Pagina:Rime (Andreini).djvu/169


157

     La prima Nave, anzi la tomba prima
     De’ vivi al salso osò fidar viaggio.
Alhor chi de le Pleiadi, ò de l’Orse
     La forza discernèa? chi l’altre stelle
     Di calma apportatrici, ò di procelle
     Per l’ondoso Oceàn vagando scorse?
Chi d’Euro, d’Aquilon, d’Austro, ò di Coro
     Temea? quando non ch’altro il nome ascoso
     Era, onde nulla il fiero, e minaccioso
     Fiato curò la bella età de l’oro.
Alhor quelle felici, e liete genti
     Ricche in lor povertà godèan secure
     Le ghiande, e i pomi, e l’acque fresche, e pure
     Non curando d’esporsi à l’onde à i venti,
Ma Tifi pien di temerario ardire
     Ruppe oltraggioso il Mar con fragil barca
     Sempre infedel d’avara gente carca
     Cui de l’oro spronò cieco desire.
Il Mondo, che diviso era, la Nave,
     Che prima oppresse il Mar insieme unìo,
     Ogni rischio mortal posto in oblìo
     Per haver de’ suoi danni il ventre grave.
Diè nova cura à’ dispiegati lini
     In varie guise raccogliendo il vento;
     E ’l guardo tenne, e ’l lieve corso intento
     A gli altrui remotissimi confini.
Ma s’ella osò dar legge al vasto seno
     De l’Oceàno, ei di giust’ira acceso
     Contra ’l nemico insolito suo peso
     Tutto allargò delle procelle il freno;
Siche talhor parèa fosser portate
     Le genti d’Argo a l’atre nubi in grembo,


Ed hor