Monete dei romani pontefici avanti il mille/Adriano I

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Stefano III Leone III
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ADRIANO I

772-795.


Morto Stefano III, subito venne eletto e consecrato Adriano figliuolo di un console e duca. Eran trascorsi pochi mesi dalla sua elezione, che ebbe a soffrire delle violenze del re Desiderio, il quale occupò alla Chiesa Faenza, Ferrara e Comacchio, ed entrato nella Toscana romana tutto devastò e saccheggiò per dove passava. Essendogli riusciti vani i mezzi pacifici da esso tentati per ottenere la restituzione delle toltegli città, trovossi costretto il pontefice a ricorrere a Carlomagno successore di Pipino pregandolo d’interporsi presso il re longobardo per riaverle. Nemmeno essendo a questo riuscito di ciò ottenere, raunato un grosso esercito, pel Moncenisio calato in Italia venne alle Chiuse, dove trovò ben fortificati i Longobardi; ma Carlo che come padrone della valle di Susa doveva conoscerne tutti i passaggi, girando dietro al monte Pircheriano e scendendo per la valle della Serronda, oppure a quello di S. Michele e passando pel sito ove ora trovasi la terra di Giaveno, calato nel piano trovossi alle spalle de’ nemici, i quali per non essere presi come dicesi tra due fuochi, presto abbandonate le Chiuse si ritirarono sopra Pavia, nella quale chiusosi Desiderio, venne tosto assediato dai Franchi.

Andando a lungo l’assedio Carlo volle passare la pasqua del 774 a Roma, dove confermò la donazione fatta da Pipino a S. Pietro, indi ritornato sotto Pavia, ebbe a patti Desiderio che fu condotto prigione in Francia, solo salvandosi nell’eccidio della famiglia il suo figliuolo Adelchi, che si ricoverò alla corte di Costantinopoli.

Impadronitosi con sì sorprendente facilità Carlomagno del regno longobardo, subito ne venne da tutti riconosciuto per sovrano, ed a’ suoi titoli di Rex Francorum et Patritius Romanorum aggiunse quello di Rex Langobardorum, come si vede sia ne’ suoi atti, che nelle lettere de’ papi ad esso, delle quali appunto una di questi tempi ci offre novella prova di ciò che si dovesse intendere per Respublica Romanorumn, raccomandando in essa Adriano a Carlo Sanctam Dei Ecclesiam et nostrum Romanorum reipublicae populum1.

Gli arcivescovi di Ravenna tentando di rendersi indipendenti dal dominio de’ papi, continuavano a farla da padroni nell’esarcato, ed in questo tempo appunto l’arcivescovo Leone, che era succeduto a Sergio, ne tiranneggiava [p. 30 modifica]la popolazione, e di quando in quando aggiungeva a quelle che già signoreggiava qualche nuova città, per il che molto se n’era lagnato il papa con re Carlo, ma la venuta di questi in Italia nel 781 pare che mettesse fine a questa rivolta, non trovandosi più di essa indi menzione (Nota II).

Venuto nel detto anno Carlo a far la pasqua a Roma seco conducendo i suoi figliuoli, il pontefice ne consacrò il più giovane Pipino a re sopra l’Italia, conservando però sempre il padre il titolo di re de’ Longobardi, nel qual regno appunto doveva succedere Pipino.

Condottici dal Muratori crediamo ora di nuovamente parlar del patriziato. Quest’autore ne’ suoi Annali all’anno 789 dice che due ne furono, uno di Roma e l’altro di Ravenna. Cominciando da quest’ultimo, secondo lui, esso spettava esclusivamente ai papi, i quali esso mediante avevano signoria e giurisdizione nell’esarcato. Ma dove esso abbia ciò scoperto nessuno può saperlo, nessun atto o memoria in scrittore antico trovandosi dai quali possa ciò congetturarsi, e poi dalle donazioni sia di Pipino, che de’ suoi successori chiaramente vedendosi che quella provincia coll’assoluta sovranità fu a S. Pietro donata, come dallo squarcio stesso della lettera d’Adriano a Carlo dal Muratori riportato risulta. Le parole poi dal papa usate di Patriciatus Beati Petri colle quali allude alle città e provincie da quei re alla Chiesa date, chiaramente si conosce essere in questo caso state usate per indicare quelle provincie che indi chiamaronsi anche Patrimonium Beati Petri, ed in fatto vi è soggiunto ..... in integro concessus et a vobis amplius confirmatus irrefragabili iure permaneat; il che proverebbe che su di essa aveva un’intiera signoria, quando ben diverso era quello che dicevasi di Roma.

Questo patriziato il nostro autore crede che fosse a quello uguale, cioè che ne implicasse la signoria, perchè quando Carlo andò nel 774 a Roma, il pontefice andogli incontro colle croci e colle bandiere come usavasi verso gli esarchi e coi patrizi, e che appena fu Leone III eletto gli mandò le chiavi della confessione di S. Pietro ed il vessillo di Roma, pregandolo che mandasse i suoi messi qui populum Romanum ad suam fidem atque subiectionem per sacramenta firmaret. Soggiunge che il porgere il vessillo è segno adoperato per conferire signoria, come si vede sulle monete di Venezia, così dicasi delle chiavi. Cita indi a prova le parole d’una lettera di Gregorio III a Carlo Martello, claves confessionis Beati Petri quas vobis ad regnum direximus, e conchiude che tutto questo s’oppone all’opinione del [p. 31 modifica]P. Pagi, che il patriziato di Carlo Magno portasse solamente l’obbligo e l’onore della difesa del papa e del popolo romano. Aggiunge poi che console, duca e patrizio erano sinonimi in questi tempi, e tutti portavano signoria, come i dogi di Venezia, i duchi di Napoli e di Gaeta, confondendo con questi i titoli di patrizio dati dai cesari ad Odoacre ed a Teodorico.

Ora secondo lui essendo i papi patrizi di Ravenna e di essa avendo perciò la signoria, ne derivava che chi era patrizio di Roma doveva pure esserne padrone. Che le chiavi ed il vessillo provassero signoria non è vero; che i papi quando le mandarono a Carlo Martello ed a Pipino, non intesero mai di dar loro la signoria di Roma, la quale allora spettava ai Bizantini, e nemmeno questi accettando le chiavi ed il vessillo non pretesero mai di ingerirsi alcun che nel governo di quella città, come neppure Carlo Magno per aver ricevuto dal patriarca di Gerusalemme le chiavi del S. Sepolcro, del Calvario, della città e del monte di Sion col vessillo della croce, credette di diventarne signore2. Le parole ad regnum direximus dimostrò il Troya3 doversi leggere ad rogum direximus, cioè rogantes, che significano ben altra cosa che l’offerta d’un regno. Così il vedersi sulle monete di Venezia S. Marco che dà il vessillo al doge, impronta imitata dalle monete bizantine solamente nel xii secolo, allude alla protezione di detto santo, da Dio e dal quale dichiarava quella repubblica dipendere.

Se il papa proclamò Pipino ed i suoi figliuoli patrizi di Roma, si fu per dar loro un titolo, del quale l’imperatore Zenone aveva voluto onorare per amicarseli due potenti re e per averne all’occasione aiuto; in quanto ai titoli di duca e di console, questo allora usavasi dai cesari, e quello significava governatore, quantunque benissimo quando trovaronsi privi di forze in Italia gli imperatori, essi cercassero di rendersi indipendenti, ma non già che duca significasse signore, e per servirci di una prova che ci offre lo stesso Muratori4, vi leggiamo che Arigiso duca di Benevento mandò inviati al greco imperatore chiamandogli l’onore del patriziato col ducato di Benevento e di Napoli promittens ei tam in tonsura quam in vestibus usu Graecorum perfrui, sub eiusdem imperatoris ditione, cioè facendosi suo vassallo, come i papi, creando patrizi i re franchi, li facevano in Roma quasi loro dipendenti. [p. 32 modifica]

Finalmente come abbiamo già detto ripeteremo, che mediante il patriziato divennero quei re come intitolavasi Carlomagno ne’ suoi capitolari defensor et adiutor Ecclesiae romanae, e come leggiamo negli annali franchi di Metz5, che certamente non si possono avere per troppo partitanti del dominio de’ papi, dove si dice che Adriano mandò a Carlo missus nomine Petrus affinchè eccitasse detto re a venire a liberare i Romani dalle violenze di Desiderio, quod ipse legittimus tutor et defensor esset ipsius ecclesiae, quoniam ilium praedecessor suus beatae memoriae Stephanus papa unctione sacra liniens, in regem et patricium Romanorum ordinavit.

Questo pontefice al quale deve il maggior suo ingrandimento il dominio temporale de’ papi, dopo aver retto il pontificato ventitre anni, passò all’altra vita nel natale del 795.

Ad Adriano appartengono le prime monete che abbiamo dei papi. Esse per quanto a me consta, sono tutte d’argento e quattro di un sol tipo, quantunque di diverso conio. Nelle prime due varietà (Tav. I, Ni 6 e 7) scorgesi nel diritto il busto del pontefice col capo scoperto, con corona di capelli e senza barba, ed accostato dalle due lettere I-B, con attorno in giro DN ADRIANUS P × P ×, e nel rovescio una croce sopra due gradini accostata dalle lettere R-M, con attorno VICTORIA DNN, e nell’esergo CONOB. Nella terza (Tav. I, N° 8) tutto è simile alle precedenti, solamente che leggesi PA, e nella quarta (Tav. I, N° 9) l’intiera parola PAPA.

Questa impronta è intieramente foggiata sulle monete degli imperatori bizantini, le quali già avevano imitate i duchi di Benevento. La leggenda del diritto facilmente vedesi dire Dominus Noster Adrianus Papa, ma la difficoltà sta nel trovare il valore delle due lettere del campo I-B, le quali nessun dubbio vi ha essere lettere numerali greche, e che vedonsi pure sopra una moneta che pare anche d’argento e di ugual peso di Artavasdo e Niceforo battuta in Roma tra il 742 e 743, e sopra alcune di rame col nome di Tiberio Absimaro lavorate nelle zecche di Alessandria ed Abagis in Egitto, ed in Cartagine, che si conservano nel medagliere di S. M. Sarda, ed in parte pubblicate dal sig. Sabatier6. Sopra queste tali lettere greche danno il N° 12, cioè indicano tali pezzi valere 12 nummi; ma sopra i nostri pezzi che pesano tra i 23 ed i 25 grani, e che perciò se d’oro bianco sarebbero tremissi, e se d’argento quarti scadenti di migliaresi, non saprei qual valore [p. 33 modifica]vi possano segnare, che se volessero dire 12 folleri pochissimo sarebbero qualora i nostri pezzi fossero tremissi, e troppo se quarti di migliaresi. Non trovando come spiegar tali lettere mi viene un dubbio, ed è che quando queste monete siano d’argento, come pare siccome esse imitano nel peso i denari che Pipino faceva battere in Francia, che questo sistema di monetazione abbi Adriano seguìto per l’intrinseco; così potrebbe essere che quel re, il quale primo dei Franchi non emise che monete d’argento, si sia servito come base del suo sistema delle monete che i Bizantini battevano in Italia, le quali da principio erano tremissi d’oro, e poco per volta scomparendo quel metallo finirono per contenere solamente argento. Questa moneta poi detta da essi denaro spendevasi per la dodicesima parte di un soldo fittizio d’argento.

Nel campo del rovescio dei suddetti pezzi la croce indica moneta cristiana, e le lettere R-M sono parte del nome della città dove furono battuti, cioè Roma. La leggenda attorno Victoria Domini Nostri allusiva non come prima all’imperatore, ma a Cristo, è copiata da quella delle monete bizantine. Il Conob dell’esergo, sulla di cui significazione tanti sono i pareri, nel nostro caso credo essere stato messo per pura imitazione.

Queste monete sono il risultato d’uno de’ principali atti di sovranità esercitato in Roma in questi tempi dal papa, il quale vi volle conservare tulle quelle indicazioni di signoria che vi avevano sin allora impresso i cesari di Bisanzio. Il Dominus Noster chiaramente significa che chi vi si nomina è il padrone di Roma; dobbiamo però cercare quando Adriano abbi incominciato ad usare di tal privilegio.

Una bolla abbiamo di esso del 7727, cioè di vari mesi dopo la sua elezione, ed essa è datata dagli anni dell’impero di Costantino Copronimo e di Leone Cazaro, prova che allora questi imperatori, quantunque nemici della Chiesa, almeno negli atti pubblici e così per conseguenza anche sulla moneta erano nominati e riconosciuti, ma indi nè essi, nè i loro successori vedendosi più in essi menzionati, anzi come appare da bolla del 786 a favore della badia di S. Dionigi presso Parigi8, che termina regnante Domino Deo etc. Anno Deo propitio pontificatus Domini Nostri in Apostolica Sacratissima Beati Petri Sede XV, Indictione IX, in luogo de’ loro nomi leggendosi solamente segnati gli anni del pontificato d’Adriano Domini Nostri, si può [p. 34 modifica]con ragione credere che l’ultima apparenza di sovranità di quelli imperatori nel ducato romano sia scomparsa colla caduta del regno de’ Longobardi, dopo la qual epoca troviamo che Carlo Magno come patrizio creato dal papa amministrava co’ suoi messi la giustizia in detta città, e ciò forse da quando vi venne il re suddetto e vi rinnovò l’atto di donazione fatto dal padre, e ciò per tacito consenso di quel popolo che di tutto era debitore all’amore e carità dei pontefici. Dopo quell’anno per conseguenza deve Adriano aver fatto coniare tali monete, che consentono precisamente colla formola adoprata nella suddetta bolla.

Un altro pezzo d’argento ci rimane ancora a descrivere (Tav. I, N° 10), e che pel suo tipo e per non leggervisi nome d’imperatore venne giustamente a questo papa attribuito. Ha nel diritto una croce coll’asta perpendicolare molto più lunga dell’altra, e posta su due gradini in modo che in due divide la leggenda scritta su tre linee, cioè HADRIANUS PAPA, e nel rovescio pure su tre linee divise da due sbarre orizzontali SCI PETRI. Questo pezzo pubblicato già dal Vignoli abbenchè solamente mezzo epperciò mancante d’una sbarra9, e da esso detto denaro d’argento, fu ripubblicato dall’Argelati10 come d’oro, e dice di averlo avuto in communicazione dal P. Bandini, ma siccome appare avere l’intagliatore copiato il pezzo dal Muratori, vi mise per indicarne il metallo, le lettere AR, cioè argento, del qual metallo è appunto il denaro che pubblico, ma ignorandone il peso e la bontà non posso conoscere a qual specie di moneta si accosti, tuttavia crederei che possa essere uguale alle sopra descritte, quantunque alla verità nulla abbia di comune colle italiane di quell’epoca, perciò dal vedersi il nome di S. Pietro alla seconda persona e scritto come sulle tessere di Gregorio III, mi lascia sospettare che possa essere un denaro d’elemosina imitato da quelli di Pipino, dei quali abbiamo già parlato.

Note

  1. Cenni, ut supra. T. I, 345.
  2. Pertz, Monumenta Germaniae historica. Scriptorum T. I. Chronicon Moiassiacense pag. 305.
  3. Come avanti. Parte III, pag. 668.
  4. Anno 789.
  5. Duschesne, T. III, pag. 280.
  6. Revue Numismatique. Paris 1858, pag. 198 e Pl. IX, num. 8, 9, 10, 11.
  7. Bullarum, Diplomatum et privilegiorum sanctorum romanorum pontificum. Taurinensis editio 1857. 4° T. I, pag. 254.
  8. Idem, pag. 257.
  9. Antiquiores romanoram pontificum denarii. Romae, 1734, pag. 1.
  10. De monetis Italiae dissertationes. Mediolani, 1750. T. III, pag. 63.