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il manzoni poeta satirico. 49

incomincia a temerne i giudizii. Poco prima, egli aveva sul giovinetto autorità di maestro e quasi di padre.

    detto: «Un’arietta del Metastasio val più di tutte le sue opere insieme.» Nel passo citato del Sermone manzoniano, ove si difende l’Alfieri contro i Metastasiani, è forse un’eco dei battibecchi letterarii fra il Monti ed il Foscolo: il Monti chiamò poi sacrilegio epico la traduzione alfieriana dell’ Eneide, e non ebbe tutti i torti. Il Foscolo faceva credere che il Monti lo evitasse per timore di compromettersi, a motivo del suo carattere indipendente; è dunque assai possibile che ne’ suoi colloquii degli anni 1804 e 1805 col Foscolo il Manzoni abbia udito più volte giudicare il Monti severamente. Il Foscolo parlando di sè dice: "Il Foscolo, figlio della Repubblica veneta che Buonaparte distrusse, si nutrì nel sentimento dei più, i quali considerano l’indipendenza de’ rispettivi Stati d’Italia come la sola causa necessaria che può essere produttrice della intera sua rigenerazione. Coerente dunque a tali principii, egli non volle mai intervenire nelle adunanze dei Collegi elettorali di cui era membro, per non trovarsi nell’obbligo di prestare il solito giuramento di obbedienza." Per quanto una parte della condotta del Foscolo sotto l’Impero non sia stata conforme a queste parole, non è dubbio che l’animo del Foscolo era piuttosto alieno dalla signoria napoleonica in Italia; e il Manzoni che aveva frequentata la contessa Cicognara e appreso da essa a giudicare il Buonaparte, dovette assai naturalmente accostarsi più volentieri al Foscolo dopo avere conosciuto il Monti. Dico più oltre come mi sembri pure scorgere un’allusione contraria al Monti nel Carme In morte dell’Imbonati. Se io non mi sono ingannato in tale congettura, si spiega forse meglio come, pubblicando i Sepolcri a Brescia nell’anno 1807, il Foscolo provasse una certa maliziosa compiacenza nel citare, per segno d’onore, in una nota i versi del Manzoni, relativi ad Omero libero, che non adulava i potenti, ad Omero, di cui il Monti e il Foscolo rivali traducevano allora l'Iliade. I versi citati sono questi per l’appunto:

              Non ombra di possente amico,
         nè lodator comprati avea quel sommo
         D’occhi cieco e divin raggio di mente
         Che per la Grecia mendicò cantando.

    Il Foscolo che non avea perdonato al vecchio Cesarotti la