Rime (Andreini)/Canzonetta morale XI

Canzonetta morale XI

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Madrigale LXXXVIII Sonetto CXXXVII

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Biasma l’avarizia.

Canzonetta Morale XI.


B
En fù quei troppo audace, e poco saggio,

Che le spalle volgendo al patrio Clima

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     La prima Nave, anzi la tomba prima
     De’ vivi al salso osò fidar viaggio.
Alhor chi de le Pleiadi, ò de l’Orse
     La forza discernèa? chi l’altre stelle
     Di calma apportatrici, ò di procelle
     Per l’ondoso Oceàn vagando scorse?
Chi d’Euro, d’Aquilon, d’Austro, ò di Coro
     Temea? quando non ch’altro il nome ascoso
     Era, onde nulla il fiero, e minaccioso
     Fiato curò la bella età de l’oro.
Alhor quelle felici, e liete genti
     Ricche in lor povertà godèan secure
     Le ghiande, e i pomi, e l’acque fresche, e pure
     Non curando d’esporsi à l’onde à i venti,
Ma Tifi pien di temerario ardire
     Ruppe oltraggioso il Mar con fragil barca
     Sempre infedel d’avara gente carca
     Cui de l’oro spronò cieco desire.
Il Mondo, che diviso era, la Nave,
     Che prima oppresse il Mar insieme unìo,
     Ogni rischio mortal posto in oblìo
     Per haver de’ suoi danni il ventre grave.
Diè nova cura à’ dispiegati lini
     In varie guise raccogliendo il vento;
     E ’l guardo tenne, e ’l lieve corso intento
     A gli altrui remotissimi confini.
Ma s’ella osò dar legge al vasto seno
     De l’Oceàno, ei di giust’ira acceso
     Contra ’l nemico insolito suo peso
     Tutto allargò delle procelle il freno;
Siche talhor parèa fosser portate
     Le genti d’Argo a l’atre nubi in grembo,

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     Ed hor sospinte da piovoso nembo
     Tra gli spirti d’averno innabbissate,
Muto divenne Orfèo, tacque sua lira
     Famosa tanto, ogni guerrier più forte
     Timor conobbe, e sospirò tal sorte,
     E del vento, e del mar l’orgoglio, e l’ira.
Quasi esca fur de la rabbiosa fame
     Di Scilla, e quasi infrà deserte arene
     Hebber di rapacissime Sirene
     Miseri a disfogar le ’ngorde brame.
Tanto avarizia può, di cui nel Mondo
     Non hà fera peggior, che non hà pace
     Fin ch’altrui l’ossa non divora, e sface
     L’alma trahendo nel tartareo fondo.
Qual error non commette avara voglia?
     Qual fraude empia non tesse? e qual periglio
     Non corre? il dica l’avido consiglio
     Di quei, che d’un Monton trasser la spoglia.
Ma ben securo è dal furor di questa
     Peste infernal chiunque erge il pensiero
     Qual tù Sertini al degno alto sentiero,
     Ch’eterna gloria à chi lo segna appresta.
Teco s’acquisti i non caduchi honori
     Di Pindo; e saggio à sì bell’opra sudi,
     Poiche sol di virtù gli egregi studi
     Son di spirto gentil ricchi tesori.