Pagina:Zibaldone di pensieri III.djvu/206

192 pensieri (1491-1492-1493)

fatto ec. Negolo risolutamente. Convengo che la lingua italiana, servendosi sí delle fonti latine, coll’attingerne piú di quello che il linguaggio popolare ne avesse attinto, sí della vivacità della immaginazione italiana, con bellissima e somma facoltà di metafore ec. ec., sí di molti altri mezzi, non sia giunta a procurarsi una proprietà, una copia, una ricchezza, una facoltà insomma di esprimersi maggiore forse che qualunque altra moderna; eccetto però nelle materie filosofiche  (1492) e in tutto ciò che ha bisogno di precisione (diversa dalla proprietà), e generalmente nelle cose moderne e posteriori a’ suoi buoni tempi. Non nego neppure che la lingua italiana non abbia conservato della sostanza materna assai piú delle altre, e meglio, secondo che ho spiegato p. 1503. Ma ch’ella sia, non ostante la sua gran copia di sinonimi, anzi a causa in gran parte di questa, inferiore ancora non poco alla proprietà ed alla ricchezza della sua madre chi ne dubita? E si può veder chiaramente nelle traduzioni. Pigliate una carta, non dico di Tacito o di Sallustio, ma di Livio o di Cicerone, e senza curarvi dell’eleganza, vedete se v’é possibile di rendere cosí esattamente ogni parola e ogni frase, che la vostra traduzione dica precisamente quanto il testo e né piú né meno. Vedrete quanto manchi ancora alla lingua italiana per riuscirci, quante parole e modi latini non abbiano affatto l’equivalente in italiano, e quanti sensi, minuti sí ma distintissimi, non si possano assolutamente significare nella nostra lingua, ch’é pur nelle traduzioni ec. la piú potente delle tre sorelle. E dovrete convenire che lo scrivere  (1493) italiano è ancora generalmente e complessivamente inferiore visibilmente al latino nella proprietà e nella varietà dell’espressione adattate alle minute varietà delle cose; e questo anche indipendentemente da quelle sottilissime ma effettive differenze che hanno tra loro i significati delle parole e