Poemetti e poesie varie (Carlo Gastone Della Torre)/Poesie varie/I. La veglia

I. La veglia

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Poesie varie Poesie varie - II. In morte di Annibale Olivieri
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LA VEGLIA

Per le nozze del marchese Giambattista Landi
colla marchesa Isotta Pindemonte.

     Ami domán chi libero
fu da’ bei lacci ognora,
e chi d’Amor fu ligio
ami domane ancora.

     5Domán, da cento aligeri
amor sul Po condotta,
fra le seguaci Grazie
verrá la bella Isotta,

     come del colle idalio
10l’abitatrice dea
venne al pastor che in Frigia
madre la fe’ d’Enea.

     Fu cara un tempo a Delia
la vergine pudica,
15or fia piú cara a Venere,
del dolce riso amica.

     Torna alle selve, o Delia
se di veder ti duole
tolta costei dal novero
20di chi t’adora e cole.

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     Torna alle selve, e tornino
al tuo pensier gli ascosi
antri di Latmo e i placidi
d’Endimion riposi.

     25Ma tu del flutto equoreo
auri-chiomata figlia,
cedi ad Isotta, o Venere,
l’instabile conchiglia.

     Varchi sovr’essa Eridano
30dall’una all’altra sponda;
dolce la spinga un zefiro
increspator dell’onda.

     Ami domán chi libero
fu da’ bei lacci ognora,
35e chi d’Amor fu ligio
ami domane ancora.

     Di qua dal fiume, immemore
del senno, arde e s’aggira
il bel garzon che stringerla
40al caldo sen sospira.

     Tutte d’amor favellano
intorno a lui le cose,
prima che all’alba schiudansi
i pieni atrii di rose.

     45Lungo il deserto margine,
tra le populee foglie,
la troppo cara a Tereo
fanciulla il canto scioglie.

     Par che d’amor risuonino
50i cari sassi e ’l lito,
né che la suora lagnisi
del barbaro marito.

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     Non piangon piú l’Eliadi
su l’inesperto auriga,
55ch’alto agitò gli alipedi
della febea quadriga.

     Perché d’Isotta scherzino
sul colmo sen nevoso,
le lucid’ambre stillano
60dal cortice rugoso.

     Ami domán chi libero
fu da’ bei lacci ognora,
e chi d’Amor fu ligio
ami domane ancora.

     65Amor l’elmetto a togliere
va della guerra al nume,
né trema al cenno orribile
che su vi fan le piume.

     Il picciol dio col tenero
70piede talor lo calca,
o con maligna audacia
la lunga asta cavalca.

     Quegli, de l’asta immemore
e de la fida spada,
75del vincitor Cupidine
al folleggiar non bada:

     mezzo supin di Venere
nel molle grembo ei giace;
tutta negli occhi cupidi
80gli arde d’Amor la face.

     Han posa intanto i popoli
e i muri ardui e le porte,
intorno a cui non odesi
grave ulular la Morte.

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     85Ami domán chi libero
fu da’ bei lacci ognora,
e chi d’Amor fu ligio
ami domane ancora.

     Amore al fier sabellico
90e al rapitor romano
le spade consanguinee
fece cader di mano;

     onde i gran padri sorsero
e i cesari nipoti,
95che superar di Romolo
in pace e ’n guerra i voti.

     Se i giorni ognun trascorrere
volesse in dolci amori,
e del giocoso Bromio
100largo versar gli umori;

     l’abitator di Scizia,
che il gran tragitto feo,
non fenderebbe indomito
su l’unto pin l’Egeo;

105non tinte avrebbe il Sarmata
di civil sangue l’are,
l’ossa del vinto Odrisio
non volgerebbe il mare.

     Ami domán chi libero
110fu da’ bei lacci ognora,
e chi d’Amor fu ligio
ami domane ancora.