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la popolazione, e di quando in quando aggiungeva a quelle che già signoreggiava qualche nuova città, per il che molto se n’era lagnato il papa con re Carlo, ma la venuta di questi in Italia nel 781 pare che mettesse fine a questa rivolta, non trovandosi più di essa indi menzione (Nota II).

Venuto nel detto anno Carlo a far la pasqua a Roma seco conducendo i suoi figliuoli, il pontefice ne consacrò il più giovane Pipino a re sopra l’Italia, conservando però sempre il padre il titolo di re de’ Longobardi, nel qual regno appunto doveva succedere Pipino.

Condottici dal Muratori crediamo ora di nuovamente parlar del patriziato. Quest’autore ne’ suoi Annali all’anno 789 dice che due ne furono, uno di Roma e l’altro di Ravenna. Cominciando da quest’ultimo, secondo lui, esso spettava esclusivamente ai papi, i quali esso mediante avevano signoria e giurisdizione nell’esarcato. Ma dove esso abbia ciò scoperto nessuno può saperlo, nessun atto o memoria in scrittore antico trovandosi dai quali possa ciò congetturarsi, e poi dalle donazioni sia di Pipino, che de suoi successori chiaramente vedendosi che quella provincia coll’assoluta sovranità fu a S. Pietro donata, come dallo squarcio stesso della lettera d’Adriano a Carlo dal Muratori riportato risulta. Le parole poi dal papa usate di Patriciatus Beati Petri colle quali allude alle città e provincie da quei re alla Chiesa date, chiaramente si conosce essere in questo caso state usate per indicare quelle provincie che indi chiamaronsi anche Patrimonium Beati Petri, ed in fatto vi è soggiunto ..... in integro concessus et a vobis amplius confirmatus irrefragabili iure permaneat; il che proverebbe che su di essa aveva un’intiera signoria, quando ben diverso era quello che dicevasi di Roma.

Questo patriziato il nostro autore crede che fosse a quello uguale, cioè che ne implicasse la signoria, perchè quando Carlo andò nel 774 a Roma, il pontefice andogli incontro colle croci e colle bandiere come usavasi verso gli esarchi e coi patrizi, e che appena fu Leone III eletto gli mandò le chiavi della confessione di S. Pietro ed il vessillo di Roma, pregandolo che mandasse i suoi messi qui populum Romanum ad suam fidem atque subiectionem per sacramenta firmaret. Soggiunge che il porgere il vessillo è segno adoperato per conferire signoria, come si vede sulle monete di Venezia, così dicasi delle chiavi. Cita indi a prova le parole d’una lettera di Gregorio III a Carlo Martello, claves confessionis Beati Petri quas vobis ad regnum direximus, e conchiude che tutto questo s’oppone all’opinione del