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*   L’uomo si allontana dalla natura, e quindi dalla felicità, quando a forza di esperienze di ogni genere, ch’egli non doveva fare e che la natura aveva provveduto che non facesse (perché s’è mille volte osservato ch’ella si nasconde al possibile e oppone milioni di ostacoli alla cognizione della realtà); a forza di combinazioni, di tradizioni, di conversazione scambievole ec., la sua ragione comincia ad acquistare altri dati, comincia a confrontare e finalmente a dedurre altre conseguenze sia dai dati naturali, sia da quelli che non doveva avere. E cosí, alterandosi le credenze, o ch’elle arrivino al vero, o che diano in errori non piú naturali, si altera lo stato naturale dell’uomo; le sue azioni non venendo piú da credenze naturali non [p. 475 modifica]sono piú naturali; egli non ubbidisce piú alle sue primitive inclinazioni, perché non giudica piú di doverlo fare, né piú ne cava la conseguenza naturale ec. E per tal modo l’uomo alterato, cioè divenuto imperfetto relativamente alla sua propria natura, diviene infelice (l’uomo può essere anche infelice accidentalmente per forze esterne, che gl’impediscano di conformar le azioni alle credenze, cioè di far quello ch’egli giudica buono per lui o non far quello ch’egli giudica e crede