo impresse ha l’orme.
In atto pria di semplice guerriero
Vedil, s’ei piglia lena;
Se nel difender libertà mai dorme;
Se morti in mille forme
Dal tagliente suo acciar non escon mille:
Vedi inarcar per alta maraviglia
L’American le ciglia,
Ch’uom, non libero nato, in cor scintille
Nutra, da cui sfaville
Di patrio amor cotanto,
Che sì tra lor non n’ha qual più sen crede.
Sposa, deh cangia il lagrimare in canto,1
Che or mal sul ciglio tuo lagrima siede!

VI.


Vedil da sua virtù poi fatto duce,
Come all’ardir prudenza
Accoppia, e ai duci suoi d’età più gravi

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Liberamente ei presta obbedïenza;
Come ad amarlo induce
Non che il nemico anco qual uom più aggravi
L’invidia, coi soavi
Nobili suoi non pria veduti modi.
Vedi alfin, vedi, or che l’aurato giglio
Là con miglior consiglio
A guerreggiar condotto ha stuol di prodi,
S’è chi quant’ei si lodi.
Là fra i perigli il lascia:
A Marte caro e a Libertade, il nome
Eterno avrà, pur che alla infame ambascia
Non rieda ei mai di cortigiane some.



Note

  1. Varianti: Sposa, deh! cangia in allegrezza il pianto,