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LETTERA DI RANIERI CALZABIGI 37


e tali altre antiche disusate eleganze, spargono ambiguitá ed equivoci; e obbligano chi recita, e chi legge ad alta voce, a contrar le labbra per declamare il verso.

Ora tutte queste forme di dire, da lei, amico stimatissimo, adottate, e che sfuggir si potevano con sí picciola fatica nelle sue tragedie, son io di opinione che fanno torto a tante loro perfezioni; e vorrei pur esser da tanto per persuaderla di levarle via.

A buon conto, né l’Ariosto, né il Tasso (e che rispettabili nomi son questi!), né il Guarini, né il Redi, né il Filicaja, né il Guidi, né il Chiabrera, né il Testi, né il Marini, né tanti altri celebri poeti scrissero cosi; ed io (confesso il mio peccato) preferisco in loro compagnia lo sfuggire queste affettazioni dei tempi de’ Guelfi e de’ Ghibellini, all’imitarle sotto la bandiera del divino Dante, che fu divino certo allora: ma, mi dica ingenuamente, lo sarebbe egli adesso? Questione a parer mio giá risoluta. In ogni caso, quando un sí gran poeta ai giorni nostri rinascesse, se ottenesse il titolo di divino per la sua poesia, non lo otterrebbe al certo per la sua lingua.

Ma di questa mia amichevole osservazione sopra lo stile delle sue tragedie, come di alcune altre che giá ne feci su la loro condotta, m’avveggo che ne ha giá fatta la scusa Orazio. Dove tanto abbondano le perfezioni e le bellezze, le piccole macchie (se tali veramente sono) non scemano il pregio. Sono nei (se si vuol cosí), ma nei sparsi in membra divinamente disegnate.

Finisco, signor Conte degnissimo, con due versi dell’istesso Orazio:

Si quid novisti rectius istis,
Candidus imperti; si non, his utere mecum.

La mia somma stima per lei resta troppo provata in questo scritto, per rinnovargliene quí le proteste, onde mi ristringo a dichiararmi suo.

Napoli, 20 Agosto 1783.

Ranieri de’ Calsabigi.