Quel che vidi e quel che intesi/Capitolo XIII

Capitolo XIII
Il trenta aprile

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Capitolo XII Capitolo XIV

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XII.

IL TRENTA APRILE.


Ed eccoci al 30 aprile 1849.

All’alba di questo giorno mio fratello Paolo, il quale era d’accordo con un partito papalino liberale, spaventato dagli eccessi dei repubblicani, calorosamente mi consigliava di non andare a battermi. Perchè, egli mi diceva, nessun dei benpensanti voleva saperne della repubblica di Mazzini. E perchè la truppa non si sarebbe battuta; chè non la intendeva affatto di difendere questi che si dicevan fratelli ed erano assassini.

Meglio i Francesi, meglio gli Austriaci, meglio il diavolo che questi cari fratelli briganti. Aggiungeva, mio fratello Paolo, che tutto era combinato per aprir le porte ai Francesi; che gli avrebber fatti entrare per una porta sotto i giardini del Vaticano. Chè, infine, nè i carabinieri si sarebber battuti, nè il terzo reggimento di linea e nemmen la Civica nè le Legioni Romane.

— Ma io vo! Risposi.

Preso il fucile mi affrettai a San Pietro.

Qui sulla piazza trovai Nicola Fabrizi che conduceva i carabinieri. Io mi detti premura di comunicargli il macchinato tradimento. Difatti, quando egli comandò di attraversar il [p. 60 modifica]colonnato per prender i cortili che mettono ai giardini, i carabinieri si fermarono.

Allora Nicola Fabrizi, sollevandosi all’altezza degli antichi Dei omerici quando scendevano in terra a partecipare ai combattimenti dei mortali, forte esclamò:

— E sarà vero che i carabinieri romani, pari agli eroi antichi, che si coprirono di gloria a Vicenza, rinculino davanti al nemico che assalta le mura stesse della lor città per rimettere in piedi il più inumano dei governi?

E finito di parlare, Fabrizi abbracciò il colonnello dei carabinieri Calderara. E non si scorse bene se quello fosse un abbraccio od una forte scossa. Ben vidi i carabinieri voltarsi risolutamente ed andar a distendersi al parapetto delle mura di Roma che abbracciano i giardini vaticani. Ma rimanevano sotto i palchi o ballatoi; poichè il fuoco era per parte dei Francesi cominciato coi cacciatori di Vincennes.

In quel momento i nostri stavano mettendo i cannoni in batteria e non avean alcun riparo, servendo da piattaforma una aiuola di fiori che stava al disopra del parapetto.

Vedendo i carabinieri che non si decidevano a montare a combattere, il colonnello De Angelis ed io montammo sull’impalcata. Quindi, sempre per far animo a quelli che non osavan venir su e mostrarsi al nemico, il colonnello De Angelis si espose alle palle, che già fischiavano intorno, dalla cintola in su ed io mi inginocchiai sul parapetto stesso. E ciò non fu invano e lo vedemno subito.

Quasi sempre le battaglie principiano freddamente. Ai primi rari colpi dei tiragliatori c’è un certo battito di cuore, sopratutto in quelli che si trovano e rimangono al fuoco per disciplina. Ma ciò non accade al volontario. Poi i colpi principiano a farsi più fitti, tuona il cannone, allora la vendetta e la poesia infiammano l’animo....


Ecco che i Francesi attraversano in colonna un prato, che si trova sotto le mura, allora i nostri escon tutti dal sicuro [p. 61 modifica]riparo, come leoni si avventano al parapetto e del nemico fan strage.

Anche qui, come a Vicenza, l’artiglieria romana, si portò eroicamente. Io contai nove artiglieri caduti, distesi fra i fiori accanto ai loro pezzi. Fra questi il tenente Pallini ed il tenente Narducci.

Assicuratomi che qui le cose cominciavano ad andar bene, con una vettura rapidamente corsi fuor di Porta San Pancrazio. Vi giunsi nel momento che Garibaldi ordinava ad un piccolo nucleo dei suoi di occupare una casina che era sopra un prato di fronte al secondo cancello di Villa Pamphili. Unitomi a questo nucleo quando fummo alla casina ci contammo: eravamo in 17. Già i Francesi si preparavano ad attaccarla tentando di circondarla. Noi ci impegnavamo a difenderla, ciò che ci divenne impossibile quando i cannoni cominciarono a mitragliare quella specie di capanna.

Allora, di corsa, passammo sotto gli acquedotti dell’Acqua Paola ed entrati dentro Villa Pamphili e chiusi i cancelli, ci appostammo dietro gli alberi di leccio sopra il muro che dà sulla strada che corre più bassa. Eravamo in una posizione eccellente; per attaccarci il nemico dovea salire su di un prato e, quando noi vedevamo apparir i pompons, ci mettevamo in guardia per aspettar che venisser fuori le teste, alle quali si tirava a segno allegramente. Noi avevamo per riparo le arcate dell’acquedotto, il muro che va da un’arcata all’altra e la strada, che equivale ad un fossato, poichè la Villa Pamphili si eleva col suo muro a terrazza sulla quale trovansi dei lecci secolari, dietro cui noi ci riparavamo. E buon per noi, chè queste piante erano, dalla parte del nemico, crivellate di palle.

Con tutto ciò ci tenevamo per perduti, dato l’esiguo numero. E già i Francesi erano al cancello; e già alcuni di essi si battevano corpo a corpo con noi; e già andavamo verso San Pancrazio prendendo lungo le mura della Villa, è già ci sentivamo prigionieri, quando vedemmo alcune compagnie della Legione Romana, sortite da Porta Portese, venire alle spalle in nostro [p. 62 modifica]aiuto. Allora, rinfrancati, facilmente facemmo prigionieri tutti quanti i Francesi che si eran intromessi tra noi e le mura di Roma. Li contammo. Eran trecento, fra cui un colosso di capo tamburo. I quali noi, cantando la Marsigliese, regalando loro sigari, quasi presili fra le braccia, trionfanti acclamandoli quali fratelli repubblicani ingannati dai preti, li conducemmo dentro Roma. Appena in città demmo loro da bere, ed il capo tamburo festoso roteava la mazza.

Tutti protestavano che mai più si sarebbero battuti contro una repubblica; promessa, che, di lì a poche settimane, tradirono.


Il giorno dopo ho sentito da Garibaldi stesso che egli con pochi uomini avea inseguito, per venticinque miglia, tutti i Francesi che si dileguavano davanti a lui.

Nei giorni seguenti venne, da Montecchi nostro con l’inviato della Repubblica Francese Ferdinando de Lesseps, concluso un armistizio di un mese.


Mentre durava l’armistizio si accrescevano le fortificazioni, sempre meglio si vettovagliava la città, si preparavano gli ospedali. Io mi trovava in diverse commissioni, come quella delle fortificazioni e quella degli ospedali.

Essendo la mia casa paterna alla fronte di battaglia, Garibaldi vi mise per alcuni giorni il suo Quartier Generale. Mio fratello Antonio naturalmente non vide questo di buon occhio. Ciò non sfuggì a Garibaldi, il quale un giorno mi disse:

— Vostro fratello non ci è propizio. Non è lieto di darci ospitalità.

Fortunatamente i miei se ne andarono ad abitare a palazzo Giustiniani. Ed io rimasi solo faccia a faccia con Garibaldi e con quelli dei suoi che aveva condotto seco da Montevideo. Eran questi una sessantina; i quali, quasi tutti, trovarono la morte nell’assedio di Roma.

[p. 63 modifica]Mio fratello Pietro era rimasto anch’egli nella casa paterna. Ma stavasene in disparte, non riuscendo a nascondere l’orrore che ad esso producevano tutti questi eroi antipapalini.

Garibaldi mi chiamò nel suo Stato Maggiore affidandomi la difesa delle mura da Porta Portese al terzo bastione.

Dopo qualche giorno trasferì Garibaldi il suo Quartier Generale a Villa Savorelli. Frattanto, però, io mi valsi dell’umanità dell’animo suo per sollevar la miseria di molte famiglie povere prive di lavoro, come per far dare dei sacchi di grano ai frati di San Franceso a Ripa che morivano di fame. Così pure da lui ottenni fosse eliminata della trista gente che andava commettendo infamie in nome di Garibaldi.