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nota 425

si dice che «siamo, secondo la veritá ebraica, a cinque milia ducento sessantadue [anni] dal principio de la creazione» (Dialogo III, p. 245): e cioè nell’anno ebraico 5262, corrispondente al periodo settembre 1501-settembre 1502. Da questo dato si è tratto, e con molta facilitá ripetuto, che i Dialoghi siano stati scritti a Genova nel 1502. Ma sappiamo, intanto, che almeno dall’aprile 1501 Leone non era piú a Genova, bensí a Barletta, e poi, dal maggio, a Napoli, dove passò certamente tutto il 5262 del suo calendario. D’altra parte, quella data s’incontra giá avanti nel dialogo III, quasi a due terzi del libro: e poiché si tratta di un’opera di lunga lena, la data non può aver valore se non relativamente al dialogo III. Diremo dunque, anzi abbiamo giá detto, che a Genova, avanti l’aprile del 1501, Leone aveva con tutta probabilitá giá stesi i primi due dialoghi, e che, a Napoli, nel settembre del 1502 al piú tardi era giá progredito nella redazione del terzo. Ma non è chiaro se l’angosciosa domanda, — chi avrebbe finito e compito la sua opera, — che si trova nell’Elegia del 1504 (v. 102), si riferisca a uno stato di persistente incompiutezza del lavoro fino allora soltanto sbozzato, ovvero, come a me pare, soltanto alla mancata composizione di un quarto dialogo, non mai piú scritto.

In generale come termine a quo abbiamo nel testo (Dial. I, p. 38; Dial. II, p. 86), l’indicazione della «nuova navigazione de’ portoghesi e spagnuoli» nell’emisfero meridionale (Vasco de Gama, 1497; Cabral, 1501): e come termine ad quem la notizia giunta fino in Candia a Saul Cohen nel 1506 sulle ricerche di Leone intorno ai miti classici e biblici, le quali costituiscono due grandi digressioni nei dialoghi II e III.

Non meno spinosa questione è quella della lingua in cui furono scritti originariamente i Dialoghi: se in italiano o in ispagnuolo, o in ebraico; sebbene sia chiaro che furono conservati e divulgati soltanto in italiano. Vi fu anche chi asserí che il testo era conosciuto solo in forma latina, come il Montesa1

), e chi addirittura ne parlò come di un’opera latina, come il Bartolocci2:

  1. L. c.: «mi padre... quiso hacer está traducion de lengua Latina en Española, en que fué escrita originalmente del autor, con tan elegante estilo, que dió occasion á que qualquiera nacion desease traducilla en su proprio vulgar para participar de la amorosa philosophia que el libro tenia».
  2. Bartoloccius, Bibliotheca magna rabbinica (Roma, 1683), pars III, p. 56: «R. Judas ben R. Isaaci Abravanelli, cognomeno Leo Hebraeus, philosophus et medicus non vulgaris sui temporis, scripsit lingua Latina De Amore dialogi tre».