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Libro II - Capitolo IX

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Dante Alighieri - Monarchia (1312)
Traduzione dal latino di Marsilio Ficino (1468)
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Che ’l popolo romano, che avanzò tutti gli altri popoli nel corere allo inperio, per divina rag[i]one avanzò.

Adunque quel popolo, el quale avanzò tutti gli altri nel correre allo ’nperio del mondo, per divina rag[i]one avanzò. Perché Dio ha chura di dichiarare la lite huniversale molto più che la particulare; e certamente nelle particulari liti si richiede il divino g[i]udicio, secondo quel proverbio che dicie: «A c-chi Dio la concede, Santo Piero la benedicha». E però non è dubbio che ’l prevalere de’ conbattenti allo inperio del mondo sia hordinato dal g[i]udicio divino. El popolo romano prevalse a ·ttutti e conbattenti per lo inperio del mondo; e questo sarà manifesto se si considerano e conbattenti, et el premio e ’l termino. Certamente el premio et el termino fu d’avanzare tutti e mortali, inperò che questo si chiama ’inperio’. E questo non avenne ad alcuno populo se none al romano, el quale non solamente primo, ma solo, pervenne al termine della battagl[i]a, come poco dipoi dichiareremo. El primo che tra mortali si sforzò d’aquistare questo premio fu Nino re degli Assirii, el quale, benché cholla donna sua Semmiramide per novanta anni et più, come dicie Horosio, tentasse con arme di conseguire lo ’nperio del mondo, et tutta la Asia subg[i]ugasse, nientedimeno le parti hoccidentali non sottomisse. Di costoro fa mentione Hovidio nel quarto, dicendo: «Simiramis cinse la ciptà con mura di mattoni»; et dipoi dice: «Raguninsi al corpo di Nino, et sotto l’onbra si nascondino». El secondo che cercò questo inperio fu Neghozzi re degli Egipti; e benché tribulassi el mezo dì et el settantrione, come Orosio narra, nientedimeno nonn–ottenne mai meza la parte della terra, ma nel conbattere con gli Iscipti, innanzi che pervenissi al premio, si fermò. Dipoi Cirro re de’ Persi tentò questo medesimo; el quale, distrupto Banbillonia, et ridotto lo ’nperio di Banbillonia sopto e Persi, non conseguitato ancora le parti occidentali, sotto Tamiride, reina degli Iscipti, perdé la ’ntentione sua insieme con la vita. Dopo costoro, Serse, figlíuolo di Dario et re de’ Persi, con tanta moltitudine di gente assaltò el mondo, et con tanta potentia, che trapassò el mare dividente l’Asia dalla Europia, fatto un ponte intra Seston edd–Abidon. Di questa opera mirabile fece menzione Luchano nel secondo libro della Farsalica pugnia, così dicendo: «La fama canta che ’l superbo Serse fece via sopra el mare». Costui finalmente, rimosso dal suo proposito, rimase miserabile, e non poté al palio pervenire. Dipoi Allessandro, re di Macedonia, s’apressòpiù che gli altri al palio della monarchia; mandò anbasc[i]adori a’ Romani, chiedendo loro hubbidienza, et, innanzi che eglino gli rispondessino, inn–Egipto morì nel mezo del suo corso, come narra Livio. Della sepoltura del quale in detto luogho Luchano fa memoria nello ottavo, mentreché riprende el re Tolomeo in questo modo: «Ho hultima generatione della stirpe Lagea che presto perirai, che ·sse’ inbastardito, et hubbidirai allo inperio della sirocchia, conciosiaché nella spiloncha tua sagrata sia sepulto el re di Macedonia». «Ho alteza delle riccheze di scienza et sapienza di Dio», qual sarà quello che qui di te non si maravigli? Inperò che quando Allesandro si sforzava d’inpedire nel corso el popolo romano, che ·ccon lui insieme correva al palio, tu ·llo rapisti nel mezo del corso, acciò che la temerità sua più alto non salissi.

Ma che Roma abbi conseguitata la palma di sì degnio palio, per molti testimoni si manifesta; perché Virgilio nel primo così dicie: «Egli è fatato che di qui per certi tenpi futuri discendino e Romani e sieno conduttori, discendenti del sangue Troyano restaurato, e quali et mare et terra al loro inperio sogg[i]oghino». Et Lucano nel primo dicie: «E’ si divide con ferro de’ re et del popolo potente; quella fortuna che ·ttiene el mare, et che ·ttiene la terra e tutto el mondo, non poté tenere due insieme». E Boetio nel secondo, parlando dello inperio del principe de’ Romani, così dicie: «Costui nientedimeno regeva e popoli a bacchetta, e quali vede el sole quando sottentra, e quali vede el sole quando nasce, et el settantrione et el mezodì». Ancora testimonia questo Lucha, scriba di Cristo, el quale dice senpre el vero, parlando così: «Mandò Cesare Agusto huno comandamento, che tutta la terra fussi discripta». Per le quali parole possiamo intendere che ·lla huniversale g[i]urisditione della terra allora era sotto e Romani. Per le cose dette è manifesto che ’l popolo romano andò innanzi a tutti quelli che per lo inperio del mondo conbatterono, e però hottenne questo per divino g[i]udicio; che è per rag[i]one ottenere.