Novelle (Bandello, 1853, IV)/Parte III/Novella XXI

Novella XXI - Uno schiavo, battuto dal padrone, ammazza la padrona con i figliuoli: e poi se stesso precipita da un’alta torre
Parte III Parte III - Novella XXII

[p. 5 modifica]PARTE TERZA


Il Bandello al prode e gentil signore
il signor Vincenzo Coscia patrizio napoletano


Egli mi sovviene d’aver altre volte letto in certe opere latine del nostro divino poeta messer Francesco Petrarca, che gli uomini che tengono servidori non ponno fallire a far modestamente sferzare i paggi fin che sono piccioli e non passano quatordici o quindeci anni, quando fanciullescamente errano, perciò che le battiture sono cagione di fargli emendare e divenire, di buoni, megliori. Onde disse il savio Salomone che chi non adopera la verga ha in odio il figliuolo; ma i servidori, che non si vogliono battere se non una volta: subito, pagandogli il loro servizio, mandargli con Dio e mai piú non gli ripigliare. Con i mori poi o schiavi comprati si faccia il medesimo, perciò che sono di pessima natura. Il che esser vero ci dimostrò a questi dí passati il moro di monsignor di Negri, abbate di San Simpliciano; il quale, avendo ricevuto un buffettone da esso abbate, la seguente notte gli segò le vene de la gola e l’ancise, ed era stato seco piú di trenta anni. E quando il perfido moro fu su il Broletto vecchio di Milano menato per farne publica giustizia, egli, ridendo, barbaramente diceva: – Squartatemi e fatemi peggio che sapete, ché se io ho avuto uno schiaffo, io me ne sono altamente vendicato. – Onde si può di leggero veder quanto periglioso sia ad impacciarsi con simil generazione. E di questa materia ragionandosi non è molto in casa de la signora Camilla Scarampa, e dicendosi che i genovesi l’intendono benissimo, perciò che avendo qualche schiavo o schiava che faccia [p. 6 modifica]cosa alcuna degna di castigo gli vendono o mandano in Evizza a portar il sale; il nostro piacevole messer Lione da Iseo narrò un mirabil caso avvenuto ne l’isola di Maiorica, che, nominandola a l’antica, è una de le isole Baleari. Il qual caso avendo io scritto e sapendo che voi, signori napoletani, mirabilmente vi dilettate di tenere schiavi, ve l’ho voluto mandare e farvene un dono. Io mi rendo certo che non a la picciola novelletta guarderete, ma che accettarete il buon volere de l’animo mio, avendo giá voi in altri affari ottimamente conosciuto quanto io v’ami e di che maniera feci con l’illustrissimo signor Prospero, nostro commune padrone, ne la cosa che voi e il nostro gentile messer Girolamo Gargano mi commetteste. Saperete ancora questa istoria essere stata latinamente descritta dal gran Pontano, né perciò debb’io restare di darvela tale quale l’Iseo la narrò. State sano.

Novella XXI


Uno schiavo battuto dal padrone ammazza la padrona
con i figliuoli e poi se stesso precipita da un’alta torre.


Ne l’isola di Maiorica fu non è ancora gran tempo, per quello che certi catalani affermano, un gentiluomo chiamato Rinieri Ervizzano, il quale si trovava ricchissimo di possessioni, di bestiami e di danari. Egli prese moglie, ne la quale ingenerò tre figliuoli in diversi parti. Andò costui un giorno di state fuor in villa, ove egli aveva un agiato e bellissimo casamento con un ricco podere, e quivi con tutta la famiglia molti dí se ne stette, diportandosi ne la caccia ed altri piaceri. Era la casa vicina al mare, ove egli suso uno scoglio aveva fondata una torre che con uno portello a la casa si congiungeva, a fine che, se i corsari talora venissero, egli con la famiglia lá dentro si potesse salvare. Standosi quivi Rinieri ed avendo alcuni schiavi, avvenne un dí che un moro fece non so che, di modo che egli adirato gli diede tante busse che per assai meno un asino sarebbe ito a Roma. Il moro se la legò al dito e non poteva a patto nessuno sofferire d’esser stato come un fanciullo battuto, e deliberò fieramente vendicarsene, né altro attendeva che la oportunitá. Essendo adunque ito Riniero un giorno a caccia con molti dei suoi, il perfido moro vide la padrona che con i figliuoli, dei quali il maggiore non aveva ancora sette anni, era entrata per certi bisogni dentro la torre. Onde, giudicando esser venuta la comoditá di vendicarsi che tanto bramava, pigliata una fune, entrò ne la [p. 7 modifica]torre, e, la gentildonna, che di lui non si prendeva cura, abbracciata, quella subito strettamente legò con le mani di dietro e la corda attaccò al piede d’una grande arca. Poi subito levò la pianchetta che la torre con la casa congiungeva. La povera gentildonna gridava aita e con parole minacciava lo schiavo; ma egli di niente si curava. Anzi il manigoldo, a mal grado che la donna avesse, di lei, quante volte gliene venne voglia, prese amorosamente piacere. I poveri figliuolini, veggendo la madre loro in tal modo straziare, che piangeva e gridava ad alta voce, anco essi amaramente piangevano. Il pianto con il grido de la padrona fu da quei di casa sentito; ma perché il ribaldo aveva levato il ponticello, nessuno poteva darle aita. Ora, poi che egli ebbe preso quel piacere de la donna che volle, si fece ad una finestra e quivi ridendo e facendo certi gesti da forsennato se ne stava, attendendo la venuta di Rinieri, al quale era ito uno di casa a cavallo a cercarlo e dettogli il tutto. Il buon gentiluomo se ne venne pieno d’ira e di mal talento contra lo sleal moro, con animo di fargli uno scherzo che non gli sarebbe piacciuto. E come lo vide a la finestra, cominciò a dirgli le piú villane parole del mondo e minacciarlo di farlo appendere per la gola. Alora il moro soghignando gli disse: – Signor Rinieri, che gridate voi? che bravate sono queste che fate? E non mi potete in modo alcuno far nocumento, se non tanto quanto io vorrò. Ricordatevi de le busse che questi giorni mi deste, sí disconciamente che non si sarebbero date ad un somaro. Ora è venuto il tempo di rendervi il contracambio. Io ho qui vostra moglie e i vostri figliuoli; e cosí ci foste voi, ché farei conoscervi che cosa è battere schiavi. Ma ciò ch’io non posso di voi fare, lo fará a la donna vostra ed ai figliuoli. Di vostra moglie ho io preso quel piacere che m’è paruto, e per la prima v’ho piantate per cimiero le corna. Del rimanente farò di modo che da indi a poco averete e voi stesso e la vita propria in odio. – E dette queste parole prese il maggiore dei figliuoli e giú da la finestra lo gittò, il quale, percotendo sui sassi, tutto si sfece. Il padre, tanta crudeltá veggendo, cadette in terra tramortito. Lo schiavo attese tanto che Rinieri in sé rivenne; il quale, in sé rivenuto e amarissimamente piangendo, per téma che il moro gli altri a terra non traboccasse, cominciò con buone parole a volerlo pacificare e promettere non solamente perdonargli il misfatto che commesso aveva, ma farlo libero e donarli migliaia di ducati, se la moglie con gli altri dui figliuoli salvi gli rendeva. Il moro, a questo parendo volere consentire, gli disse: – Vedete, [p. 8 modifica]voi fate profitto alcuno con queste lusinghevoli parole e promesse; ma se voi avete tanto cari questi altri dui figliuoli, – e mostrava da la finestra i dui bambini, – come voi dite, tagliatevi il naso e io, questi vi restituirò. Altramente tanto farò di questi, quanto del primo avete veduto fare. – L’infelice padre, non pensando punto a la infedeltá e malvagitá del perfido schiavo, che non era per attendere cosa che si promettesse, ma solo avendo in mente l’amor paterno e innanzi agli occhi l’orrendo spettacolo de lo smembrato figliuolo, e temendo il simile degli altri, fattosi recare un rasoio, si tagliò il naso. A pena aveva egli fatto questo, quando lo sceleratissimo barbaro, pigliati i dui figliuolini per li piedi, quelli, del capo percotendo al muro, gli lanciò in terra. A questo misero gentiluomo andò, vinto da l’estremo dolore, fuor di sé, e, gridando miserabilmente, averebbe mosso i sassi a pietá. Era con esso quivi numero di gente assai, tratti da la fama de la sceleratezza del servo e dal romore gradissimo che per tutto rimbombava. Il crudel moro del tutto rideva, parendogli aver fatto la piú bella cosa del mondo. Ancora che quivi fossero stati migliaia d’uomini, se non avessero avuto i cannoni, non potevano la torre pigliare, quando ci fosse stato dentro da vivere. E mentre che il romore era grandissimo il fiero moro prese la donna e quella mise su la finestra; la quale ad alta voce gridava mercé ed aveva legate le mani di dietro. Lasciolla il crudele su la finestra un pezzo, che tanto gridava che quasi era divenuta roca; poi con un coltello gli segò le vene de la gola e quella d’alto a basso lasciò tombare. I gridi erano grandissimi di quelli di sotto e le lagrime infinite. Ora non ci essendo creature da mandare a basso, disse il crudelissimo omicida: – Rinieri, grida pur, se sai, e piangi quanto puoi, ché il tutto farai indarno. Credi tu forse che ciò che io ho fatto non l’abbia prima tra me ben pensato e provisto il modo che tu non potrai contra me incrudelire? Duolmi solamente che tu non sia stato a queste nozze, a ciò che non ci fosse restata reliquia dei casi tuoi. Ma vivi, ché sempre averai dinanzi agli occhi la mia vendetta e mai non purgherai il naso che di me non ti ricordi. Ed imparerai a le tue spese a flagellare i poveri servitori. – Detto questo, egli andò a la finestra che era verso il mare e, ad alta voce gridando, diceva: – Io moro contento, ché dei buffettoni e battiture a me date ho preso vendetta. – E questo dicendo, si gittò sovra quegli scogli col capo in giú, e fiaccandosi il collo, fu portato a casa di cento para di diavoli e lasciò il misero Rinieri erede [p. 9 modifica]di eterno dolore. Per questo io sarei di parere che l’uomo non si servisse di simil sorte di schiavi, perché di rado si trovano fedeli, e tutti per l’ordinario sono pieni sempre di succidume, mal netti, e puteno a tutte l’ore come caproni. Ma tutte queste cose sono nulla a par de la ferina crudeltá che in loro regna.


Il Bandello a la valorosa signora
Graziosa Pia salute


Avviene molto spesso che, quanto piú l’uomo si affatica per conseguir un suo desiderio, meno l’averá; e per lo contrario un altro senza affaticarsi otterrà l’intento suo. Onde questi dí ragionandosi di questa materia in casa de la vertuosa signora vostra cognata, la signora Margarita Pia e Sanseverina, ove di continovo i piú virtuosi e gentili spiriti di Milano si ritrovano, il nostro gentilissimo messer Baldassare Barza, poi che assai si fu disputato investigandosi la cagione di questa varietá, disse: – Signori miei, voi cercate, come fanno i modenesi, la luna nel pozzo; se vi pensate render la ragione di questi accidenti, ché credo io che solamente sia nel petto di chi ha di nulla creato il tutto. Se fossero cose naturali, io crederei che voi altri filosofanti ci sapereste render la cagione. Ma io vo’ narrare una picciola novelletta, avvenuta non son quindeci dí in questa nostra cittá, a confermazione che l’uomo spesso ottiene de le cose senza fatica. - E senza dar indugio a la cosa, la narrò. La quale, avendo tutti fatti ridere, io quell’istesso giorno scrissi e nel numero de l’altre mie novelle collocai. Ora, poi che voi non ci eravate quando fu detta, io ve la mando e ve la dono, e vi prego, quando sarete richiesta cantare e sonare un madrigale, che vogliate senza tante preghiere cantarlo e suonarlo. State sana.