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Libro II - Capitolo VIII

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Dante Alighieri - Monarchia (1312)
Traduzione dal latino di Marsilio Ficino (1468)
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Che ’l g[i]udicio divino nelle cose occhulte può essere manifesto in due modi: o per ragione, o per fede.

A volere bene ritrovare la verità di quello che cerchiamo, è da sapere che ’l divino g[i]udicio nelle cose alle volte è manifesto, alle volte è hocculto. E può essere manifesto per due modi: o per rag[i]one, ho per fede. Inperò che alcuni g[i]udìci di Dio sono ai quali la rag[i]one humana co’ propi piedi può pervenire, come a questo: che lo huomo per la salute della patria si debba sottomettere al pericolo; inperò che ·sse la parte si debba mettere a pericolo per salvare el tutto, essendo lo huomo parte della ciptà, come dicie Aristotile nella Politicha, debba lo huomo, per salvare la patria, mettere sé a pericolo, come meno bene pel bene maggiore. E ·ccome dicie Aristotile nella Eticha: «El bene propio è amabile, el bene comune è più nobile e divino». E questo è g[i]udicio di Dio; altrimenti la humana rag[i]one nella sua rettitudine non seguirebbe la ’ntentione della natura, e questo è inpossibile. Altri g[i]udici di Dio sono a’ quali la rag[i]one humana non può pervenire per suo vighore, nientedimeno con l’aiuto della fede et di quelle cose che ·ssono nelle Sante Lettere scripte, come a questo: che nessuno, bene che abia morali et intellettuali virtù, et sia inn–esse perfetto, secondo abito et secondo operationi, sanza la fede si può salvare, dato che non mai abbi di Cristo alcuna cosa udita; inperò che questa ragione humana, per sé medesima, non può vedere quello ch’è giusto, ma aiutato dalla fede può. Inperò ch’egli è scripto Agli Ebrei: «Inpossibile è sanza la fede piacere a Dio»; et nello Leviticho è detto: «C[i]ascuno huomo della casa d’Isdrael che arà morto bue ho pecora o capra ne’ canpi militari ho fuori de’ canpi, et non arà fatto hoferta al Signore presso a l’uscio del tabernacolo, sarà condannato come homicida». L’uscio del tabernacolo significa Cristo, el quale è l’uscio et la chiave dello etterno regnio, come si può intendere per lo Vangelio; l’occisione degli animali significa l’operationi humane. Ma hocculto [è ’l] g[i]udicio di Dio, al quale la humana ragione né per leggie di natura, né per leggie di Scriptura, ma per ispetiale gratia di Dio alcuna volta perviene. E questo si fa in molti modi: alcuna volta per senplice revelatione mediante alcuna disceptatione; alcuna volta per senplice revelatione sola. E questo si fa in’ due modi: o per propria volontà di Dio, o per oratione. Se si fa per volontà di Dio, in due parti si divide: o e’ si fa expressamente, o per segno. Expressamente, come fu revelato el g[i]udicio a Samuel contro a Saulo; per segnio, come fu a Faraone rivelato pe ·segni quello ch’aveva Iddio g[i]udicato della liberatione de’ figliuoli d’Isdrael. Per oratione, come si dice nel secondo di Paralipomenon: «Quando noi non sappiamo quello che noi dobbiamo fare, questo solo ci resta a ·ffare, che gli occhi nostri a ·tte diriziamo». Ma mediante la discettatione in due modi aviene: o per sorte, o per contentione; la quale contentione si chiama ’certare’, c[i]oè ’certo fare’. Ma per sorte el g[i]udicio di Dio alcuna volta si rivela agli huomini, come apparisce negli Atti degli Appostoli, nella sustitutione di Matteo. Per contentione in due modi si manifesta el g[i]udicio di Dio: overamente per conparatione di forze, come aviene tra due conbattenti, e quali si chiamano e duelli, perché tra due è questo conbattimento; overo per contentione di più che ·ssi sforzano chi prima tra loro a uno certo segno perviene, come aviene a quelli che ·cchorono al palio. El primo modo fu figurato nel duello d’Erchole et d’Anteo, del quale fece mentione Lucano nel quarto della Battaglia farsalicha, et Hovidio nel nono Metamorfoseos; el secondo modo è figurato apresso di que’ medesimi in Atrante et Ipomene nel decimo Metamorfoseos. è da sapere che in questi due modi di conbattere è questa conditione, che nell’uno e conbattenti si possino sanza ing[i]uria inpedire, come è nel duello, ma nell’altro no; perché quelli che ·ccorono al palio non debbono inpedirsi, benché ’l Poeta nostro paia che abbi altrimenti sentito nel quinto, quando fece rimunerare Eurialo. E però meglio Tulio nel terzo degli Hufici questo vietò, seguitando la sententia di Crisippo, dove e’ dicie in questo modo: «Rettamente sentì Grisippo in questo, come in molte altre cose, quando disse: ’Chi ·ccorre al palio debba sforzarsi quanto più può di vincere, ma di dare ganbetto a ·ccolui che ·cconbatte co ·llui non debba’». Fatta questa distintione, possiamo pigliare due ragioni al proposito nostro molto eficaci, una dal conbattere degli atleti che ·ccorono al palio, l’altra dal conbattere de’ duelli; e questo porrò ne’ seguenti capitoli.